• Silvano Moffa

La linea rossa La linea rossa.La devastazione della Siriae la corsa per distruggere il più perico

La devastazione della Siria e la corsa per distruggere il più pericoloso arsenale del mondo


Autore: Joby Warrick

Edizione La Nave di Teseo

Joby Warrick, professione reporter per The Washington Post, insignito due volte del Premio Pulitzer per la sua attività giornalistica e per Bandiere nere. La nascita dell’Isis (ed. La nave di Teseo), torna in libreria con un nuovo, poderoso volume di inchiesta dedicato alle vicende della Siria e, in particolare, a quella che negli ambienti dei servizi segreti americani, veniva chiamata la Linea rossa, ossia il confine segnato dall’uso delle armi chimiche di massa, cui il presidente Bashar al-Assad minacciava di ricorrere, ed effettivamente vi ha fatto ricorso, per mantenere il potere in una Siria flagellata dalla guerra civile.

La linea rossa. La devastazione della Siria e la corsa per distruggere il più pericoloso arsenale del mondo, pubblicato da “La nave di Teseo”, offre una narrazione coinvolgere e documentata di quel che avvenne nell’agosto 2012, quando il ras siriano ordinò di bombardare il sobborgo di Ghouta, a Damasco, con gas sarin, uccidendo centinaia di civili e scatenando la reazione internazionale di fronte a quell’orrore. Joby Warrick ricostruisce le fasi di una vicenda che, tra intrecci diplomatici, ispezioni complesse e osteggiate, giochi di potere tra grandi potenze, spionaggi e il dramma di popolazioni inermi, uomini, donne e bambini lasciati morire tra indicibili sofferenze, si è consumata in quell’angolo del mondo al cospetto di un Occidente incapace di assumere decisioni definitive per sradicare il terrorismo e i suoi complici.

Il recente, triste epilogo della missione in terra afghana, le cui immagini sono ancora impresse nei nostri occhi, rende il libro ancora più interessante per chi voglia capire di più di quel che accade in quella porzione di mondo.

La Siria ha rappresentato e rappresenta ancora un nodo strategico nello scacchiere del Medio Oriente.

Quando la Russia si offrì di mediare per ottenere da Bashar al-Assad l’impegno a dismettere la costruzione e l’uso di armi chimiche, Obama decise di inviare le truppe americane per eliminare i pericolosi ordigni.

Ha inizio, da quel momento, una corsa contro il tempo per scovare gli arsenali siriani, rimuovere e distruggere 1.300 tonnellate di armi chimiche.

Tutto mentre divampava una cruenta guerra civile.

Non ci volle molto però a capire che Putin, in quella guerra, giocava una doppia partita ed era schierato a difesa del regime di Assad, ritenuto un alleato fondamentale.

L’Isis, dal canto suo, impegnato a costruire, in quel territorio devastato dal conflitto, il suo califfatto aveva tutto l’interesse a recuperare quelle armi letali per usarle ai propri scopi.

La storia raccontata da Joby Warrick con grande maestria si dipana attraverso una fitta rete di amicizie, tradimenti, sotterfugi, scoperte, scambi di informazioni segrete. Prende le mosse dal ruolo di un professore e scienziato di vaglia, conosciuto dalla Cia.

Un siriano che “era in una posizione perfetta per il lavoro di spionaggio, con una professione che gli consentiva privilegi negati ai siriani comuni”.

Aveva trascorso la giovinezza negli Stati Uniti “dove era andato a scuola, aveva mangiato cheeseburger, praticato sport e aveva addirittura fatto parte dei Boy Scout, prima di tornare in patria e diventare un esperto nella produzione di sostanze chimiche finalizzate all’uccisione di esseri umani”.

Si faceva chiamare Ayman, ma il suo vero nome lo conoscevano in pochi.

Sarà proprio lui, questo chimico ricco che viveva con due mogli al centro di Damasco, a sviluppare un sistema combinato per realizzare gas nervino, senza dover spendere cifre astronomiche per realizzare gli ordigni, a svelare ai servizi americani l’esistenza di laboratori in cui i vertici militari sperimentavano le nuove armi.

Mentre infuriavano attentati, bombardamenti in ogni parte del paese e giungevano notizie agghiaccianti di stragi e morti ammazzati senza l’uso di armi convenzionali, si faceva largo il sospetto che dietro quegli eccidi ci fosse proprio l’uso dei gas assassini.

Così entrano in scena gli ispettori dell’Onu inviati sul posto per raccogliere prove definitive a fronte dell’atteggiamento di Assad il quale continuava a negare quel che, nel volgere del tempo, appariva sempre più come elemento inconfutabile delle sue azioni: l’uso sistematico di gas sarin per sgominare i suoi avversari.

La linea rossa fissata da Obama e dalla Cia era stata abbondantemente scavalcata, quando gli americani e i loro alleati decidono di passare ad interventi più risoluti per smascherare il regime siriano. Ma qui la matassa si complica ancor di più. Warrick, documenti alla mano, descrive con esattezza il susseguirsi di controlli ispettivi, di missioni diplomatiche, di interventi dei servizi per raccogliere prove certe e inchiodare il ras siriano alle sue responsabilità di fronte all’intera umanità. “Ottenere prove in una zona di guerra non era mai semplice, ma da una rapida lettura dei reportage occidentali i fatti sembravano abbastanza chiari: un aereo siriano aveva lanciato una bomba e subito dopo centinaia di persone avevano manifestato i sintomi dell’esposizione a un agente nervino. Più di cento alla fine erano decedute”.

“Il problema era che la Siria e i suoi alleati – spiega Warrick – avevano una visione della realtà in netto contrasto con gli articoli dei giornali e con i notiziari televisivi occidentali.

La Siria continuava a dichiarare di non possedere più sarin, avendo distrutto le sue riserve sotto la supervisione internazionale nel 2014”.

E se pure ammetteva che era stato un aereo siriano a sganciare bombe su delle posizioni ribelli come a Khan Sheikhoun, una delle tante località martellate durante la guerra, non erano stati loro a diffondere gas nervino tra la popolazione.

Se qualcuno era morto a causa di quelle esalazioni non era opera di Damasco.

I funzionari siriani proponevano molte teorie alternative e versioni diverse.

In una di queste occasioni Assad era arrivato perfino a dire che gli attacchi erano una messinscena e i bambini “morti” erano attori. ”Storie che sembravano inverosimili e tuttavia ripetute e convalidate da un membro del consiglio di sicurezza dell’Onu: la Russia”.

Fatto sta che né la diplomazia di Obama, né gli attacchi aerei di Trump nel 2017 e nel 2018 hanno indotto Assad a rispettare le regole internazionali.

Né si è riusciti a distruggere gli arsenali di armi chimiche. “L’effetto deterrente dei missili sul dittatore siriano si era rivelato solo momentaneo”.

La linea rossa, quel confine segnato dalle strategie dei militari americani e ben impresso nella mente degli inquilini della Casa Bianca, è apparso solo un limite fittizio.

A guerra finita, in Siria erano rimaste soltanto le macerie. “L’intero paese era in rovina, con una devastazione paragonabile a quella della Germania e del Giappone al termine della seconda guerra mondiale – annota il premio Pulitzer – Nel 2020 i morti raggiungevano la cifra di mezzo milione.

Altri sette milioni di siriani erano profughi permanenti, molti scacciati dai paesi di adozione, con un futuro incerto.

Un’intera generazione di bambini stava crescendo del tutto o in gran parte senza istruzione scolastica, il che li rendeva vulnerabili a povertà, radicalizzazione e violenza”.




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