• Silvano Moffa

La guerra, l'Occidente, la speranza

Occidente in crisi, in declino, sotto scacco.

La guerra Russo-Ucraina, al di là di come andrà a finire, ha svelato, ove ce ne fosse stato il bisogno, le condizioni di precarietà di uno status e di un modello che per lungo tempo ci eravamo abituati a considerare solido, invincibile, persino qualitativamente superiore rispetto a qualunque altro, in grado di far scuola e contaminare il mondo con i suoi valori liberali e universali, con la sua pervicace difesa dei diritti della persona e il concepimento di una sfera giuridica entro la quale garantire la civile convivenza di una comunità. Come siamo sprofondati in condizioni di così precaria debolezza?

“Se si vuol sapere in che forma il destino della civiltà occidentale si compirà nel futuro – scriveva, all’inizio del secolo scorso, Oswad Splenger ne Il tramonto dell’Occidente – bisogna prima sapere che cosa sia una civiltà, in che rapporto essa sta con la storia visibile, con la vita, con l’animo, con la natura, con lo spirito, in quali forme essa si manifesta e in che misura quelle forme ( che sono popoli, lingue ed epoche, battaglie e idee, Stati e déi, arti e opere d’arte, scienze, diritti, forme economiche e visioni del mondo, grandi personalità e grandi avvenimenti) abbiano valore di simboli e come tali vadano interpretate”.

Per trovare risposte alla domanda che abbiamo posto, bisogna partire proprio da qui: analizzare le cause che hanno provocato la perdita di senso e di valore della nostra Civiltà, il suo regredire verso forme che appaino irreversibili.

Se agli occhi di Mosca e di Pechino, per non parlare del mondo arabo-islamico, noi appariamo come quelli che hanno rinunciato a difendere i propri valori, il proprio Credo religioso, la propria identità, la propria storia, la propria cultura, è naturale che ci sia il riflesso di una perdita di peso, di influenza, di considerazione sul nostro carattere, il nostro ruolo e le nostre ambizioni in quella parte del mondo governato da sistemi autoritari che non hanno nulla in comune con le nostre democrazie.

Di più. Nella manifesta debolezza delle democrazie liberali essi scorgono i segni di un declino, cui opporre i propri sistemi oligarchici, autoritari, dittatoriali.

Ha ragione Federico Rampini nel dire che dietro l’invasione dell’Ucraina ordinata dal Cremlino non c’è solo una generica mossa geopolitica; alla radice c’è il nostro vacillare sociale, culturale, economico, istituzionale e ovviamente politico.

Chi è causa del suo male pianga sé stesso. E l’Occidente - ossia noi tutti - deve guardare dentro casa, senza ipocrisie e infingimenti.

Dobbiamo farlo. Ce ne va del nostro futuro e di quello dei nostri figli.

Se c’è una parte del mondo che ci disprezza, dopo aver approfittato delle nostre leggerezze, oltre che della nostra superficiale ricerca di ricchezza sulle ali del turbocapitalismo e di una globalizzazione senza regole, sospinta in avanti a prescindere dalle conseguenze che ne sarebbero derivate nel lungo tempo; se oggi paghiamo lo scotto, anche in termini economici e di approvvigionamento energetico, della delocalizzazione delle nostre imprese nell’altra parte dell’emisfero alla ricerca di lavoro a basso costo e della rinuncia europea a sviluppare politiche comuni nel campo energetico che fossero in grado di garantire un livello decente di autonomia e non essere totalmente dipendenti da quei regimi autocratici e dittatoriali; se l’Unione europea si fosse, da tempo, dotata di una difesa comune e di una politica economico-sociale improntata all’equilibrio tra Stato e mercato, sulle orme del “capitalismo renano”, invece di lasciarsi sedurre dal modello di capitalismo anglosassone, dove la finanza assorbe e condiziona l’intero sistema economico e aver, peraltro, aderito a quest’ultimo modello senza un minimo di critica e di regole; se, dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del mondo bipolare, con l’affacciarsi sulla scacchiera internazionale di nuove potenze come la Cina, l’India e di nuove realtà economiche , dal Brasile all’Africa ai Paesi del sudest asiatico, l’Europa, pur nella ridefinizione dell’Alleanza Atlantica e a fronte del mutato interesse statunitense verso di essa, a maggior ragione all’indomani dell’ abbandono delle truppe americane dall’Afghanistan e del vergognoso lasciapassare concesso da Joe Biden ai miliziani talebani, riportando quel Paese a venti anni addietro e precipitandolo in condizioni disastrose, con la popolazione ridotta alla fame, in balia degli aguzzini del fondamentalismo islamico, delle loro orribili vendette e ritorsioni; se, di fronte a tali cambiamenti ed epocali sconvolgimenti, l’Europa avesse cambiato passo e assunto su di sé l’onere e la responsabilità di una Potenza che si senta tale per storia, cultura, tradizioni, autonoma nelle sue politiche e nelle sue scelte, capace di onorare l’Alleanza atlantica e l’adesione alla Nato, senza esserne in alcun modo succube, bè, forse non ci scopriremmo così fragili nello snodo di epoca e di civiltà che stiamo vivendo.

