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  • Fabio Polidori

Cercasi competitività nei nostri territori tra identità e nuovi modelli di sviluppo

Aggiornamento: 15 dic 2022

La recente rilettura di un importante testo di un grande economista, Michael Porter, mi ha suggerito qualche riflessione sul ruolo della politica, soprattutto di quella locale, chiamata a rispondere, oggi, molto di più rispetto al passato, sui temi connessi alle dinamiche dello sviluppo territoriale, poiché la competitività che conta non è più quella che avviene tra le singole imprese, ma tra territori come le città e le regioni che devono essere in grado di attrarre risorse umane, finanziarie e culturali, per connettersi ai flussi economici globali e nazionali.

L’accresciuto interesse intorno al concetto di competitività non è certo un argomento nuovo nel dibattito economico, considerato che l’importanza dell’azione degli elementi esterni all’impresa sulle sue capacità di crescita e sviluppo è stata messa in evidenza più di cento anni fa da Alfred Marshall.

Eppure la competitività dei territori è ancora oggi un argomento poco apprezzato e conosciuto dai decisori politici che, finiscono per trascurare, drammaticamente, come gli interventi per la promozione e lo sviluppo economico di un’area piccola o vasta che sia, e le modalità su come migliorare ed accrescere il tenore di vita dei propri cittadini, non possono prescindere da azioni mirate per attrarre e trattenere le attività imprenditoriali, con un’offerta adeguata di fattori di localizzazione ai soggetti che li ricercano.

Non sono neanche pochi quelli che contestano l’applicazione del concetto di competitività alla dimensione territoriale.

La loro critica riguarda l’impossibilità di trattare la competitività tra territori allo stesso modo di quella delle imprese. Infatti, mentre in questo caso la mancata competitività può essere pagata, come soluzione estrema, con l’uscita dal mercato da parte di un’azienda, tale eventualità non appare verosimile nell’altro considerato che la competitività dei territori è vista come un gioco non a somma zero nel quale, in altri termini, secondo loro, il successo dell’uno non comporta un danno all’altro. Tale posizione non è accettabile perché le aree territoriali competono tra di loro nel tentativo di attrarre imprese, capitali, lavoro, competenze sulla base di un principio che è quello di un vantaggio assoluto.

Vantaggio che si concretizza, per le aree capaci di attrarre quei flussi, nell’accrescimento della propria dotazione di risorse strutturali, infrastrutturali, tecnologiche, sociali, e, per le imprese, che si sono localizzate in queste aree, di godere di esternalità positive che innalzano la propria forza competitiva: elevato grado culturale dei cittadini, ordine pubblico, decoro urbano e pulizia delle città, servizi qualificati, assenza di tensioni sociali.

Del resto la globalizzazione delle economie e la conseguente eliminazione delle barriere alla mobilità delle persone e dei capitali, è stata alla base della crescita degli investimenti aziendali effettuati all’esterno del territorio di origine delle sedi di impresa secondo una modalità di azione che, se prima era quasi esclusivamente appannaggio delle grandi multinazionali, oggi appare come un modus operandi anche delle realtà di medie dimensioni.

La considerazione di John Naisbitt, è stato un consulente aziendale di fama internazionale e consigliere di diversi Presidenti degli Stati Uniti, che più cresce l’economia mondiale, più gli attori minori diventano protagonisti, deve essere il principio cui attenersi sia dei grandi che dei piccoli player.

Nessuno deve ritenersi escluso dalla competizione per attrarre reti produttive e flussi di servizi.

Vanno potenziate le funzioni urbane delle proprie città, e occorre necessariamente difenderle, quando è necessario, per non perderle definitivamente.

Nessuno, ma soprattutto gli amministratori delle città caratterizzate da processi di deindustrializzazione, perché è in questi territori che gli effetti della recessione si fanno sentire, insieme alla perdita di servizi essenziali di natura amministrativa, sanitaria, sulle variabili economiche (consumi, reddito, investimenti, occupazione) in misura ben maggiore che altrove fino a compromettere la tenuta sociale della popolazione.

La competizione tra i territori per le aree caratterizzate da una antica vocazione industriale, ed in questo caso il mio pensiero si rivolge anche alla mia Città, Colleferro, ha assunto un carattere di urgenza, non più procrastinabile che richiede il superamento di politiche che abbiano i connotati della estemporaneità e della contingenza.

Per queste Città che vivono una fase di transizione è necessario pensare ad un nuovo modello di sviluppo orientato ad attrarre funzioni privilegiate, alla costruzione di poli di attività innovative, partendo anche dal recupero e dalla rigenerazione delle aree marginali o svuotate dalla loro funzione produttiva originaria.

Il recupero dell’esistente, la trasformazione delle aree industriali dismesse, che sono il comune denominatore delle città industriali in crisi, non esauriscono tutte le risposte perché tutte i vuoti produttivi possono essere riutilizzati a condizione di chiarire quale volto e quali vocazioni le città vorranno e sapranno darsi.

Occorre partire dalla propria identità, da ciò che si è stato e si è attualmente, perché il proprio futuro possa essere ridisegnato. In ogni caso l’immagine della propria identità non è qualcosa di immutabile: si può decidere di ripartire rafforzando le caratteristiche della propria città, o di scegliere di valorizzare le potenzialità rimaste finora inespresse.

Guardando alle città economicamente avanzate, si osserva che esse si presentano come centri di aggregazione di flussi immateriali quali la finanza, le comunicazioni, i servizi, la ricerca e l’innovazione.

La capacità di attrarre questi flussi diventa la premessa dello sviluppo. Però quanto più le reti di questi flussi diventano globali tanto maggiore è la competizione per richiamare funzioni di eccellenza e di più alto valore aggiunto.

L’allargamento degli orizzonti localizzativi delle imprese, ha messo, non solo le aree vaste ma soprattutto le città situate all’interno delle stesse, nella condizione di dover concorrere al fine di attrarre e mantenere gli investimenti produttivi i quali si traducono in incrementi dell’occupazione, in una crescita dei redditi locali, in un complessivo sostegno ai processi di sviluppo economico e sociale.

Le diverse aree geografiche risultano, dunque, in modo sempre più crescente esposte ad un confronto competitivo.

Le conseguenze che ne derivano sono queste: da una parte le opportunità e lo sviluppo economico crescono, dall’altra, per chi rimane escluso da questi processi virtuosi di attrazione cresce il proprio declino.


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