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Il destino del Mediterraneo, crocevia del mondo tra storia di civiltà, inquietudine e speranza

Ho cercato di guardare al Mediterraneo sempre con gli occhi dell’uomo del passato.

E mi sono finto – dallo scoglio di Malta, alle rive del Peloponneso, dalle nere spiagge siciliane, dalle isole egee, alle insenature turche ai golfi africani – viaggiatore nello spazio liquido alla ricerca di rotte antiche sulle quali indirizzare il mio percorso sentimentale, convinto che è il Mediterraneo il grembo nel quale sono stato concepito.



Complice la lettura di un libro atipico di Georges Simenon, Il Mediterraneo in barca (Adelphi), raccolta di reportage pubblicati nel 1934 sulla rivista “Marianne”, ho riflettuto sulla singolare coincidenza tra la mia idea, suffragata da studi e viaggi, di “unità mediterranea” e quella dello scrittore belga che dalla sua crociera, raccontata letterariamente, sostanzialmente pervenne alla stessa conclusione.

E, come Simenon, ho sempre considerato il Mediterraneo come il mare dell’amore; sacro come ciò che dà la vita e la vita si riprende alla fine. Che poi io sia occidentale, europeo, greco, romano e cristiano poco importa. Potrei essere orientale, asiatico, politeista o islamico. Oppure scuro di carnagione, dionisiaco d’indole, levantino di costumi. Resterei sempre mediterraneo: l’identità indiscutibile di culture e civiltà che l’uomo del passato percepiva non conflittuali guardando il suo mare, come vorrei percepirle io quando mi affaccio sullo stesso mare, anzi mi getto in esso e da esso mi faccio possedere. 

E vorrei perdermi, con l’antico osservatore, tra i flutti o nelle burrasche; riemergere con lui tra nuove avventure sacrificando all’unico Dio senza dimenticare le divinità ancestrali dei padri che indirizzarono le vele verso porti sicuri. E poi vorrei ritrovarmi tra rovine amate come dentro casa mia, in compagnia di cantastorie egizi, fenici, anatolici, africani, ispanici, greci, dove le pietre scaldano come le religioni che custodiscono. 

Da Creta alla Sicilia alle Baleari vorrei navigare in linea retta come i fenici, raccogliendo le inquietudini del Mediterraneo, ma senza soffermarmi, con il rischio di perdermi e congedarmi dalla mia stessa anima, come Ulisse nei porti della virtù e del vizio.

Per quanto, da antico abitante marino, dovrei rendere omaggio all’eroe che l’ha solcato, primo ed ultimo danzatore sulle onde tra guerre ed amori.

Nessuno di noi, dopo di lui, tramontata l’età dell’oro, è stato una cosa sola con il Mediterraneo. L’alba è durata millenni e non s’è mai visto un altro veleggiare sostenuto da venti e da Dèi.

Soltanto nel 1571, il 7 ottobre,  l’Unico spinse la Verità alla vittoria, servito da don Giovanni d'Austria, da quel giorno Signore di Lepanto e difensore della Cristianità, mettendo fine alla più cruenta guerra civile mediterranea, quella tra le religioni, le civiltà, le culture figlie dello stesso mare. 

Sei anni prima, gli usurpatori aggressori dell'Europa si erano arenati davanti a Malta, difesa da un manipolo di cavalieri con la croce sul petto. 

Oggi si raccolgono frantumi sulla superficie liquida della nostra storia.

E le parole di Fernand Braudel acuiscono la nostalgia per ciò che non c’è più o che non riconosco più: “Che cos’è il Mediterraneo?  Mille cose al tempo stesso. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare ma una successione di mari. Non una civiltà ma più civiltà ammassate l’una sull’altra.

Il Mediterraneo è un antico crocevia. Da millenni tutto è confluito verso questo mare, scompigliando e arricchendo la sua storia”. 

Nel 1540 Carlo V giunse davanti ad Algeri, il mare in tempesta fece scontrare due delle sue navi: l’imperatore abbandonò, presago di un disastro più grande se si fosse ostinato nel tenere la rotta che si era prefisso.

