• Giulia Papaleo

Lavoro agile, si...però

Nuove regole per garantire diritti e doveri nella PA e nel settore privato.

Il panorama del lavoro è cambiato radicalmente e irrevocabilmente dall'avvento del COVID-19.

“Lavorare da casa”, inizialmente considerata come una misura temporanea, una risposta tattica alla crisi a breve termine, è diventata una pratica sempre più consolidata per dipendenti e aziende che ora ne apprezzano i vantaggi e basano la pianificazione su un nuovo modello organizzativo e di gestione della forza lavoro.

L’emergenza ha costretto a una ripensamento complessivo dell’organizzazione del lavoro, rivedendo i parametri basilari del rapporto di subordinazione, ovvero luogo e tempo, e rivalutando la relazione tra datore di lavoro e lavoratori.

Nella prima fase dell’emergenza i lavoratori si sono visti “catapultati” nel lavoro a distanza senza ricevere nella maggior parte dei casi indicazioni chiare su luogo e orario, verificandosi così una ipertrofia dei tempi di lavoro, che si sono spesso dilatati a dismisura e senza controllo.

Man mano però le aziende hanno regolato il “lavoro da casa”, con gli strumenti offerti dal legislatore già prima della pandemia, in particolare la L.81/2017 sul lavoro agile, e mitigato la misura, per adattare l’istituto alle esigenze tecnico operative e di controllo, sia lato azienda sia lato forza lavoro, con accordi specifici con le organizzazioni sindacali, prediligendo maggiormente la forma del “lavoro ibrido”, specie per quelle aziende di servizi le cui attività possono essere svolte in remoto senza impatti sulla qualità e l’efficienza del servizo.

Amazon, Microsoft, Wind3, Hewlett & Packard, DXC Techology , solo qualche nome di grandi colossi che in tutto il mondo e anche in Italia, dove il fenomeno coinvolge anche le PMI, hanno colto l’opportunità per un nuovo modello, che di fatto punta tutto sulla maggiore responsabilizzazione della forza lavoro che agisce per obiettivi chiari e misurabili e su un sistema di monitoraggio delle performance che richiede frequenti feed-back e modalità di comunicazione e collaborazione nuove, strutturate e digitalizzate, innovative.

Infatti, questa trasformazione, che riguarda non solo il nostro Paese ma il mondo delle aziende dell’intero pianeta, potrà offrire vantaggi duraturi e conseguenze positive a tempo indeterminato, in particolare stimolando una impennata della produttività, come evidenziato da uno studio condotto in America e riportato anche da Bloomberg: lo smart-working è di fatto una grande leva per far ripartire la produttività economica e per accelerare l’innovazione, con un forte ritorno dagli investimenti nella digitalizzazione, la riduzione dei tempi di spostamento, una migliore qualità del livello di life-work balance che produce un percepito tra i lavoratori di maggiore soddisfazione, autonomia e riconoscimento delle responsabilità e dei risultati.

Il lavoro totalmente in smart o in forma ibrida ha anche il potenziale per incoraggiare nella forza lavoro una platea più diversificata di persone, minimizzando il gender gap, e soprattutto, liberandosi dal vincolo del luogo di lavoro, ha la capacità di attrarre talenti e competenze su tutto il territorio nazionale, anche laddove le aziende non hanno sedi operative, limitando le discriminazioni geografiche, e riaprendo con stimolante energia anche la tematica del ripopolamento dei borghi, dello sviluppo di territori depressi e/o comunque lontani dai grossi centri urbani, il che potrà favorire nel tempo una distribuzione dei redditi più equa, con benefici economici e di sostenibilità sociale e ambientale (verso una transizione ecologica).


Siamo davanti al diffondersi di una nuova filosofia manageriale che richiede:

· il ridisegno organizzativo dei processi in ottica Smart;

· la identificazione di nuovi profili di smart worker, con lo sviluppo di nuove competenze e soft skills e la capacità di lavorare per obiettivi;

· la massima attenzione per la comprensione degli impatti sui lavoratori, in termini di benefici e criticità, del nuovo modo di lavorare dal punto di vista psicologico (benessere, stress, richio di isolamento…), organizzativo (produttività, engagement, employability…) e sociale (cambiamento degli stili di vita);

· l’evoluzione degli spazi di lavoro sia nelle sedi aziendali sia nelle abitazioni private alla luce delle nuove esigenze, col diffondersi non solo di ambienti di co-worker ma anche di co - living;

· l’implementazione delle tecnologie digitali più innovative) a supporto dello Smart Working (es. social collaboration, unified communication, virtualizzazione, tecnologie di smart office).

