• Silvano Moffa

Tempi di radicali incertezze

L’estate che ci stiamo lasciando alle spalle resterà scolpita nella nostra memoria.

Per le gioie dei trionfi italiani nello sport, dagli Europei di calcio ai successi olimpionici.

Le dieci medaglie d’oro, i 40 podi complessivi, gli incredibili successi nell’atletica di Gianmarco Tamberi nell’alto e Marcel Jacobs nei 100 metri, la vittoria straordinaria della staffetta 4x100 maschile, con Tortu autore di una rimonta sensazionale ai danni dell’Inghilterra. Le copertine di Tokyo e quelle di Londra ci hanno regalato immagini incancellabili. Vialli e Mancini stretti in un abbraccio commovente. Storie di umana sofferenza e di grande amicizia. E poi, ancora, emozioni nascose nel tricolore che avvolge i campioni Gianmarco e Marcel. Il pianto liberatorio, la gioia incontenibile, dopo frazioni di secondi consegnati alla storia, tratti di una vita vissuta tra mille sacrifici, pesanti infortuni, devastanti solitudini. Eppure, nell’epica dei giochi moderni ogni umana fragilità appare annullata, annichilita.

E persino la Pandemia che continua a tormentare le nostre vite sembra, nell’estate rovente, passare in secondo piano.

Ma ora che il calvario afghano ci consegna le foto crudeli di un Paese devastato dalla paura, abbandonato dall’Occidente, umiliato nella illusione di un cambiamento coltivato per vent’anni e miseramente naufragato, torna a scuoterci la condizione di incertezza che il Terzo millennio ci ha consegnato nel primo ventennio trascorso.

Sull’incertezza, il grande matematico e filosofo francese del ‘600, Blaise Pascal, ha fondato la moderna teoria delle decisioni e posato l’acuta riflessione sulla condizione dell’uomo. Noi siamo qualche cosa, sostiene Pascal, ma non siamo tutto. Ci muoviamo su di un mare vasto, sempre incerti e ondeggianti, spinti da un capo all’altro. Bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile ed una base ultima, per edificarvi una torre che si elevi all’infinito. Ma ogni nostro fondamento crolla e la terra si apre sotto i nostri piedi, fino agli abissi.

Senza immergerci più di tanto nella speculazione del filosofo che sondò i limiti della ragione e la mise in antagonismo con le “ragioni del cuore”, abbiamo voluto soltanto accennare al ragionamento che Blaise Pascal utilizzò nel diciassettesimo secolo alle prese con un’incertezza davvero radicale: l’ipotesi dell’esistenza di Dio. Non possiamo credere nell’esistenza di Dio come ad un caso probabile, notò Pascal. Ma è razionale credere in Dio per il fatto che, se esistesse, sarebbe un danno infinito per il miscredente.

Intendiamoci, i valori sacri e della fede vanno maneggiati con cura. Come pure non possiamo trascurare gli effetti collaterali di ogni azione dell’uomo. Sta di fatto che l’incertezza è fattore insito nella condizione umana. Rimuoverla o non accettarla è privo di senso. Così, in quest’epoca ricca di incertezze, la domanda forse più importante da porre è la seguente: siamo in grado di vivere in uno stato di continua incertezza? O, per essere ancor più drastici, abbiamo sufficiente forza, non soltanto cognitiva, per affrontare quelle che Pascal definiva, appunto, “incertezze radicali”?

Temo che, nell’afasia speculativa e filosofica in cui appare imprigionato l’attuale modello unidimensionale, tecnologico, edonista, consumistico e totalizzante di un Occidente privo di mordente e di una nuova carta di valori, ci sia poco spazio per tali riflessioni. Il tramonto Spengleriano della nostra Civiltà data ormai da qualche tempo. Ma ora le sue tracce si sono trasformate in solchi profondi. Scavati nella carne di quelle madri disperate che tentano di fuggire con i loro piccoli da Kabul. Grondano nelle litanie dei virologi che hanno procurato panico da virus tra la gente con una liturgica confusione di idee sul contenimento del Covid-19. Si manifestano nella scarsa lucidità analitica, nella prosopopea decisionale di autorità a digiuno di autorevolezza e di pifferai del blog malati di protagonismo.

L’incertezza però – ecco il punto da cui non si sfugge – è intorno a noi e dentro di noi. Non possiamo eluderla. Dobbiamo accettarla e, possibilmente, calcolarne gli effetti, per ridurre il danno che potrebbe causare.

Nella probabilità di non annientare il virus (e questa, al momento, è una certezza), ne vanno contenuti gli effetti. I vaccini servono a questo scopo, anche se il dubbio rimane. Un po’ come insegnava Pascal con la sua tesi probabilistica sull’esistenza di Dio.

E se a Kabul tornano i talebani, favoriti dallo spocchioso cinismo americano e dalla follia di esportare democrazia in ogni angolo del Pianeta, come fossero caramelle al miele da donare agli ultimi dai padroni della Terra in cambio di una improbabile Pax Americana, è più che legittimo chiedersi dov’è il confine della razionalità nelle scelte di Washington, nel ruolo della Nato e in quello, servizievole, degli alleati europei. Mai come in questi anni di incredibili incertezze economiche, finanziarie, geopolitiche e di virulenti sconquassi pandemici, di agghiaccianti atti terroristici, abbiamo avvertito la mancanza della Politica.

A ogni latitudine, eccetto che nella Cina di Xi e nella Russia di Putin. Dei bla bla dei nostri governanti, meglio non parlare. Nel recente Meeting di Rimini, una volta ambita meta di fine estate per raccogliere pensieri profondi e mettere in circolazione idee e provocazioni culturali di nuovo conio, durante l’incontro tra i leader che affollano il nostro Parlamento, si è celebrato il rito del Nulla.

Nessuno che sia andato al di là del solito copione, delle solite battute. Roba per orecchianti.

Eppure, nell’epoca dominata dall’incertezza, avremmo bisogno di Pensieri, Idee, Progetti. Di una Visione. Insomma, di qualcosa di molto più complesso che animi il compito di chi ha grandi responsabilità di decisione e di coloro che da quelle decisioni dipendono, i cittadini. Sarebbe il metodo giusto per “dominare” l’incertezza.

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