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Partire non è un fatto d'estate


Partire, la parola d’ordine nei mesi estivi, fare di tutto pur di allontanarsi da casa, dalla routine, dalle solite facce, in cerca di novità, di cambiamenti, di divertimento, in luoghi esotici e lontani, lidi alla moda, capitali europee o paradisi naturalistici.

Per molti è un pò di sabbia tra i piedi e il sole cocente delle spiagge, per altri il tour è eno-gastronomico, per altri ancora città d’arte, scarpinate in montagna e bagni termali fanno la bella stagione, quel desiderato vuoto, il meritato riposo che richiama leggerezza e senso di libertà.

Per alcuni, però, partire significa più che altro TORNARE.

Avvicinarsi invece di allontanarsi, incontrare la propria storia, mettere a terra le radici.

Tornare dai propri affetti, nelle terre di origine, nei luoghi del cuore, a casa.

Tornare nei piccoli borghi e nelle terre brulle mortificate dall’abbandono, riaprire case dalle persiane serrate, tra ragni e umidità per il buio prolungato, tornare nelle piazze dei piccoli paesi, feriti dallo spopolamento, dalla decadenza degli intonaci scorticati, tra le vecchie case in pietra dove gli anziani seduti sulla soglia prendono il fresco e dalle vecchie panchine osservano ogni “forestiero” come fosse un marziano.

Tornare nella parte più profonda di sé, tra le mille domande che precedono ogni partenza, nelle dirompenti emozioni del chiedersi come sarebbe stato se non si fosse mai partiti e come sarebbe se non si partisse mai più; laddove si è desiderato scappare e quasi scomparire, tra la scarsa presenza di opportunità lavorative, il desiderio di indipendenza e il sogno di realizzare vite felici, diverse e riscoprire l’amarezza di solitudini metropolitane di vite in carriera tutte uguali e poco serene.

Tornare con l’entusiasmo dei primi giorni e l’impazienza urgente di ripartire il prima possibile, sentendo il disagio di non appartenere a nessuna comunità, l’inquietudine di un pesce fuor d’acqua; desiderare i tempi lenti e sentirne il fastidio, in coda alla cassa del mini-market, bloccata dallo scambio di confidenze di due anziane compaesane, mentre si cerca la guardia medica dileguatasi per la festa dei coscritti, nel cartello “torno subito” appeso alla porta del magazzino di bombole a gas.

Tornare per portare un fiore alla tomba di famiglia o per una grigliata con i vecchi amici, andare in piazza e aggiornarsi sugli ultimi avvenimenti, matrimoni, decessi, nascite e traslochi; tornare laddove si è giocato in strada, dove il tempo coi nonni era il racconto di guerra, di pane raffermo inzuppato nel latte, di vecchie filastrocche.

Assaporare con gusto un piatto tipico, sentire i profumi di menta e rosmarino nell’orto, informarsi su come si piantano i pomodori, “chissà se possono crescere anche nel terrazzino in città?”, bere alla fontana dopo il vicolo.

Fare i conti con il proprio vissuto, le scelte oculate e le scelte scellerate, con il brivido di vivere in pieno centro e la malinconia di immaginare quel camino acceso d’inverno, rallentando dai ritmi frenetici, e liberandosi di vite programmate fino all’ultimo istante e buttandosi a cuore aperto nella folla dell’ultima sagra, tra pane e salame e arrosticini.

“Dormire sui materassi degli avi, non è certo un sonno perfetto”, svegliarsi con tocco della campana o col rombo dell’ape del contadino che parte per i campi, emozionarsi per un incontro inaspettato, non riconoscere i compagni di scuola, trovarli invecchiati, calvi, appesantiti e invece sentirsi ancora giovani e scattanti perché la grande metropoli dove viviamo “non si ferma” e li proprio non si dorme mai…

Tornare alla semplicità, che è la conclusione di ogni complessità, tornare a parlare o a leggere un romanzo perché al paese non sempre il telefono prende…

Tornare a sognare, a desiderare di valorizzare la propria terra, senza pretendere di sapere come si fa e cosa ci vorrebbe, senza paragonarla ai mille posti visitati nel mondo, perché si, piace tanto viaggiare ma poi non si conosce il proprio territorio, un tessuto dalle maglie larghe in cui ci si perde facilmente e dalle maglie troppo strette per potervi entrare senza mettersi in ascolto e comprendere dinamiche collaudate vecchie di secoli.

Dall’alto i tetti sconnessi del piccolo borgo sono il campo dove far nascere nuove idee, dove è ancora possibile trovare casa, tornando, come in una poesia di Franco Arminio, poeta e paeseologo, alla tradizione e alla sua novità, a una nuova versione di sé, forse non la migliore ma certamente la più consapevole.

Tornare dentro se stessi attraverso i luoghi che un tempo erano abitati e ora non lo sono più senza averne paura, saper raccogliere l’eredità morale di chi è passato prima di noi, tornare dove si è stati bambini, tornare e ritrovare le radici, mai più rinnegarle.

Un miracolo sempre possibile, un viaggio a volte lungo una vita per cui non serve la bella stagione.

Partire non è sempre evasione, partire è anche e soprattutto TORNARE.



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