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Maternità e carriera, la battaglia è ancora lunga


"...Non so se aspirazione sia la parola giusta, perché la maternità ti regala qualcosa che nessun altro traguardo ti può regalare" ma “...quello che non condividerò mai è che un traguardo debba toglierti l'opportunità dell'altro.”

Queste le parole della Presidente Meloni nella conferenza stampa del 4 gennaio 2024, durante la quale ha risposto ai giornalisti per svariate ore e su tante tematiche dopo un anno pieno di Governo. Tra gli argomenti, quello dello scottante dilemma carriera/famiglia che interessa particolarmente le donne, e sottolineerei, le donne in Italia.

“...Non c'è bisogno di rinunciare a una cosa per un'altra...Si può fare” ha dichiarato la Meloni, portando ad esempio le colleghe “Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, sette figli; Roberta Metzola, Presidente del Parlamento Europeo, quattro figli”.  Menzioni per cui Giorgia è stata aspramente contestata sul web da attiviste e gente comune: la citazione in conferenza stampa riguarderebbe infatti due donne chiaramente privilegiate che riescono senza troppi problemi a conciliare famiglia e lavoro, mentre le madri lavoratrici in Italia si scontrano con il lavoro precario e sottopagato e con la difficoltà a mantenere un lavoro a causa della gravidanza nonché ad accedere a servizi essenziali come gli asili nido.

 E questo è vero per ogni mamma che lavora, a cui è richiesto di essere una “wonder woman” per conciliare il tutto, figuriamoci per chi “aspira” a traguardi di crescita professionale.

Ma è ben per questo che la stessa Meloni ha dichiarato che ciò che deve fare il Governo e la politica tutta è proprio costruire gli strumenti per favorire l’equilibrio nel rapporto tra maternità e mercato del lavoro; già diversi interventi sono stati fatti, ha continuato il Presidente, su temi come l'estensione del congedo parentale per entrambi i genitori, la decontribuzione per le mamme lavoratrici che hanno più di due figli, l'asilo per il secondo figlio gratis, il fringe benefit che aumenta se sei un dipendente con figli. Tuttavia la stessa Meloni ha dovuto riconoscere che le donne sono ancora troppo discriminate soprattutto per il fatto di essere potenziali madri o madri e ha promesso battaglia a questa dinamica, con una vera e propria dichiarazione di intenti: “io voglio lavorare su questo, perché non accetterò mai di piegarmi all'idea che la maternità debba diventare nemica di altre possibilità che hai nella vita.”.

La battaglia sarà dura e lunga perché, in particolare in Italia, siamo ancora lontani dalla soluzione di tematiche critiche come il gender gap, il life-work balance e in dettaglio la conciliazione tra maternità e carriera, seppure si deve prendere atto di alcuni passi in avanti sul tema. Fanno notizia imprenditori che assumono donne in gravidanza, e datori di lavoro inteneriti che fotografano madri davanti al pc con i figli in braccio, ma il “soffitto di cristallo” da infrangere è ancora troppo alto e la discriminazione è ancora diffusa.

Il nostro Paese è indietro anni luce rispetto ad altre realtà: impera ancora la mentalità dell’azienda patronale, dove chi sta più ore alla scrivania, ed è più visibile agli occhi del capo, è considerato un lavoratore più serio e affidabile. La rigidità degli orari di lavoro ovvero la mancanza di flessibilità creano ancora ostacoli insormontabili alla gestione della famiglia affiancata all’impegno lavorativo. La mancanza di servizi di supporto alla genitorialità e la precarietà del lavoro. oltre ai prezzi esorbitanti di affitti e immobili. rendono quasi impossibile l’idea di “mettere su famiglia”, la stabilità non è più di moda in un mondo dinamico e globalizzato, dove regna l’incertezza.

Dai dati ISTAT 2022 è risultato che il 27,7% delle occupate sono lavoratrici non-standard contro il 16,2% degli uomini e quando si parla di lavoro “non-standard” ci si riferisce a rapporti caratterizzati da una ridotta continuità nel tempo e/o da una bassa intensità lavorativa. In altre parole, contratti a termine e part time involontario

La quota di lavoratori non-standard raggiunge il 45,7% tra le donne giovani (a fronte del 33,9% dei coetanei), il 36,1% tra le residenti nel Mezzogiorno (22,1% gli uomini della stessa ripartizione), il 36,4% tra le donne che hanno al massimo la licenza media (18,6% gli uomini con lo stesso livello di istruzione) e arriva al 40,7% tra le straniere (28,3% tra gli stranieri maschi).

Lo svantaggio femminile si evince anche dalle retribuzioni: i dati del 2019 mostrano che in media le donne percepiscono una retribuzione oraria dell’11% inferiore a quella degli uomini, con differenze territoriali che variano tra il -13,8% nel Nord-ovest e il -8,1% nel Sud.