Perché di snodo si tratta.

Di un passaggio epocale di cui è difficile decifrare lo sbocco.

E torniamo al punto di domanda iniziale. Perché l’Occidente è in declino?

Lo è soltanto per i fattori indicati che riguardano quel che Spengler chiamava “storia visibile” o lo è anche, direi soprattutto, per qualcosa di più profondo e di più lacerante: la rinuncia a difendere la sua identità, i suoi valori, la sua religione? In una parola, la sua stessa natura? Non ci riferiamo unicamente al sistema democratico.

La crisi del sistema democratico in Italia la stiamo misurando nella perdita di ruolo dei partiti, nel degrado della politica, nella inadeguatezza del sistema istituzionale, nelle sue varie componenti, nei limiti di una classe dirigente sempre più impreparata e inconcludente, nel crescente astensionismo elettorale, nella stessa natura dei governi degli ultimi anni, ormai a preminenza esclusiva di personalità tecniche non legittimate dal voto popolare.

Su più larga scala, i sistemi democratici mostrano limiti e vanno in crisi per la farraginosità delle procedure, la difficoltà dei ricambi oppure, e questo nell’Occidente è un elemento costante, per il dominio dell’economia (finanziaria) sulla politica.

Ci riferiamo, piuttosto, allo svuotamento cronico di quella clessidra di valori il cui contenuto ha forgiato ed educato intere generazioni.

Nel crogiuolo appagante di un benessere armato di nuove e sempre più sofisticate tecnologie, sostenuto da una dilagante comunicazione/informazione scarsamente selettiva, abbiamo assistito al depauperamento delle agenzie di senso, ormai soppiantate dal linguaggio dei social.

Così è venuta meno la funzione di orientamento della opinione pubblica.

E’ crollato il senso dello Stato. Barcolliamo nel buio, come buoi usciti dalla stalla in una notte priva di plenilunio.

Sull’ambiente, sul diritto alla vita, sul senso religioso, sul ruolo della famiglia e la sua stessa naturale composizione, sull’educazione dei figli e un sistema scolastico che vacilla sotto i colpi di un insegnamento senza costrutto messo ai margini dal disinteresse dei politici, sul sesso, sulla stessa idea di società abbiamo mandato in soffitta riferimenti, certezze, convinzioni.

Nella società del declino abbiamo lasciato che valori portanti sfiorissero e non fossero, almeno, sostituiti con altri di altrettanta forza ed efficacia.

Da questa decomposizione del quadro di riferimento non siamo usciti se non con una generale, drammatica confusione di ruoli, idee, posizioni, interpretazioni. Una disarticolazione globale.

In questa generale confusione, i nostri antagonisti, in termini geopolitici e di civiltà, come la Cina e la Russia, che cosa dovevano cogliere se non la sensazione di un tramonto irreversibile dell’Impero occidentale?

Corsi e ricorsi della storia, per dirla con Giambattista Vico.

Chissà, forse la guerra in Ucraina, tra le tante sofferenze e apprensioni che stanno vivendo quelle popolazioni, potrebbe scuoterci dal torpore.

Lo speriamo. Non è mai troppo tardi per ridare senso e valore alla nostra Civiltà.

Per rimetterci in cammino.


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