• Silvano Moffa

Il futuro dell'Africa è in Africa

di Marco Valle

(il Giornale ed.)

La famosa antropologa americana Margaret Mead negli studi sui popoli primitivi ha dedicato un capitolo intero del suo “Popoli e Paesi” agli Ascianti, la tribù che viveva nelle foreste dell’Africa Occidentale, l’attuale Ghana.

Iniziando nel diciassettesimo secolo una politica di conquiste, questo popolo riuscì dapprima ad ottenere il controllo di un grande numero di tribù vicine che parlavano lingue consimili, poi, nel diciannovesimo secolo, riuscì a tener testa agli inglesi in ben otto campagne finché non venne sottomesso nel 1900.

Nessuno avrebbe potuto immaginare che gli Ascianti, una piccola tribù, avrebbero creato uno degli ultimi grandi regni dell’Africa Occidentale.

Margaret Mead nelle sue affascinanti ricerche racconta l’incredibile epopea di popoli africani capaci, a dispetto di ogni comune credenza, di organizzarsi militarmente e di dar vita ad una struttura sociale poggiante su un ordine sistematico fatto di legge, di regole, di costumi. Sarebbe bastato quest’esempio ad evitare di cedere al pregiudizio che spesso accompagna la narrazione dominante dell’Africa, presentata come un continente disastrato, stremato dai conflitti e dalle carestie.

Un “cuore di tenebra”, come denuncia Marco Valle nel suo pamphlet, “Il futuro dell’Africa è in Africa”, comparso recentemente in edicola con il Giornale.

Valle è un attento studioso dell’Africa, cui ha dedicato numerosi saggi.

In questo interessante libro unisce alla documentata disamina storica dei Paesi africani una lettura originale e assai pertinente della evoluzione di quei territori e delle relative nazioni.

Una chiave interpretativa, la sua, che rompe ricorrenti pregiudizi e offre al lettore lo spaccato reale di un’Africa plurale, non omogenea.



Semplificare significa travisare, ammonisce Marco Valle.

E se si vuol davvero capire quel continente misterioso, bisogna immergersi nella complessità dei suoi modelli culturali, politici, religiosi profondamente diversi e contraddittori.

Non a caso l’autore fa proprie le parole di Wilfried N’Sondè, una delle voci più interessanti della nuova letteratura africana: “le popolazioni hanno potenzialità non ancora prese in considerazioni.

La ricchezza dell’Africa è misurata in base alle sue materie prime, mentre vengono trascurate le immense risorse umane, il suo capitale più prezioso.

Stiamo parlando della popolazione più giovane del globo, vivaio d’energia, intelligenza, creatività, pronto ad essere formato, preparato ad innovare e affrontare in modo inedito le sfide del domani”.

Non una sola Africa, dunque, ma le Afriche con più volti e diverse velocità.

A partire dai modelli politici.

Dagli anni Novanta del secolo scorso, con lo snodo post apartheid del Sud Africa, si è allargata la fascia dei paesi che si sono aperti al multipartitismo e ad elezioni “finalmente credibili”.

Oggi il 43 per cento degli Stati sub-sahariani presenta standard democratici accettabili.

Nonostante le tante criticità di percorso, i sistemi più aperti e inclusivi hanno fatto segnare livelli di crescita degni di nota.

Fra i 25 Paesi le cui economie sono cresciute più rapidamente tra il 2007 e il 2019 ben 10 erano africane.

Secondo il Fondo monetario internazionale il solo Pil dell’intera regione sub-sahariana è aumentato del 54,2%.

Un promettente scenario le cui potenzialità non potevano sfuggire all’occhio attento e interessato di una potenza egemonica come la Cina i cui investimenti infrastrutturali nel continente africano si sono enormemente dilatati.

Una presenza che incute più di qualche timore agli occhi occidentali.

Dai porti ai sistemi logistici, dai nuovi assi stradali alle reti di collegamento, alle innovazioni tecnologiche, alle start up: è tutto un fiorire di polarità strategiche dal forte impatto sociale ed economico.

Sono le African valleys, i nuovi sorprendenti poli tecnologici del continente.



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