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Educazione all'affettività a scuola, torna in cattedra la lezione di Piaget


La scuola viene immaginata come il luogo deputato all’apprendimento e all’acquisizione del sapere. Tuttavia nella scuola dell’obbligo anche la dimensione socio-affettiva assume un ruolo fondamentale nel percorso educativo, poiché favorisce il raggiungimento dello sviluppo armonico della persona, declinato nel benessere psicofisico e nell’apporto valoriale di libertà e di giustizia.

Educare individui nella loro interezza è un compito difficile che spetta alla famiglia, alla scuola e alla società.

Piaget, l’eminente psicologo dell’età evolutiva sosteneva che l’interazione fra lo sviluppo dell’affettività e quello delle funzioni intellettive, già nella fase preverbale, è essenziale ai fini dell’apprendimento.

Nella classe formata da alunne, alunni e docenti, ognuno apporta la propria unicità lavorando con il gruppo e sul gruppo per sviluppare e apprendere un alfabeto emotivo riguardante tutte le discipline e il benessere che scaturisce da interazioni efficaci e rispettose.Il benessere diventa un obiettivo scolastico e si raggiunge lavorando in modo da sviluppare ambiti che vadano oltre a quelli disciplinari. Nella scuola dell’infanzia, la dimensione affettiva assume un ruolo primario ma, con il proseguimento della scolarizzazione questo va scemando a vantaggio degli apprendimenti squisitamente disciplinari poiché, questi ultimi, sono ritenuti dal senso comune, determinanti per ambire ad un accesso professionale soddisfacente ed appagante.

L’intelligenza emotiva, secondo lo psicologo statunitense Goleman, è costituita da precise abilità emozionali quali l’autoconsapevolezza, la capacità di identificare, esprimere e controllare i sentimenti, la tensione e l’ansia.

Marginalizzare l’importanza del benessere e dell’affettività, dell’empatia e della comunicazione può attivare apprendimenti poco efficaci a causa dello squilibrio tra le dimensioni disciplinari e quelle affettive.

L’assenza della trasversalità e della Interdimensionalità genera una rigidità e una settorializzazione che preclude ai ragazzi di conoscersi e di esprimersi pienamente, con effetti che investono quelle problematiche che vanno dal bullismo, ai comportamenti problematici, agli atteggiamenti discriminatori, al senso di persecuzione, ai disordini alimentari, all’autolesionismo, e alla violenza di genere. Non da ultimo, i fatti di Palermo e di Caivano hanno acceso i riflettori su quella parte di gioventù bulimica di sentimenti e incapace di umanizzare e intimizzare amicizie, emozioni e relazioni, si è considerato perciò di attuare dei progetti didattici, a partire da novembre.

La novità curricolare voluta dall’esecutivo di governo: “educazione alle relazioni” è la nomenclatura della “materia “che si introdurrà nelle scuole superiori, nelle vesti di un progetto pilota, il ministro dell’istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, nelle linee guida, espliciterà i dettagli.

Il Fatto Quotidiano scrive che la formazione sarà su base autonoma da parte delle scuole che si organizzeranno in base a Teams composti da sei e da dodici studenti di età omogenea, calendarizzando un incontro settimanale o bisettimanale, da novembre a marzo e funzioneranno come “gruppi di discussione e di autoconsapevolezza”, sulle tematiche del rispetto dell’altro, della costruzione delle relazioni affettive, della percezione di genere, degli stereotipi e altro ancora. La metodologia adottata sarà “il metodo Balint”, creato dallo psicanalista Michael Balint che incentra la propria azione sul gruppo quale strumento facilitatore del pensiero.

Il progetto prevede il supporto del Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi che, qualora fossero richiesti, interverranno come consulenti ai gruppi di lavoro e ai docenti.

Le finalità del progetto mirano al raggiungimento del benessere dei ragazzi che siano competenti nel lavoro e nella vita; non a caso l’OMS cita le Life Skills: competenze per la vita che riguardano proprio le abilità cognitive, emotive e relazionali, attraverso le quali, le persone operano con competenze integrate, sul piano individuale e sociale, assumendo quei comportamenti versatili e consapevoli che consentono di affrontare con determinazione le sfide della quotidianità.

È chiaro che l’esclusivo operato scolastico non è sufficiente qualora venisse a mancare l’azione educativa di una parte sociale e non può sostituire il pilastro educativo rappresentato dalla famiglia.



 

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