• Silvano Moffa

RICERCA DI NUOVE REGOLE

Aggiornato il: gen 31

Che cosa altro deve succedere in Italia perché cambi il sistema politico, perché cambino le regole che ci governano?

La domanda se l’è posta Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera.

Ma è una domanda che si pongono in tanti, noi compresi. Domanda ancor più urgente dopo lo spettacolo esibito in Parlamento nel pieno della crisi di un Governo affidato alla guida di un illustre sconosciuto venuto dal nulla, la cui storia politica passerà ai posteri come iperbole assoluta di camaleontismo, spregiudicata versione di un trasformismo che va oltre la sua stessa natura.

Non era mai accaduto, neanche ai tempi di Agostino Depretis, che un Presidente del Consiglio riuscisse a restare in sella cambiando cavalli, passando in ventiquattr’ore da una coalizione gialloverde ad una coalizione giallorossa, senza battere ciglio.

Come se fosse del tutto normale. Come se fosse un’inezia cancellare leggi che egli stesso aveva contribuito a sfornare. E chiedere la fiducia senza prospettare non dico una visione, ma neppure un semplice punto di vista che aiutasse a definirne un nucleo di idee, dopo averne osservato il contorno, tanto sfumato da apparire impercettibile.

Un camaleonte, appunto. Versipelle e sfrontato. Ma i nostri guai non finiscono qui. Né sarebbe generoso riversare sul professor Giuseppe Conte tutte le responsabilità.

Se c’è una crisi che attanaglia il Paese, non da oggi, ma da almeno un decennio, è la crisi della rappresentanza. Parlamentari nominati e non eletti. In gran parte sconosciuti ai più. Scelti dai leader e dalla cerchia di ristrette oligarchie che hanno in mano le redini dei partiti; partiti soppiantati nel ruolo e nella funzione.

Per non parlare degli analfabeti della politica, e non solo della politica, promossi ai seggi di Camera e Senato con un clic sulla tastiera di un computer: espressione devastante di una pseudo-democrazia elettronica che è tutt’altra cosa rispetto alla democrazia partecipativa.

Abbiamo un Parlamento disarticolato. Ma il Paese non lo è da meno. Per dirla con Giuseppe De Rita, l’impressione che si ricava, osservandolo da vicino, è quella di un popolo “in trance”. Un popolo che ha perso vitalità, ottimismo, che vive nell’incertezza e “preferisce rintanarsi nel mondo sicuro del se stesso”. Ovviamente, se le pile sono scariche ci sarà pure una ragione. La pandemia, con le chiusure forzate, il lockdown, le prefiche virologiche e le mille astrusità delle dispute bizantine tra governo centrale e governi regionali, ha mandato in frantumi ogni residuo “pensiero collettivo”.

Tra la domanda iniziale e quest’ultima carenza sociale si staglia un Paese da ricostruire e da rigenerare. Con quali regole? Ecco il punto nodale al quale non si può più sfuggire. Aver ridotto il numero dei parlamentari senza badare alla loro qualità mostra i limiti di una operazione propagandistica di pura facciata. Immaginare una democrazia senza i partiti è un’altra idiozia che la dice lunga sulla modestia della attuale classe dirigente. Il filosofo canadese Alain Deneault ha definito “mediocrazia” la presa del potere dei mediocri.

Per far fortuna bisogna essere impeccabilmente mediocri. E la mediocrità, come un tarlo, si insinua nei gangli vitali della società. Destrutturandola, disarticolandola. C’è bisogno di nuove regole, quindi. Regole per evitare che in Parlamento e al Governo vadano illustri sconosciuti, gente “senza né arte né parte”. Regole per far sì che, una volta eletto, ogni esecutivo sia in grado di governare e non venga abbattuto al primo stormir di fronde. Regole che consentano alla gente di scegliere i propri rappresentati, conoscendone nome, virtù e difetti, e impediscano ai leader di costruirsi ognuno il proprio harem di “signorsì”, legandoli al ricatto della rielezione.

Potrete obiettare: i referendum, tutti i referendum, sia quelli di destra che di sinistra, che avevano proposto modifiche istituzionali in tal senso sono stati bocciati dai cittadini. E’ vero. Ma non si era mai visto prima d’ora quel che stiamo vedendo adesso. Peccato che nessuno, a destra come a sinistra, non abbia il coraggio di riproporre una riforma organica delle istituzioni e del sistema nel suo complesso.

Promuovendo - perché no? - una Assemblea Costituente. Questa volta, però, senza personalizzare i referendum come han fatto Berlusconi e Renzi a suo tempo. Semplicemente, raccontando la verità agli italiani che di questa politica, così becera e priva di idee, non ne possono più.

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