• Silvano Moffa

Le nostre libertà ferite

Perdonate se vado giù dritto, ma ormai non è più tempo di elucubrazioni.

Né di defatiganti, inconcludenti discussioni sul sesso degli angeli.

Intanto perché di angeli non se ne vedono all’orizzonte, tranne quelli che custodiamo con religioso ossequio nell’intimità del nostro cuore.

E poi, soprattutto, perché ormai ne abbiamo sopportato abbastanza per continuare a pensare che ogni malanno di questa scombinata Italia si risolva da sé, puntando sul fattore “fortuna”, su quella dea bendata che, è vero, più di una volta ci ha soccorso, in passato, quando rasentavamo il baratro.

Non che la fortuna non serva.

Per carità, è un fattore importante nella vita di ogni persona, figuriamoci per la vita di uno Stato e di una Nazione.

Ma da sola la fortuna non basta, se non ci mettiamo del nostro.

Se non immettiamo energia nuova, idee intelligenti e tenace determinazione nel perseguire obiettivi che, più ci si lascia assorbire nell’inerzia e intorbidire nelle intenzioni, più si allontanano dall’orizzonte.

Prendiamo quelle due tre cose di questo inizio del nuovo anno che è proprio difficile digerire. E che, purtroppo, nella pressoché totale assenza di una informazione degna di questo nome, nel dilagante imperio del pensiero unico e unificante, e nel più ancor sconcertante silenzio della politica, sono scomparse dal calendario e cancellate dal dibattito.

Iniziamo dalla questione Giustizia.

Non siamo i soli a pensare e a dire che il sistema giustizia, nel nostro Paese, è allo sfascio. Lo hanno detto e scritto personaggi ben più autorevoli.

Un esperto del settore come Luciano Violante, anni fa, diede alle stampe un libro dal titolo inequivocabile: “Magistrati”.

Un pamphlet incentrato sul rapporto fra politica e giustizia, assai chiaro nel definire i contorni di una patologia del sistema diventata cronica e strutturale.

“I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono”, scriveva Francis Bacon quattro secoli fa.

A tutt’oggi, rilevava Violante, il trono ambisce a schiacciare i leoni e i leoni manifestano una certa propensione a sedersi sul trono.

Rispetto a quella riuscita metafora, ci pare di poter aggiungere che ormai il trono è stato occupato dai giudici e sono loro a detenerne il Potere nella sua valenza ed effettiva essenza.

Quell’ambizione si è, dunque, concretizzata.

E questa è una anomalia del sistema democratico.

Più recentemente, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il ministro della Giustizia, Marta Cartabia ha definito la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura “necessaria e ineludibile”.

Parole pronunciate alla presenza del Capo dello Stato, che presiede il Csm e dei titolari delle più alte cariche della Cassazione, che ne sono membri di diritto.

“E tuttavia – scrive Carlo Nordio, eccellente magistrato di lungo corso ormai in pensione – neanche questa riforma sarebbe sufficiente a riportare tra i cittadini la fiducia nel nostro sistema giudiziario”. Perché? E’ facile spiegarlo.

Esattamente il giorno prima della solenne cerimonia del Palazzaccio, il Csm - ossia l’organo che, a nostro avviso, dopo le clamorose denunce di Palamara e gli sconcertanti scandali venuti alla luce sulle nomine dei giudici e i conflitti tra Procure, avrebbe dovuto essere sciolto – ha rinominato alle supreme cariche della Cassazione le stesse figure che, una settimana prima, il Consiglio di Stato, ovvero il supremo organo della giustizia amministrativa, aveva bocciato ritenendole illegittime, in quanto sorrette da una motivazione “irragionevole e gravemente carente”.

Ora, annota sempre Carlo Nordio: “Qui non si tratta del vecchio e annoso conflitto tra pretori di provincia sulla liceità del topless sulle spiagge.

Qui abbiamo di fronte due organi essenziali del nostro sistema: quello che controlla i giudici e quello che controlla l’amministrazione”.

Insomma, siamo di fonte all’ennesimo conflitto tra due entità dello Stato.

L’impressione che si ricava è di una totale confusione di ruoli e di funzioni.

