• Giulia Papaleo

Quell'inno alla fragilità e alla solitudine di Vasco

Quanti volevano una “vita spericolata”, “come Steve Mc Queen”, “come quelle dei film”, e ora invece si ritrovano con una “vita piena di guai”? Quanti ambivano ad essere “esagerati...come le stars” e oggi devono riconoscersi invece “soli e delusi” ?

Vasco Rossi

Il tempo è passato (quasi 40 anni da ”Voglio una vita spericolata”) anche per il grande Vasco, il rocker italiano più intenso e più vero, che, con i suoi successi, è sincero e spietato specchio del nostro tempo, dei giovani di ogni tempo da quando canta.

Lo scorso novembre 2021 è uscito l’ultimo singolo di Vasco Rossi, che ha dato il nome all’album, “SIAMO QUI”, dopo quaranta anni da “Siamo solo noi” e dopo venti anni da “Siamo soli”, un sequel di ballate graffianti in cui viene condensata in pochi versi la consapevolezza crescente della fragilità umana e che conferma, con l’uso ripetuto del NOI, la coralità della disillusione e della solitudine.

Un grido, quello di Vasco, che diventa quasi una preghiera, una ricerca di risposte - “Puoi rispondermi”-, un “Ma com'è, ma cos'è, ma dov'è?” che risuona come una ricerca di senso sempre più profonda e attanagliante l’anima di ogni uomo e di ogni donna - nessuno può ritenersi escluso - in questa epoca dove per sconvolgersi non serve più andare a bere al Roxy Bar ma basta ascoltare un telegiornale.

Viviamo un’epoca in cui l’umanità è trafitta e avvolta da tenebre scure, assediata dai pensieri negativi, dalla perdita di senso, senza più una direzione precisa, priva di motivazioni forti - “quando non lo sai neanche perché lo fai”.

Un’umanità che non trova più risposte ed è messa in crisi, ormai totalmente, anche dalla gravità e dalla persistenza della pandemia - per la maggior parte di noi, evento inconcepibile fino a che non è accaduto - che ha forzato lo stop dei ritmi frenetici, ribaltando le priorità e spingendo tanti alla ricerca dell’essenziale.

Lo smarrimento e la mancanza di direzione, cantato da Vasco, trovano espressione chiarissima anche nel video ufficiale di “Siamo qui”, un capolavoro di poco più di sei minuti e con milioni di visualizzazioni su YouTube, diretto da Pepsy Romanoff; una giovane donna si muove nel buio mentre l’artista, invece, canta alla luce del sole, entrambi soli sui binari di una ferrovia che non si sa da dove arrivano e dove portano, binari posti “in mezzo al nulla”, in una location unica ed affascinante per la sua nudità e crudezza, un “non luogo”, due binari abbandonati su ventuno archi eretti in mezzo ai campi, distese di terreno arido e brullo che si perdono a vista d’occhio, la vecchia ferrovia di Spinazzola in alta Murgia, in Puglia, un luogo veramente suggestivo per far scorrere le immagini e le note di “Siamo qui”.

Siamo qui” ...si, ma dove? Nella notte della nostra storia, alle porte di un tunnel dove la luce in fondo è ancora troppo pallida. “Siamo qui...” si, ma come ?

La ragazza nel video ondeggia come su un’altalena emotiva, fra lacrime e sorrisi appena accennati - “Ti basta piangere oppure ridere” -, si sdraia sui binari priva di forze, immerge le braccia in una sostanza nera come la pece, che le rimane attaccata addosso, come nella notte dell’anima, come gli errori che portano giù e non permettono di guardare avanti, con un combattimento interiore così violento che su questi binari striscia addirittura un serpente dall’iconico significato.

Siamo qui...” si, ma cos’è ? Cosa è questo tumulto, un tormento che è lotta tra il bene e il male, tra il bisogno di speranza e la depressione incalzante; la protagonista si perde nelle tenebre , si aggira, scettica, intorno a una altra ragazzina che prega tra le candele davanti ad un Crocefisso, e, cadendo a terra, trova, fra le pietre, un oggetto ormai desueto, una coroncina del Rosario.



Una provocazione per l’anticlericale Vasco o un piccolo segno di speranza che lascia intravedere una possibile strada nella dimensione spirituale ? E’ proprio quando si tocca il fondo che emerge prepotentemente il bisogno di ogni uomo e di ogni donna di alzare lo sguardo, di guardare al Cielo e di scoprire il Cielo guardandosi dentro, mentre, estenuante, imperversa la battaglia quotidiana fra l’essere e l’avere, fra la bellezza della gratuità e della solidarietà e l’avidità del potere e l’ostentazione del possesso, tra la profondità dell’empatia e la superficialità logorante della competizione.

