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Un terribile venerdì a Gerusalemme


Ma cosa mai era accaduto in quella provincia dell'Impero chiamata Giudea, conosciuta per il fanatismo religioso e l'odio profondo verso gli occupanti Romani?

Questa domanda se la ponevano da diversi giorni due giovani legionari di nome Quintilio e Licinio, i quali erano rimasti colpiti dal racconto ascoltato dalla viva voce di alcuni loro amici appartenuti alla X^ Legio Fretentis, in quegli anni di stanza a Gerusalemme, capitale della Giudea.

Questi raccontavano che da quando avevano assistito alla crocifissione di uno oscuro profeta di nome Gesù, non erano più gli stessi. Sia di giorno ma soprattutto di notte, erano tormentati da timori, ansie e incubi a tal punto che i loro superiori avevano deciso di rinviarli a Roma, per recuperare la serenità ma anche la dignità che si addiceva a soldati dell'Impero.

Eppure, raccontavano i due reduci dalla Palestina, durante il loro servizio nella X^ Legione avevano affrontato spesso situazioni di estremo pericolo, senza mai risentirne nella mente e nello spirito, come invece accadeva loro dopo la crocifissione di quel predicatore, conosciuto nella sua terra come "Il Nazareno".

Questo singolare rabbi poi non invitava alla ribellione contro i Romani né a combatterli con le armi, ma esortava i suoi discepoli ed i suoi ascoltatori all'amore verso i propri simili, anche se nemici, al perdono delle offese ricevute ed esortava a mettere in pratica i comandamenti di quel Dio che chiamava sua Padre.

E proprio per questa sua pretesa, che per ogni Ebreo suonava come una tremenda bestemmia, fu giudicato dai sacerdoti del Tempio meritevole di condanna a morte, che però essi non potevano eseguire. Fu condotto perciò al cospetto del governatore Pilato, che lo interrogò e si convinse che quel mansueto "sognatore" non meritava la pena capitale. Ma dato che sacerdoti, scribi, anziani del popolo ed anche i farisei chiedevano la condanna del bestemmiatore, e dietro la minaccia di ricorrere addirittura al diretto giudizio dell'Imperatore, Pilato alla fine ordinò l'esecuzione capitale dell'enigmatico rabbi.

Che quel condannato a morte, nonostante l'aspetto dimesso, fosse una persona speciale lo fece comprendere quella specie di uragano che si scatenò quando, giunto sul monte Golgata, il profeta di Nazareth, dopo una lunga agonia sulla croce spirò.

Ricordavano quei giovani legionari che anche un loro centurione, presente al supplizio riconoscesse in quel rabbi un qualcosa di inspiegabilmente straordinario, ...... un qualcosa di divino.

Sepolto in tutta fretta, la tomba del rabbi venne presidiata poi da alcune guardie del tempio, per impedire ai suoi seguaci di trafugarne il corpo e di inventarsi così fantasiose risurrezioni.

Ma veramente quella tomba fu trovata aperta e senza il corpo del Nazareno, e quello che più sorprendeva era il fatto che neanche le guardie, che dovevano vigilare, sapessero spiegare cosa fosse accaduto nella notte, poiché erano cadute in un sonno profondo.

Ma i Sommi Sacerdoti istruirono gli spaventati guardiani e li pagarono lautamente perché mentissero sull'accaduto. Però la notizia della scomparsa del corpo del Rabbi di Nazareth si diffuse rapidamente, provocando l'ira dei Giudei e la nascita di una nuova fede nell'uomo che si era proclamato "Figlio Unigenito" dell'unico Dio, e che una volta morto era risorto ed era stato anche in compagnia dei suoi discepoli prima di salire nel cielo.

Il racconto di quanto avvenuto in Giudea e gli effetti provati dai loro amici provocarono in Quntilio e Licinio un misto di incredulità, di stupore e di curiosità, al punto che i due si informarono se a Roma si trovassero altri legionari che avessero assistito ai fatti in questione.

I due giovani volevano soddisfare un inspiegabile desiderio di conoscere quanto più possibile cosa fosse avvenuto in quel di Giudea, un venerdì che poteva ben essere definito terribile!

Non sappiamo quanto tempo impiegarono i due a sperimentare il detto: "Graecia capta ferum victorem cepit ", ma alla fine il rabbì sconfitto umanamente travolse l'incredulità dei due Legionari, che divennero anch'essi cristiani.


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