Con l’aggravante dei due pesi e due misure. In occasione della indicazione del capo della Procura di Roma, a fronte della bocciatura del Consiglio di Stato della nomina del dottor Prestipino effettuata dal Csm, quest’ultimo aveva riesaminato la questione, e lo aveva sostituito con il più titolato dottor Lo Voi. Due pesi e due misure, appunto.

Comunque, quanto basta per far rilevare incongruenze, difformità di atteggiamenti, se non vere e proprie illegittimità che non possono che far illanguidire anche l’ultimo afflato di fiducia dei cittadini verso la giustizia, ammesso che ne residui ancora un briciolo.

Di qui una prima conclusione.



Pensate davvero che bastino le prefiche del Guardasigilli, per quanto competente, o le periodiche dichiarazioni del politico di turno a prendere di petto e finalmente risolvere un problema di tale portata?

In uno sbilanciamento di poteri così evidente e mostruoso, come potrà mai l’attuale Parlamento assumersi l’onere di una riforma della Giustizia che, partendo dal Csm e dalla separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante approdi alla responsabilità civile dei magistrati? Nutriamo in proposito più di qualche ragionevole dubbio.

Allora non resta che confidare nel referendum popolare indetto su queste materie dai radicali, con la speranza che i cittadini si mostrino pronti a cogliere forse una delle ultime possibilità rimaste di riordinare il sistema e gettare le basi per una giustizia giusta.

Veniamo ad un’altra ragione della nostra premessa repulsione.

Giorni fa ha fatto il suo ingresso nelle librerie l’ultimo libro di Simona Colarizzi, docente emerito di Storia contemporanea all’Università di Roma, La Sapienza, e autorevole studiosa dei partiti e dei movimenti politici e sindacali.

Si intitola: “Passatopresente. Alle origini dell’oggi 1989-1994”.

E’ una descrizione analitica, a tratti dirompente, del crollo della Prima Repubblica.

Trent’anni fa ci fu la frattura da cui è iniziato il declino che oggi viviamo.

Passatopresente cerca risposte ai tanti interrogativi con i quali ancora dobbiamo fare i conti. Si pensi, per esempio, al fatto che l’Italia sia stata l’unico Paese dell’Occidente a veder dissolta la sua classe dirigente dopo il crollo del Muro di Berlino, a quali furono le cause e quale incidenza ebbero sugli equilibri fra i poteri le inchieste di Mani pulite e come sia stato possibile, nel frastuono e nell’accavallarsi degli eventi, l’avvento di una devastante vena populista, capace di infliggere l’ultimo colpo alla Politica nel nome di un giacobinismo talmente giacobino da finire con il divorare i suoi stessi figli. Vedi la fine che sta facendo il grillismo.

Colarizzi ci offre il ritratto spietato di un’epoca al cui epilogo stiamo forse assistendo.

Dove la ricerca del colpevole non è la trama di un film di Hitchcock, bensì la consapevole certezza di una colpa collettiva, in cui ognuno porta la sua dose di responsabilità.

E’ la storia di una lunga- e ancora irrisolta – transizione di un Paese che pensava di autoassolversi nel nome di un giudizio manicheo per cui la politica è corrotta e il paese civile è sano, integro, moralmente ed eticamente.

E’ la vicenda di un popolo che ha finito con il soccombere al mito della sua superiorità, mentre quest’ultima era appena presunta e immaginata, ma mai effettivamente esercitata.

Tant’è che sono lustri che a guidare il governo viene chiamato chi non è stato eletto. Per non parlare della terribile attuale condizione in cui sta sprofondando il Paese per gli effetti di una pandemia che, oltre la salute, ha fortemente intaccato le nostre libertà e l’essenza della nostra vita in comune.

Da più parti si invoca il ritorno alla normalità. Sacrosanto.

Ma sappiamo tutti che neanche il vaccinarsi collettivo è garanzia di ritorno alla normalità.

E poi ci chiediamo: la “normalità”, per come l’abbiamo vissuta, ha ancora un senso?

Quali saranno i caratteri della nuova “normalità”.

Quale “normalità” dovremo vivere in futuro. Ecco un punto su cui varrebbe la pena riflettere.

Non foss’altro per capire da dove partire per rimettere in moto una macchina spenta.

La macchina delle nostre passioni e dei nostri desideri. La macchina della nostra Civiltà.


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