È il disastro che vedo, cinque secoli dopo, affacciandomi, come spesso mi capita, sulle alture che dominano la baia d’Algeri: evitato allora, coltivato con maniacale perfidia oggi.

Il sangue lo vedo scorrere sull'acqua sporca del mare come  dove cinquant'anni fa galleggiavano  gioie e dolori nel sogno di una liberazione che è stata l’anticamera della tragedia: meglio i popoli vivi che quelli uccisi dall’odio. 

Dalla baia d’Algeri a Beirut, da un capo all’altro del Mediterraneo, lambendo le coste italiche ed ispaniche, l’inquietudine si tocca con mano, sfiorando il pelo dell’acqua.

Le civiltà non si riconoscono più.

Anzi, si detestano. Ed i popoli si offrono alla considerazione dell’uomo antico che li osserva come soggetti insoddisfatti. Nel Mediterraneo si addensano parole e crimini: i fiori dell’amore e della musica e della poesia che pure ingentilivano le crudeltà imperiali, papali o musulmane e lo Stupore del mondo benediceva l’arte come Adriano il conquistatore, sono scomparsi perfino nei recessi della memoria. 

L’identità del Mare Nostro è indecifrabile, forse non c’è più. Al suo posto rileviamo un lungo lamento che ci fa capire come la storia sia finita da un pezzo; la storia di un porto senz’anima dove s’incrociano traffici indifferenti ai popoli che sulle sue rive s’affacciano e vivono nel disinteresse dei padroni del mondo. E’ stato detto che oggi i Paesi del Mediterraneo non hanno altro in comune che l’insoddisfazione di chi li popola. Forse si dovrebbe aggiungere che esso è il contenitore di conflitti i cui rumori con difficoltà la vecchia Europa, rassicurata dal fatuo e pericolante benessere che produce, percepisce in maniera non adeguata.

Eppure dalle sue sponde risuonano grida che il Mediterraneo ha già conosciuto nelle molte età del ferro che l’hanno attraversato. Ma a differenza del passato, oggi non riesce a trovare un “centro ordinatore” in grado di indirizzare la convivenza tra i popoli nel senso della pace “non indifferente”, ma consapevole, fondata cioè sulla convivenza nella quale le culture abbiano riconoscimento e la vitalità di ogni etnia si armonizzi in un contesto di tolleranza. Difficile, naturalmente.

Ma da uomo del passato che ne ha viste tante, so che se l’Unione europea si sviluppa senza tener conto della sua “culla” mediterranea diventa perfino impossibile immaginare un destino diverso per il nostro mare, considerato come una vera e propria “linea di faglia” da abbattere per omologare genti, costumi, tradizioni, linguaggi - la sua ricchezza seducente – secondo stereotipi culturali e prepolitici estranei al modo d’essere dei popoli mediterranei. Manca, insomma, un principio ordinatore in grado di far diventare il Mediterraneo un “progetto”. 

Per quanto ben ispirate, le numerose convenzioni stipulate negli ultimi anni non hanno sortito gli effetti sperati.

La ragione è che nessun governo ha mai considerato il Mediterraneo per quello che è, vale a dire il “luogo” dell’incontro dove Oriente e Occidente, Cristianità e Islam, Sud e Nord del mondo, avventure dello spirito e disavventure dell’intelligenza incrociano le loro differenze e le loro speranze.  

Si può dire che soltanto Roma abbia compreso la “crucialità” del Mediterraneo. Ma Roma non è più da molto tempo “principio ordinatore”.

Da essa non passa la Storia.

E all’ombra delle immagini del passato non sboccia neppure un’idea che sia in grado di esercitare attrazione per quanti cercano occasione di pacificazione.

Chi può dispiegare quel “potere che trattiene”, come diceva San Paolo, il potere che impedisce il disordine totale? 

Torno sui miei scogli. Inquieto.

Come i miei contemporanei. Si sta male nel cuore di un mare che non si può solcare. Ascolto Bach, talvolta, interpretato da una grande pianista turca scoperta in una freddissima notte ad Ankara. Le “Fughe”sono europee, lo spirito è orientale. Come gli strumenti che l’accompagnano. L’effetto è sublime. Si chiama Anjelika Akbar. L’incontro è possibile, allora. 



 

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