• Marco Caridi

Saremo tutti più digitalizzati

La società in cui viviamo è in continua evoluzione. Del resto evoluzione significa sicuramente progresso ma anche cambiamento. C’è chi dice che il mondo sia cambiato di più negli ultimi 20 anni che nei precedenti 100.

Quella in cui viviamo è un’epoca caratterizzata dall’assenza, o quasi, di punti di riferimento costanti: tutto evolve molto velocemente e sentirsi disorientati non è poi così inusuale.

Dai dati delle ricerche svolte dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) solo nel 2012, le persone hanno generato più dati di quanti tutta l’umanità ne abbia prodotti dalle sue origini al 2010 (Weigend, 2012).

Nel 2018 sono stati scritti centinaia di migliaia di tweet al giorno (Omnicore, 2019).

La digitalizzazione pervade ormai ogni ambito della nostra vita, grazie alla spinta della convergenza digitale verso i dispositivi mobili, esistono applicazioni di ogni genere: per la gestione dell'attività fisica, per ascoltare la nostra musica e per la lettura, strumenti per la gestione finanziaria, tools per la gestione dei meeting e delle attività di business.

Questo repentino aumento nell’utilizzo della tecnologia rende sempre più importante lo sviluppo di nuove competenze in ambito digitale.

Ecco perché oggi è essenziale sviluppare una mente aperta al cambiamento che ci consenta di guardare alla digital transformation cogliendone a pieno le opportunità.

Ma avere una mente aperta non è sufficiente, è importante acquisire anche le competenze necessarie per muoversi con consapevolezza tra informazioni, notizie, video e tutto ciò che abbiamo a disposizione sviluppando la capacità di ricerca, analisi e selezione delle informazioni disponibili per accrescere realmente la nostra conoscenza.

Ecco allora che diventa fondamentale potenziare in modo appropriato mediante la cosiddetta digital literacy o alfabetizzazione digitale.

È uno studio del World economic forum (“Future of Jobs 2020”) a calcolare che nel 2025 fino a 85 milioni di lavori rischiano di essere spazzati via dall’automazione digitale.

Al tempo stesso potrebbero crearsi 97 milioni nuovi ruoli professionali grazie all’avvento di algoritmi e robot.

Ci troviamo pertanto in un momento storico ricco di opportunità ed insidie per il mondo del lavoro.

Proviamo a metterci in gioco ed anche solo per scherzo, avventuriamoci nella ricerca di una nuova posizione lavorativa. Se lo facessimo davvero cosa otterremmo?

Quali sono le impressioni che ricaveremmo rispetto ad un decennio fa?

Non troveremmo più negli annunci le tipiche buzzword a cui eravamo abituati, soprattutto nel settore IT, quali: “Programmatore”, “Sistemista”, “Tecnico di Rete” ecc. ecc. Ci scontreremmo invece con una serie infinita di altre terminologie, tipicamente anglofone, tra le quali si citano: “Big Data Analytics Expert”, “Cloud Computing Architect”, “Information Security Developer”, “Artificial Intelligence Designer”, “Data Science Lead” fino ad arrivare alle ultimissime quali “Susteinability Expert”, “Environmental Technician”, ecc. ecc.

Sono solo alcune delle parole chiave dell'Innovazione Digitale che, sempre più, sta penetrando e cambiando tutto il comparto industriale dell’information tecnology e non solo.

Come ci si può districare in un contesto cosi variegato? E come i giovani studenti possono essere supportati nello scegliere al meglio le discipline su cui investire con lo studio in preparazione al mondo del lavoro?

In questo articolo tenteremo di dare alcune linee guida che possano aiutare ad individuare al meglio il proprio percorso professionale.



Iniziamo col dire che alcuni di questi trend tecnologici elencati con le buzzword di cui prima appaiono oggi già consolidati, mentre altri ancora molto immaturi e pertanto insidiosi.

Quello che è sicuro e lo confermano gli analisti degli Osservatori della School of Management del Politecnico di Milano - è come i Big Data Analytics rappresentino oggi la massima priorità di investimento per il 56% delle imprese italiane.

In questo scenario, emerge un forte interesse verso quelle che vengono definite “New Capabilities”, ovvero nuove skill e professionalità, che siano in grado di mettere a terra il potenziale di questi trend all'interno delle aziende.

Fra queste nuove professionalità c'è la professione del "Data Scientist", parola sempre più ricercata sul web e spesso a associata a livelli di salario di assoluto rispetto.

Ma cosa è uno scienziato del dato?

Uno dei primi Data Scientist del mondo - Jeff Hammerbacher - lo ha definito come una specie di Supereroe del Dato, in grado di scrivere linee di codice, padroneggiare concetti statistico-matematici, gestire tecnologie Big Data, trovare le implicazioni delle sua analisi sul business aziendale e raccontarle in modo convincente ai propri interlocutori.

Tale profilo, almeno da un punto di vista concettuale, non risulta errato. Tuttavia, molto spesso, tutte queste competenze sono difficilmente individuabili in un'unica persona.

