• Silvano Moffa

Alla ricerca della qualità perduta

Non è facile definire la qualità in termini oggettivi.

Eppure, quando manca ce ne accorgiamo.

Ora, se ci guardiamo intorno, se osserviamo con una certa attenzione la condizione in cui versa la politica nel nostro Paese oppure soffermiamo lo sguardo su alcuni settori del sistema pubblico, dalla magistratura alla scuola agli apparati amministrativi, come si fa a non scorgere il degrado, lo scadimento, lo sfilacciamento di quelle forme e di quei valori della competenza, della professionalità, in una parola della preparazione, che dovrebbero essere le basi di funzioni di così alto rango? Il problema non è soltanto nostro.

Né ascrivibile unicamente al settore pubblico.

Il filosofo canadese Alain Deneault lo ha definito: Mediocrazia.

Illuminante la sua disamina del fenomeno e il suo amaro, ironico sfogo rivolto ai lettori.

“Mettete da parte i testi difficili, basteranno i libri contabili.

Non siate né fieri né faceti, e nemmeno a vostro agio: rischiereste di apparire arroganti. Mitigate la passione, il fervore, perché potrebbe spaventare.

Soprattutto, non fatevi venire nessuna buona idea: il tritadocumenti ne è già pieno.

E poi, quello sguardo penetrante, che intimidisce, smorzatelo, diluitelo, e rilassate le labbra contratte; bisogna essere flessibili e anche mostrarsi tali, e poi parlare di sé riducendo il pronome io a poca cosa – dovete essere pronti per trovare un impiego.

I tempi sono cambiati. Non c’è stata alcuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone.

Eppure di fatto l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere”.

Qual è la principale competenza di un mediocre?

Riconoscere un altro mediocre. I mediocri attirano il loro simili.

Così la mediocrità cresce e diventa normale. Mediocrità è un sostantivo che indica una posizione intermedia tra superiore e inferiore, uno stare nel mezzo, una qualità modesta, non del tutto scarsa ma certo non eccellente. Una tendenza al banale, al superficiale, all’incolore, ad uno stato medio innalzato al rango di autorità.

Tre anni fa, il Rapporto Eurispes sulla società italiana, fotografò questa condizione di mediocrità con il termine Qualipatia, un termine che, nell’accezione negativa indicava una nuova patologia, ossia l’avversione e il rifiuto per tutto ciò che si chiama qualità. Una patologia che archivia l’essere e santifica l’apparire, che esalta il contenitore a discapito del contenuto, che premia l’apparenza e mortifica la competenza.

E’ bene chiarire che questo fenomeno arriva da lontano.

Ma è negli ultimi anni che ha assunto connotazioni più spiccate e, da sintomo di decadimento del sistema, si è trasformato in una deriva strutturale.

Esso tocca ormai trasversalmente l’intero sistema, interessa la politica, le Istituzioni, il mondo dell’informazione e il mondo accademico, il versante economico.

Insomma, l’intera classe dirigente del Paese, nelle sue diverse articolazioni come, d’altro canto, la cosiddetta società civile. Il rifiuto, appunto, del concetto di qualità nella selezione del personale cui attribuire ruoli di responsabilità pubblica. Un metodo che, spesso, premia chi è privo di un trascorso professionale di buon livello oppure, come avviene in politica, chi è avvezzo ad assecondare sempre e comunque il leader di partito e le oligarchie che lo attorniano vivacchiando nell’ombra.

Ammettiamolo una volta per tutte.

Aver scardinato il sistema dei partiti, aver delegittimato il Parlamento, prima ingolfandolo di personale inadeguato e poi riducendolo a succursale dei governi tecnici, ha creato di fatto un vuoto e compresso la stessa democrazia.

Gli stessi equilibri tra i poteri, quello esecutivo e quello legislativo, si sono modificati favorendo lo stallo parlamentare e la prevalenza della decretazione d’urgenza anche quando l’urgenza non c’era. Insomma, il sistema parlamentare, in tal guisa, ha perso peso e valore.