Siamo qui, pieni di guai, A nascondere quello che sei dentro quello che hai” - forse è per questo che non si è felici, perchè manca il coraggio e la libertà di essere se stessi, con i talenti preziosi, a volte ignoti, e anche con le debolezze, che diventano quella miniera dove, tra la melma e i sassi dei disastri, dei problemi, dei difetti e dei fallimenti, si trovano anche rari diamanti e perle preziose, quelle che, come in natura, nascono da un dolore, da un granello di sabbia che penetra estraneo nella conchiglia. Si nasconde la paura della solitudine e l’ansia nella materialità, le insicurezze e la paura della morte nel possesso compulsivo di beni effimeri, il non sentirsi amati nel mito dell’esteriorità, le ferite sanguinanti del cuore nella rivalsa sui più deboli e nella superbia, che misurano sempre l’altro, il diverso, con arroganti giudizi.

Davanti ai no della vita, davanti al dolore e alla difficoltà, ci si nasconde anche per proteggersi - “quando ti dico no, ti vuoi nascondere, ti vuoi proteggere” – per apparire diversi e forti, in un mondo di abbagli e di finzione, dove le immagini sono camuffate dai filtri del photoshop, come quello dei social, e nel virtuale delle chat dove ci si protegge con un nickname dalla incapacità di relazione.

E’ proprio a uno smartphone che la protagonista del video tende la mano inginocchiata sui binari, inchinata al dio dell’apparire, con una tecnologia usata e abusata che porta a “confondere quello che sei dentro quello che usi”. Abituati ad indossare maschere, si rinuncia all'essere, a scoprire chi si è realmente, correndo il rischio di non imbattersi mai nel mistero di bellezza racchiuso in ognuno.

Occorre un duro lavoro su se stessi, di conoscenza profonda di sé per accogliersi come si è ed imparare ad amare la vita, che è molto di più di un “brivido che vola via”, nella ricerca continua di un equilibrio “sopra la follia”, richiamata dal funambolo iconico che si esibisce nel video. Occorre imparare a stare in maniera “sana” dentro le situazioni anche le più complicate, senza affannarsi perché si è diventati vittime, e senza distanze perché si è diventati indifferenti ed apatici. Saperci stare dentro con fede e non con quel pericoloso cinismo che porta alla politica del “come fai sbagli”, lasciandosi invece interpellare da ciò che si vive.

Vivere in pienezza ogni attimo, nel “qui ed ora”, che non è il carpe diem epicureo ma il vivere al meglio delle possibilità, senza anestetizzanti, senza quel “rumore che è riempimento del vuoto, costruito appositamente affinché non si incontri la propria mancanza”, anzi scegliendo consapevolmente di “abitare la propria mancanza che significa, al contrario, alzare il tappeto del nostro cuore e guardare quello che normalmente nascondiamo, non ascoltiamo, non vogliamo affrontare” (L.M.Epicoco – La luce in fondo. Attraversare i passaggi difficili della vita”, Rizzoli).

“Siamo qui, pieni di guai” e sono i guai dell’ essere “gettati in questo mondo” (Heidegger), come ha spiegato Vasco stesso, inspirato dal pensiero lacaniano, approfondito con la lettura di “Desiderio, godimento e soggettivazione” dello psicanalista Massimo Recalcati; al centro del pensiero di Lacan ci sono le domande fondamentali: “Come si costituisce un soggetto?

Cosa rende la sua vita degna di essere vissuta?”.

Desiderio e godimento sono i poli entro i quali si snoda il processo di soggettivazione, accentuando lo statuto etico del soggetto, esposto ad una responsabilità illimitata eppure senza padronanza - “Siamo qui, poveri eroi, a difendere quello che poi non dipende da noi”. Tuttavia “assumerci la responsabilità della nostra vita, anche quando essa non ci ha domandato il permesso, è ciò che trasforma l’esperienza dell’essere vittima in opportunità di tornare a essere protagonisti....Perché se è vero che ogni passaggio ci consegna tante domande e ci segna incisivamente, è anche vero che c’è sempre una Verità in fondo per cui vale la pena vivere.” (L.M.Epicoco, come sopra).

Siamo impotenti, siamo piccoli, per quanto ci impegniamo c’è sempre qualcosa che non possiamo controllare.

Accettare questa verità, senza voler fuggire l’esperienza della fragilità, è ciò che fa veramente la differenza per poter essere felici, senza mai arrendersi come sembra invece concludere Vasco “Non rispondermi, no, non rispondermi”, quasi certo che non ci siano più risposte, avvezzo al canto della malinconia e della delusione dell’animo umano.

Bisogna osare e azzardare, buttarsi fuori da se stessi, scommettere sulle proprie possibilità, e allora quel lancio di dadi che si ripete nel video non si pone come una sfida al Caso ma come la voglia di mettersi in gioco per scoprire il proprio potenziale e per realizzarlo pienamente.

Siamo qui, pieni di guai” ma “non siamo la somma delle nostre debolezze e dei nostri fallimenti! (Giovanni Paolo II nella Giornata Mondiale della Gioventù di Toronto del 2002).

Come cantava il folksinger Leonard Cohen in Anthem: “There is a crack, a crack in everything, That's how the light gets in. - C’è una crepa in ogni cosa ed è da lì che entra la luce”.

Ed è per questo che “Siamo qui “.


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