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Lo Spy balloon gate ci dice che è ancora inverno pieno tra Stati Uniti e Cina

Facciamo un passo indietro.

Un aereo spia americano viene intercettato nell’aprile del 2001 vicino la costa cinese, viene obbligato ad atterrare sull’isola di Hainan, nella Cina meridionale, dopo una prova di forza aerea di due caccia cinesi, e viene tenuto in ostaggio fino al successivo luglio. Dopodiché i cinesi smontano ed esaminano ogni centimetro di quell’aereo aprendo una delle più grandi crisi tra gli Stati Uniti e la Cina, almeno fino all’arrivo dell’allora segretario di Stato Colin Powell, settimane a seguire, andato in visita a Pechino per una missione distensiva. La crisi dell’aprile 2001 viene considerata ancora oggi una delle crisi più critiche della storia dei rapporti bilaterali tra Cina e Stati Uniti che, nonostante l’evoluzione degli eventi a seguire, non hanno mai interrotto l’attività di spionaggio reciproca attraverso droni e satelliti.

Ventidue anni dopo la situazione viene traslata a parti invertite, e ci ricorda di quanto i giochi di forza rispetto ad allora sono cambiati: la Cina fa oramai parte del WTO (organizzazione mondiale del commercio) e l’America nel frattempo è stata impegnata su più fronti, che le hanno ricordato che nessun Paese può essere considerato invincibile. Il 3 febbraio scorso un pallone del diametro di tre scuolabus viene avvistato sopra i cieli statunitensi e viene abbattuto da un missile, una volta arrivato al largo del mare della Carolina del Sud. Nelle settimane successive altre tre oggetti più piccoli non identificati vengono avvistati dall’aeronautica americana mentre sorvolavano l’Alaska, il territorio canadese dello Yukon e il lago Huron, al confine con la regione canadese dei Grandi Laghi.

L’avvistamento che insospettisce di più è tuttavia il primo. Per gli americani è subito allarme: sembra essere un pallone aerostatico cinese, mandato a raccogliere informazioni. Pechino replica prontamente avanzando la teoria di un pallone ad uso civile per delle rilevazioni meteo finito fuori rotta.

L’amministrazione Biden resta scettica e nel dubbio decide di abbatterlo.

Sembra di leggere la scena di un film, ma questo presunto errore rischia di minare permanentemente i rapporti già difficili tra Cina e Stati Uniti che, tuttavia, sembravano aver visto un momento di distensione a partire dallo scorso G20. Pechino, a seguito dell’abbattimento del pallone, si è stizzita e pare abbia smesso anche di rispondere alle telefonate del Pentagono.

Inoltre, ha ribattuto che soltanto nell’ultimo anno sono stati inviati circa dieci palloni aerostatici americani sulla costa orientale asiatica. Notizia ovviamente smentita dagli Stati Uniti.

Il punto è che già altri oggetti volanti erano stati avvistati sui cieli americani, ma la particolarità di quest’ultimo è il fatto di aver fluttuato per giorni sul Montana dove, fatalità, si trovano alcune installazioni nucleari americane. Oltretutto, la tempistica. Proprio in quei giorni erano in corso gli ultimi preparativi per la visita ufficiale del Segretario di Stato Blinken in Cina, dove avrebbe incontrato il suo corrispettivo cinese e avrebbe forse preparato il terreno per un ulteriore visita istituzionale. Ovviamente, dopo la vicenda, la visita è rimandata a data da destinarsi, col rischio di un’ulteriore chiusura dei rapporti e di far saltare ogni prova di dialogo.

Rimane lecito domandarsi, se fossero fondate le accuse americane, perché scegliere banalmente un pallone e non ad esempio un drone o un satellite?

In realtà le motivazioni ci sarebbero anche. Intanto, motivazioni logistiche.

I palloni aerostatici costano meno di un satellite, sono molto leggeri e sono in grado di volare oltre i 24000 metri di altezza, al di sopra del traffico aereo, oltre ad essere in grado di portare a bordo attrezzature come videocamere e radar. È per questo che tuttora vengono utilizzati a scopi di intelligence.

Oltretutto, possono viaggiare anche in condizioni climatiche avverse, una banalità non da poco.

In più, già nella scorsa estate si parlava di un piano a scopo di intelligence americano che prevede proprio l’uso di palloni aerostatici, pensato per superare la concorrenza russa e cinese in materia, su cui la difesa americana pare abbia speso già quasi 4 milioni di dollari e ne abbia messi a bilancio altri 27 per il 2023. La mira sarebbe proprio quella di abbattere la superiorità cinese in questi termini, visto che la Cina lavora a questo tipo di programmi già da tempo, mantenendo una serrata riservatezza nei dettagli. È ovvio che trovarsi tra le mani un loro pallone aerostatico, presunto o meno, diventa un’occasione d’oro per Washington.

Dall’altra parte, rimangono i dubbi sul perché la Cina sarebbe caduta in questo scivolone, proprio in un momento in cui si respirava un ritrovato ottimismo nei rapporti con gli americani, anche riguardo una mutua insofferenza circa gli avvenimenti in Ucraina.

Un’indiscrezione della CNN affermerebbe che Xi Jinping non fosse al corrente della missione del pallone e che facesse parte effettivamente di un vasto programma di sorveglianza. Se così fosse sarebbe il segnale di una grave “mancanza di coordinamento” sulle decisioni all’interno del partito comunista cinese, cosa che appare molto strana vista l’assertività e la compattezza mostrata all’ultimo Congresso di ottobre.

Quello che appare chiaro è una crescente sfiducia nei rapporti tra le due superpotenze. Ci si sta muovendo in una tendenza di spionaggio reciproco e di dialogo ambiguo tra le parti.

Dopo l’eterna rivalità economica, in cui ci si faceva guerra a suon di dazi, oggi si litiga anche sul cosiddetto “near space”, lo spazio compreso tra la superficie della terra e l’orbita bassa, considerato il nuovo “terreno” di confronto sino-americano. Il tema Taiwan non aiuta. Sicuramente la visita di Michael Chase - il più alto funzionario del Pentagono per la Cina e vicesegretario alla difesa americana – nell’isola (la prima dopo quella della Pelosi di questa estate) non metterà altro che carne sul fuoco, allontanando sempre più l’ipotesi di una distensione.

Una possibilità di ricucire gli strappi potrebbe essere l’occasione del meeting di Monaco sulla sicurezza, previsto tra il 17 e il 19 febbraio, a cui parteciperà anche il capo della diplomazia cinese Wang Yi, che ha appena iniziato un lungo viaggio diplomatico in Europa. Infatti, la relazione tra Washington e Pechino assume indirettamente un’importanza fondamentale anche nei confronti delle relazioni cinesi con Bruxelles riguardo il conflitto in Ucraina, verso il quale la Cina si è sempre mossa con atteggiamento ambivalente.

Una casualità che questo viaggio diplomatico cinese termini proprio in Russia, dove forse verrà scoperta qualche carta e sapremo di più sull’evoluzione dei rapporti tra tutte le parti.

L’Europa intanto resta a guardare.



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