Per questo motivo le aziende sono oggi sempre più alla ricerca di veri e propri team di Data Scientists, team esteso di professionisti, in grado di portare competenze diverse, complementari a quelle dei manager di business.

In questo contesto, diventare Data Scientist - per chiunque abbia passione per i Dati - risulta uno scenario assolutamente interessante per il proprio futuro lavorativo.

Ecco perché stanno nascendo sempre più percorsi universitari, in diverse discipline, che consentono di costruire una professionalità basata sulla capacità di manipolare, estrarre informazioni e valore dal dato digitale.

Ci sono inoltre numerose opportunità di potersi auto formare, grazie al forte sviluppo delle piattaforme di e-learning, sviluppo spinto anche dalle conseguenze della pandemia, che hanno rafforzato la loro offerta e migliorato la sua fruibilità al punto tale da essere oggi la scelta privilegiata di tantissimi professionisti quando hanno l’esigenza di aggiornarsi.

Non faremo nomi ma si tratta di validissimi strumenti per imparare a programmare nel mondo Data Science.

E’ evidente che se si parla di programmazione qualunque sia la base di partenza il professionista deve avere una buona competenza informatica.

Tra gli strumenti ed i linguaggi di programmazione non si possono non citare i due linguaggi di programmazione più diffusi R e Python che appaiono anche facili da essere utilizzati dai neofiti del tema. Questa trasformazione del mondo del lavoro è per certi versi una rivoluzione che abbraccia tutte le discipline e che sta portando ad una vera e propria disruption nel modo di lavorare sia nel pubblico che nel privato.

Il primo fattore su cui fare leva per vincere la sfida del futuro del lavoro sono le competenze e la scuola ha un ruolo cruciale in questo.

È un concetto che viene ribadito spesso nei vari tavoli di discussione, non si tratta semplicemente di rinominare qualche materia o aggiungerla in più al proprio curriculum, come una nuova specializzazione della scienza informatica ad esempio.

Si tratta, invece, di trasformare l’intero percorso di studi che deve essere integrato con le soluzioni che la tecnologia offre.

Ciò non significa eliminare la storia, letteratura, filosofia ma rendere le competenze digitali delle competenze di base alla stessa stregua delle materie classiche. Secondo questa visione ci saranno sempre la matematica, la grammatica, l’inglese, persino il latino, ma anche la data science e tutte le tecnologie emergenti.

Cloud ed intelligenza artificiale diventeranno parte dell’istruzione come la storia e la geografia.

L’obiettivo sarà conseguentemente quello di formare negli studenti le capacità di ricerca, analisi e interpretazione del dato ad ogni livello.

Nella formazione si dovrà andare oltre il concetto delle tre fondamenta tradizionali dell’apprendimento ovvero leggere, scrivere e far di conto.

Abbracciare le 5C piuttosto: Critical thinking, Creativity, Collaboration, Communication, Coding.

Anche gli insegnanti dovranno cambiare camminando insieme ai loro studenti per tutto il percorso educativo.

Anche per loro automazione, robotica e algoritmi diventeranno parte del nuovo mondo: i docenti saranno in un certo senso allievi anche loro, collaborativi nel mezzo dell’azione, ovvero aiutare gli studenti a cambiare mentre il mondo cambia, senza paura del nuovo.

Altro compito degli insegnanti dell’era della piena digitalizzazione sarà formare la capacità di trovare soluzioni ai problemi reali e pensare in ottica multidisciplinare.

Ciò richiederà un enorme sforzo da parte del sistema scolastico e universitario.

Un report dell’Economist intelligence unit intitolato “Driving the skills agenda” svela che il 58% degli insegnanti pensa che gli studenti siano molto più capaci di loro di capire le tecnologie.

Il cambiamento non è in un futuro lontano ma fra qualche anno pertanto non c’è tempo da perdere!

Quasi la metà degli attuali lavori può essere automatizzata e il 65% dei ragazzi che oggi vanno a scuola potrebbero trovarsi a cercare lavoro in un mondo che chiederà professioni che ancora non esistono o che nel frattempo hanno assunto nuove caratteristiche.

Per esempio, il settore bancario sarà sempre più virtuale e la medicina userà un mix di tecnologie digitali e professionalità umana.

L’84% delle imprese prevede di digitalizzare rapidamente i processi lavorativi; il 94% si aspetta che i loro dipendenti imparino nuove mansioni direttamente sul campo.

Siamo stati cosi bravi nell’adottare tecniche digitali per dare conoscenza ad una macchina automaticamente dai dati che non ci dovremmo preoccupare poi così tanto della alfabetizzazione digitale.

E’ solo una questione di tempo ed anche questa sfida sarà vinta.

Basta prendere spunto dai più piccini che fanno, ad esempio, del gesto di toccare e scorrere lo schermo per sfogliare la pagina di un cartone animato, almeno sotto certi aspetti, una invidiabile “normalità”.



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