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Femminicidi, patriarcato e cronaca tra ipocrisie, verità e mass media


Perfino alla “prima” della Scala, le signore milanesi ingioiellate e radical-chic vestivano di rosso contro i femminicidi. Sublime ed ennesimo esempio di ipocrisia dopo che per settimane il caso di Giulia Cecchettin ha occupato tutte le cronache.

Questa tragedia è stata la prova di come il controllo dell’opinione pubblica avvenga ormai sulla base di scelte mediatiche per “fare audience”, così come avviene per vendere un leader politico o un dentifricio.

Per montare un caso c’è spesso bisogno di elementi morbosi, eccitanti. Serve una donna giovane e bella, la “suspence” di una scomparsa, un famigliare che la butta in politica (il caso Cucchi ha fatto scuola), una caccia all’uomo e un arresto più o meno sensazionale e allora qualsiasi banalità sarà poi buona per fare titoli in prima pagina (tipo “Il killer incontrerà o meno oggi i genitori?”). 

Una vita umana ha nel mondo delle news ben diversi valori: quanto spazio è stato dedicato a Giulia rispetto a quel povero turista tedesco - pur della sua stessa età - sgozzato negli stessi giorni a Parigi mentre fotografava la Tour Eiffel? Un esempio per far capire che tutto è solo scelta mediatica e così se gli assassini sono musulmani si tende spesso a sopire le brutte notizie ad evitare potenziali “tensioni” e per contro le migliaia di morti innocenti a Gaza, in Ucraina o per la siccità in Etiopia “pesano” infinitamente meno di una povera ragazza.

Pensateci: migliaia di manifestazioni per Giulia con tutti che hanno detto la loro, dai vicini di casa ad una turba di politici, sociologhi, commentatori, avvocati, giuristi: tutti a pontificare sui femminicidi con nessuno che spiegasse come - statisticamente - i casi siano molto meno in Italia che nel resto d’Europa: costanti a 0.4% per 100.000 abitanti rispetto al 4 % in Lwettonia, media europea 0,8% 

Così come nascono le mode: nessuno usava il termine “patriarcato” salvo qualche commentatore biblico, ora è sulla bocca di tutti.

La cosa più importante – e speriamo questo sia stato recepito soprattutto dalle donne – non sono però tanto le manifestazioni, i cartelli o le scarpe rosse, ma piuttosto capire che ciascuna di loro deve avere il coraggio di denunciare il fidanzato violento o il marito tiranno, le discriminazioni o la violenza domestica con il diritto di essere aiutate ed ascoltate.

Devono imparare a farlo senza nascondersi e senza paura semplicemente perché l’assoluta totalità dell’altro sesso è solidare con loro, non accetta metodi violenti ma quindi neppure di essere catalogato come tale.

La stragrande maggioranza degli uomini non è composto né da satiri né da “cattivi” ma - anzi - da milioni di persone che si sacrificano ogni giorno per la “loro” donna, esattamente come fa l’altro sesso nei loro confronti. Non è la differenza tra i sessi che genera violenza, ma singoli violenti che vanni fermati e condannati.

Soprattutto le statistiche europee sottolineano che non è più o meno violento un mondo “transgender” rispetto alla famiglia naturale, eppure questo è l’implicito messaggio che si vuol trasmettere. Non credo che a scuola possano o riescano a spiegarti bene lo schianto che avviene in un giovane cuore abbandonato, soprattutto se è la prima volta, ma visto che in Italia ci sono circa 4.000 suicidi l’anno (ovvero circa 30 VOLTE i femminicidi, tra cui moltissimi ragazzi, ragazze e giovanissimi) forse - oltre che andare in piazza - servirebbe dedicare più tempo, risorse, psicologici e affetto per aiutare chi sta male e si sente abbandonato, chi non accetta di essere lasciato.

Parlare, discutere, capire: servirebbe più dialogo tra le persone (e le generazioni) che invece non c’è più perché questa società l’ha abolito per renderlo “virtuale” e anche i raptus di violenza sono spesso collegati a troppe relazioni assurde, più o meno condivise sui “social” o inseguendo i “testimonial” che affrontano queste tematiche soprattutto peri loro personali interessi.

D'altronde si cresce così: avete presente i fanta-film che girano sugli schermi e sui telefonini tra mostri alati, draghi, eroi vendicatori che tirano frecce infuocate il tutto condito con una violenza inaudita, addirittura sublimata?

Ci rendiamo conto che questo è diventato il menu quotidiano di una intera generazione che non capisce più la differenza tra l’immagine di un’esplosione (vera) di un carro armato o un edificio urbano ripreso da un drone rispetto a un videogioco e non pensa alla morte (vera)in quell’attimo di persone umane?  

Dietro gli omicidi c’è spesso la morbosità, l’ignoranza, l’impreparazione psicologica a vivere relazioni stabili, anche perché pochi giovani hanno avuto il privilegio di avere dei genitori attenti, disponibili, aperti al confronto.

Ma si ammetta senza ipocrisie che questi sono anche i frutti dell’aver volutamente distrutto il modello di famiglia che era a base della nostra società per spingere verso altri modelli costruiti a tavolino, magari per creare tanti “buoni” cittadini progressisti.



 

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