Questi profondi cambiamenti impongono con urgenza l’esame delle implicazioni a lungo termine per il business, anche e in particolare per quanto riguarda la sicurezza informatica.

L'ondata di lavoro a distanza ha portato ad un uso diffuso di dispositivi personali e reti non protette che aumentano la vulnerabilità e mettono a rischio i dati aziendali sensibili; può essere facile commettere errori od omissioni quando si ha fretta di implementare nuovi processi e tecnologie.

I perimetri di sicurezza diventano più fluidi perciò diventa rilevante per le aziende rivalutare con attenzione le misure di sicurezza implementate e assicurarsi di non aver trascurato vulnerabilità chiave, adottando una governance dei processi adeguata e tecnologie e processi di monitoraggio sempre aggiornati, con un nuovo modo di pensare alla sicurezza, con un cambio di paradigma per le organizzazioni che consiste nel passare dalla creazione della sicurezza attorno a un'infrastruttura di rete tradizionale alla protezione dei dati stessi tramite modelli di sicurezza come Zero Trust che consentono alle organizzazioni di adottare un approccio senza perimetro, in cui i dispositivi non sono attendibili per impostazione predefinita, anche se connessi alla rete e precedentemente verificati.

La sfida è davvero grande per il mondo delle aziende e forse è davvero ancora troppo grande la rivoluzione culturale che deve affrontare la nostra Pubblica Amministrazione che, in questo scenario e in totale controtendenza, sta tornando alla prepandemica vecchia “normalità”, col rientro in presenza a partire dal 15 ottobre 2021, quindi ancora prima della scadenza fissata dalla disciplina emergenziale per il prossimo 31 dicembre.

Un quasi “tutti in ufficio” promosso nel nome della volontà di “dare gambe alla crescita”, per una maggiore continuità nell’erogazione dei servizi, dando il massimo supporto alla ripresa e al fine di creare reddito con i dipendenti pubblici che si spostano e consumano al bar.

Ora anche nel pubblico ci sono amministrazioni che hanno raggiunto inattesi risultati di produttività, anche oltre le aspettative, altre invece dove lo smart working non ha funzionato e tuttavia è troppo lenta la verifica delle responsabilità.

L’impegno per le PA è quello di predisporre i POLA (piano organizzativo per il lavoro agile) entro il 31 gennaio di ogni anno e anche il P.I.A.O. (Piano Integrato di Attività e Organizzazione), ma soprattutto quello di non perdere l’appuntamento con l’innovazione e un refresh dell’organizzazione del lavoro, anche considerando per gli obiettivi del Pnrr fortemente correlati alla efficienza del sistema pubblico.

Il ricorso al lavoro agile consente economie di scala e rappresenta anche uno snodo trasversale decisivo per la realizzazione dei molti punti previsti dal Pnrr, avendo la potenzialità di incidere non solo sul mondo del lavoro ma anche su digitalizzazione, salute, semplificazione e sburocratizzazione della PA, ambiente, giustizia, come evidenziato dalla segreteria della Codirp (Confederazione della dirigenza pubblica), in una recente audizione in Commissione Lavoro alla Camera, auspicando una trasversalità di interventi da diversi ministeri perchè si arrivi a una riforma che introduca la organizzazione digitale e il lavoro agile nelle contrattazione collettiva per non lasciarlo al potere delle singole amministrazioni.

Davvero si auspica che la PA, così come anche le aziende nel settore privato, in Italia, sappiano cogliere l’opportunità di trovare quel volano che lanci l’economia del Paese su basi di efficienza e produttività, ottimizzando la struttura dei costi e preservando sempre l’occupazione e l’equilibrio delicato tra smart working e smart life, per garantire sempre una gestione intelligente di risorse preziose e capitale umano, sapendo rispondere al cambiamento con prontezza e simultanea capacità di pianificazione.

Solo il tempo e l’impegno di molti potranno stabilire se questa svolta è solo una tendenza del momento o una nuova era nel mondo del lavoro e della vita dei lavoratori.

E’ una scommessa su cui conviene indagare e investire per non mancare all’appuntamento col futuro.





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