Io stessa, come manager di azienda multinazionale e donna senza figli, mi chiedo e mi scontro ogni giorno sul difficile equilibrio tra vita e lavoro, anche se la flessibilità concessa dalle aziende è in aumento, grazie anche al cambio di mindset con l‘adozione dello Smartworking e al lavoro per obiettivi, che coinvolge pure molte aziende italiane.

I carichi di lavoro esagerati dovuti alla mancanza di risorse e la necessità di tagliare i costi per aumentare la profittabilità del business comportano oneri pesanti su tutti i lavoratori, lavoratrici comprese, anche se non si coprono particolari ruoli dirigenziali. Avere un ruolo di responsabilità in un contesto come quello italiano, instabile sotto ogni punto di vista (normativo, commerciale, economico, finanziario, politico) comporta il doppio degli effort e non è paragonabile a quanto avviene in altri Paesi.

Le lavoratrici madri fanno salti mortali per raggiungere gli obiettivi lavorativi e occuparsi dei figli, spesso senza poter contare neanche sull’altro genitore o su una rete parentale – specie in un Paese nel quale occorre spesso lasciare il luogo di origine per inseguire le opportunità di lavoro. Se si ha più di un figlio, una sola baby sitter o una sola nonna non basta, perché il bambino oggi ha bisogno di stimoli e di essere seguito, allevato alla competitività e alla performance sin da piccolo, per cui deve praticare almeno due sport, studiare una lingua straniera e/o uno strumento musicale, E poi c’è il saggio di danza, la gara di tuffi, la recita a scuola, il laboratorio teatrale, la pizzata del basket, il pigiama party, e la mamma si trasforma in tassista e assistente di scena, cuoca e sarta, in un intenso tour de force quale è diventato la crescita dei bimbi.

Gli adempimenti di chi poi si mette in testa di avviare uno studio professionale sono infiniti per via delle normative sempre più pesanti in tema di privacy, sicurezza sul lavoro, anticorruzione, per non parlare delle modifiche continue alla normativa fiscale, on top ovviamente alla formazione professionale continua necessaria in un mondo che si evolve e resa obbligatoria dagli stessi ordini professionali. Come può una lavoratrice madre senza aiuti avviare e portare avanti un’attività in proprio?

Eppure “la maternità ti regala qualcosa che nessun altro traguardo ti può regalare” e anche questo è vero...per le madri e anche per i padri. Il miracolo della vita incanta ed attrae, sembra dar senso a tutti gli sforzi, di generazione in generazione. Non è un must e si può essere madri, anche senza legame di sangue, e, come scrive la blogger Francesca Barra: “il romanticismo che accompagna la maternità è un fatto personale che aggiunge un valore nel proprio vissuto, ma non lo può togliere a nessuna donna che sceglierà il proprio personalissimo traguardo senza trasformarlo in un ricatto.”

L’anomalia è proprio rassegnarsi a questa dicotomia e non lottare per ottenere un equilibrio, per non poter essere madre e donna professionista/manager/impiegata realizzata sul lavoro, perché anche il lavoro è sacro, è a suo modo una vocazione: racchiude passione, talento, espressione, contributo al bene comune, capacità di provvedere, di creare cose nuove.

La senatrice Mennuni e la prima aspirazione delle ragazze a essere madri come le raccomandava la mamma sembrano essere un pò fuori contesto e alquanto ingenue.

La mia mamma, così come le mie zie, tra l’altro con origini di un piccolo borgo del Sud Italia, hanno avuto come prima aspirazione l’indipendenza economica e parliamo degli anni 50. Non so la mamma della Mennuni, ma mia madre è stata la prima donna del suo paese ad avere una automobile di proprietà e con quella auto raggiungeva il posto di lavoro, aule sperdute nel sud Italia all’inizio della sua carriera di insegnante, e poi più di 40 anni nel Lazio, nelle quali insegnava ai bambini per generazioni la parità, il rispetto, la fiducia in se stessi, la cultura, il diritto alla crescita e all’istruzione.

Mio zio diceva a mia cugina negli anni 60: “il primo marito è lo stipendio” e questo prima del 68.

Rita Levi Montalcini ad un convegno con altri scienziati si sentì chiedere:

È qui con suo marito?”  erano convinti che la Montalcini fosse presente perché moglie di uno dei relatori-scienziati. “Sono io mio marito” rispose divertita.

La maternità è gioia e continuità, e non può essere un ostacolo. Lo sviluppo demografico e la produttività di un Paese dovrebbero essere strettamente legati.

La donna non può continuare a pagare le spese di una politica fino ad ora miope e di una mentalità ristretta.  E’ un intero Paese che perde se si perde questa battaglia.

La politica deve muoversi, Governo e Opposizioni dovrebbero lavorare compatti su queste tematiche, con provvedimenti concreti e importanti, e non solo discutere di patriarcato.

Per poter credere davvero che un traguardo – la maternità - debba togliere l'opportunità dell'altro – la carriera.

Vorremmo poter dire davvero: SI PUO’ FARE.



 

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