Se si registra uno iato sempre più profondo nel rapporto con la politica dell’opinione pubblica, reso evidente dall’aumento dell’astensionismo anche nelle ultime elezioni amministrative, la causa va individuata proprio nel crollo di fiducia, nella crisi di rappresentanza, nella diffusa convinzione che anima gran parte dei cittadini circa l’inutilità del Parlamento e l’inadeguatezza dei partiti.

Orfani dei grandi ideali che muovevano il mondo, incapaci di proporne di nuovi, su cui ancorare la sfida dei tempi nuovi, quasi tutte le forze politiche hanno ingenuamente pensato che bastasse contrapporsi al passato, fare tabula rasa sub specie rottamazione o cambiamento epocale per rifarsi una verginità, dopo gli scandali, tangentopoli e l’insulsa campagna mediatica contro la Casta, esempio eclatante di una mistica populista vocata a gettar via il bambino con l’acqua sporca.

La realtà, invece, era un’altra.

Dietro l’armatura del “nuovo” si nascondeva un segnale di insicurezza, di afasia, di inettitudine.

Lo straordinario successo dei Cinquestelle è scaturito da quel clima e dalla resa incondizionata della politica.

Ora che il clima appare cambiato e sembra farsi spazio la consapevolezza che non tutto, del passato, era da buttar via, tornano in mente le parole di Le Goff il quale diceva che se si è orfani del passato, non si capisce il presente e non si progetta il futuro.

Per ricostruire dalle macerie, la politica ha soprattutto bisogno di riconquistare la reputazione perduta attraverso il ritrovato onore che è richiesto agli eletti dal popolo. Non c’è onore senza adeguata preparazione nella gestione della cosa pubblica.

Una volta c’erano le scuole di partito, le parrocchie, le sezioni che si occupavano della formazione della classe politica.

Ma c’erano anche le Università, i centri studi e altri mille avamposti culturali preposti alla cura dei profili adatti a fornire classe dirigente in tutti i settori.

Nella spettacolarizzazione della politica e nel leaderismo come espressione univoca della domanda di verticalizzazione si sono annullate le forme che della politica erano l’anima.

Sono scomparsi i luoghi di confronto e di dibattitto.

Le decisioni si sono esaurite nella traiettoria inferta alle scelte dal singolo leader e dal gruppo ristretto a lui fedele.

Ora, se si vuole davvero restituire un senso alla politica e rianimare la declinante democrazia non c’è altro da fare che restituire ruolo e funzione ai partiti. Riconoscerli giuridicamente e non come semplici associazioni di fatto di natura privata.

Farne il caposaldo su cui incardinare una riforma complessiva e armonica della Costituzione, i cui equilibri vanno ridefiniti e collocati in una visione della Repubblica che, per quanto ci riguarda, riteniamo doversi ispirare ad un presidenzialismo compiuto, con adeguati sistemi di bilanciamento e controllo dei poteri.

Sappiamo che il sentiero è impervio e complesso.

Ma, almeno, si abbia il coraggio di aprire il confronto su questi temi. Non si abbia paura.

Ci troviamo ad un crocevia della storia dove non sono più ammesse amnesie e neppure scorciatoie.

L’esperienza del governo Draghi doveva servire alle forze politiche anche per ripensare se stesse e ridare dignità, valore e qualità alla Politica.

I cambiamenti indotti dalla pandemia nella nostra vita dovrebbero far riflettere sui modelli di Welfar sostenibili, sui mutamenti del capitalismo e i limiti della globalizzazione, sulle sfide della intelligenza artificiale e il dimensionamento della neo-geopolitica, sulla crisi demografica e l’aumento delle povertà e delle diseguaglianze.

Come si può pensare di affrontare temi così complessi e articolati senza un personale reputato e dotato delle qualità necessarie?

La Qualipatia è un male da estirpare. Prima che sia troppo tardi.

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