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Stati Uniti e debito pubblico, il tramonto del sogno americano


1° giugno. È la data in cui gli Stati Uniti potrebbero ufficialmente dichiarare default.

È la notizia delle ultime settimane, che getta preoccupazione sul futuro dell’economia del Paese più influente del mondo. È da gennaio scorso, infatti, che il governo statunitense sta effettuando delle misure straordinarie per rimanere sotto il tetto al debito pubblico, previsto dalla legge, fissato a 31400 miliardi di dollari.

Il ministro del tesoro Janet Yellen si è recentemente rivolto al Congresso statunitense (è la seconda lettera dopo quella inviata il 1° maggio) chiedendo di velocizzare le azioni parlamentari per poter alzare il tetto del debito ed evitare il default.

Si stima che infatti il Tesoro potrebbe non essere più in grado di soddisfare gli obblighi del governo se non si riuscirà a trovare un accordo entro l’inizio di giugno. Ma cosa succederebbe qualora questa cosa non dovesse verificarsi? «Se l'America facesse default, quasi otto milioni di americani perderebbero il loro posto di lavoro e gli Usa scivolerebbero in recessione. Non è un'opzione», twitta il presidente americano sul suo profilo prima di partire per Hiroshima, per l’atteso G7.

Le conseguenze graverebbero infatti sugli stipendi di oltre 3,4 milioni di dipendenti pubblici, civili e militari, andando a danneggiare irreversibilmente la condizione economica delle famiglie; verrebbero annullati tutti i risultati perseguiti dall’amministrazione Biden sul fronte della disoccupazione e dell’aumento dell’occupazione; verrebbe a modificarsi sensibilmente il sistema della previdenza sociale, della sanità, oltre al fatto che si genererebbe un’impennata della volatilità sui mercati finanziari, generando sfiducia e di conseguenza il declassamento del rating creditizio, alzando i tassi e riducendo l’accesso per i cittadini ai prestiti. Insomma, il quadro economico americano riceverebbe un colpo da cui sarebbe difficile rialzarsi, anche per il Paese numero uno al mondo.

Tuttavia, Biden si dice fiducioso sull’accordo e sulla possibilità concreta di evitare il default del Paese.

È da considerare infatti che la questione del tetto del debito pubblico ha una storia molto particolare negli Stati Uniti, in quanto è da considerarsi un tetto formale, uno strumento di controllo alle finanze pubbliche previsto da una legge autoimposta dagli Usa stessi, che fissa un limite alla spesa che il Paese può sostenere, pena il non riuscire a garantire il pagamento di pensioni, stipendi e via dicendo.

Salvo ovviamente agire sulla legge stessa, andando a “spostare” questo limite per evitare che venga raggiunto. Cosa verificatasi nel corso della storia americana già 78 volte, per evitare il fallimento, vista l’ingente somma che gli Stati Uniti spendono annualmente per lo Stato.

La particolarità però questa volta sta proprio nella difficoltà di trovare un accordo per riformare questa legge, visto che non è di competenza del presidente, ma del Congresso, e Biden si sa, lì non ha i numeri.

La maggioranza repubblicana infatti, sta esercitando forti pressioni su Biden e sull’opposizione per ottenere forti tagli alla spesa pubblica in cambio dell’appoggio alla riforma della legge sul tetto al debito.

Questa difficoltà è anche aggravata dal fatto che le trattative hanno dei tempi limitati e portano il peso non solo delle sorti dello Stato americano, ma hanno anche una grande responsabilità nei confronti del resto del mondo, che vedrebbe il verificarsi di una recessione a cascata non sostenibile a livello economico.

Al di là di quello che sarà l’esito, questo episodio ci offre un ulteriore elemento di valutazione, un altro tassello che va ad inserirsi nel contesto di crisi sistemica che si dirama nell’orgoglio identitario americano.

Più volte infatti abbiamo riflettuto sull’evidente momento di difficoltà che sta vivendo l’impero americano, sempre meno propenso ad offrirsi agli occhi del mondo internazionale come un pilastro indistruttibile ed “eccezionale”, caratteristica che ha sempre definito l’identità americana sin dagli albori. Come riportato dai sondaggi, oggi come oggi soltanto il 21% degli intervistati percepisce ancora il mito del Paese più grande del mondo (“the greatest Country on Earth”).

Il 50% della popolazione sente di far parte di uno dei Paesi più grandi del mondo, tuttavia non sente l’onere di rivendicarne il primato.

C’è un sempre minore attaccamento a quei valori della missione americana, del Destino Manifesto, attorno a cui gli Stati Uniti hanno sviluppato la loro essenza più profonda.

È vero che nel corso dei decenni la storia del Paese ha visto il ripetersi di veri e propri cicli, in cui molte volte è stata messa in discussione la resilienza dello Stato (pensiamo alla Great Depression degli anni ’30), ma in qualche modo le varie crisi economiche e sociali si sono sempre mosse su binari distinti. Oggi questo connubio sembra inscindibile e anche indefinibile.

Dal punto di vista interno, Gli Usa sono più divisi che mai, sia dal punto di vista politico che dal punto di vista razziale e culturale.

Dal punto di vista economico, il problema del debito mette di fronte agli occhi americani tutte le fragilità del sistema consumistico americano, da anni e sempre più interdipendente dall’esterno. Scrive Fabrizio Maronta per Limes, «[…] rivedere il rapporto con il debito implica prendere atto che la principale economia del mondo ha un problema…economico. Ma anche che l’impero non rende più come un tempo, anzi, si è per certi versi trasformato in un fardello. Un’ammissione epocale.».

Un paradosso che prova che gli Stati Uniti non sono più la potenza eccezionale di cui vantano l’identità da secoli.

Ma il problema diventa a questo punto sistemico, perché se l’America non si sente più una Exceptional Nation, autosabota probabilmente l’elemento identitario fondamentale, generando una crisi di credibilità che si riversa sia a livello interno, attraverso uno scollamento dei valori e della fiducia all’interno della popolazione e tra la popolazione e le istituzioni, sia verso l’esterno, perché se l’America non si sente eccezionale, non può mantenere l’egemonia. Forse però è venuto a mancare anche l’interesse a mantenere questo ruolo, parlando proprio dal punto di vista del sentimento generale nazionale; gli americani hanno già provato cosa vuol dire trovarsi in vetta e reggere il peso del mondo.

Ma le regole del gioco seguono un andamento più lento, e non è semplice tirarsi indietro in un momento così delicato nei rapporti con l’oriente, in cui il mondo occidentale non riesce ancora a fare a meno della protezione dell’ombrello americano.

Oltretutto, se la popolarità globale e l’identità americana hanno sempre fatto affidamento sul mito del sogno americano, cosa succede se viene meno quel sogno e quella fiducia nel futuro che soltanto l’America riusciva a garantire in maniera equa?



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