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È tornato il 25 aprile, puntuale come sempre



Ci risiamo, il 25 Aprile, anche quest’anno è stato al centro dei discorsi di sempre. Sono riaffiorati gli antagonismi ideologici, forse pure un tantino strumentali, tra i mestieranti della politica di oggi, perché davvero, come altrimenti vuoi definirli? Gli Statisti infatti sono altra cosa, occorre ricondurre la memoria agli albori della repubblica per individuarne qualcuno.

Da sinistra, sistematicamente, si rimprovera alla destra di non abiurare in maniera netta alle origini fasciste della propria storia, mentre da destra si ribatte contro la generalità dei totalitarismi e, soprattutto, contro i disastri ovunque causati nel mondo dalla applicazione del dogma comunista. 

Strumentalizzazioni da ambo le parti.

La destra in Italia non ha origini fasciste, la destra storica e liberale governava già una parte dell’Italia, da prima ancora che la Nazione fosse stata unificata sotto lo stemma sabaudo.

Il comunismo vero in Italia non è mai esistito, quella esperienza nel nostro Paese è stata più una suggestione romantica e l’espressione di un forte desiderio di uguaglianza e socialità diffusa, che la volontà di instaurare in Italia un regime totalitario sullo stile di quello sovietico.

Non a caso infatti, la destra Italiana non si è disciolta con la fine del movimento fascista, proprio perché non declinava la propria esistenza da quell’indirizzo politico durato un ventennio, ma era molto più ancorata al passato liberale e monarchico del nostro Paese. Al fascismo quella destra si affiancò per comodità ed opportunismo politico, come vi si affiancarono la borghesia, la chiesa e la corona.

Di contro, il partito comunista più grande d’Europa, non ha mai condiviso nulla con i partiti comunisti al potere nell’Est continentale, il segretario più ammirato ed apprezzato di sempre del PCI, Enrico Berlinguer, respinse con forza ogni ipotesi di collegamento con quello schema di potere, riconoscendosi pienamente nel patto della alleanza atlantica. Perché allora si continua a discettare su fascismo ed antifascimo, su comunismo ed anticomunismo? per mero calcolo di opportunismo politico, come ben sappiamo tutti, predicatori di parte inclusi.

Si sente dire e si legge soprattutto, che l’abiura al fascismo è un fatto dovuto, perché l’Italia nasce antifascista sui valori fondativi della Resistenza, con una Costituzione a forte matrice antifascista. Vero, ma solo in parte.

L’Italia fascista era una Italia monarchica, quella post fascista è nata come Italia repubblicana, con una Costituzione repubblicana.

Mi chiedo allora perché non pretendere in parallelo alla abiura fascista, anche il diniego palese e il disconoscimento dei principi monarchici, visto e considerato che il fascismo ha tratto vitalità e prosperità politica proprio a causa della complicità, ove non addirittura grazie al compiacente supporto della corona e degli apparati ecclesiastici più prestigiosi. Il perché è evidente, con il richiamo all’antifascismo si cerca di catturare il consenso elettorale di quella parte consistente di connazionali, che, proprio perché fortemente ideologicizzati, ancora vedono nel defunto dogma fascista una minaccia per il futuro democratico della Nazione.

Analogamente, da destra, non si abiura manifestamente a quei principi del passato, temendo di inimicarsi anch’essa quella parte di elettorato ancora ancorato ai ricordi di quella storia ormai remota. Mero calcolo elettorale, dall’una e dall’altra parte, sciocchi noi a rimanerne invischiati.

Il 25 Aprile 1945, così torniamo al ragionamento cardine della narrazione, è più una data simbolica per l’Italia che un fatto epocale, non è che quel giorno accadde l’apocalisse.

A quella data, una buona parte dell’Italia era stata già liberata dalla morsa nazista, lo sbarco degli alleati in Sicilia c’era già stato nel 1943, l’armistizio era stato firmato l’8 Settembre dello stesso anno, Cassino e il basso Lazio erano stati già distrutti, le armate fasciste di Salò erano praticamente ininfluenti ai fini bellici, asservite com’erano ai reparti della Wermatch, peraltro impegnata a ritirarsi verso nord nel vano tentativo di difendere Berlino dall’assedio sovietico.

Vero pure che quello fu il periodo degli eccidi più esecrabili commessi ai danni dei civili inermi da parte dei militari tedeschi e dei fiancheggiatori in armi dei reparti repubblichini di Salò, milizie, sia le une che le altre, già condannate a soccombere sul campo di battaglia, come puntualmente accadde di lì a poco. La guerra nazifascista era stata già persa almeno due anni prima del 1945, con essa era svanita la vanagloria dei sognatori del regime, che pensavano di pareggiare sui libri di storia l’onore conquistato dai legionari di Cesare. La Resistenza, supportata e monitorata dagli eserciti alleati, forse anche con la tacita compiacenza del vaticano, pretese ed ottenne il diritto ad essere essa stessa la promotrice del colpo di grazia agli occupanti tedeschi, l’Italia del nord doveva essere liberata dagli Italiani, una forma di riscatto per gli errori e gli orrori del recente passato, un passaporto politico e una investitura di rappresentanza per i tavoli di negoziazione che si andavano prefigurando già allora.

L’Europa andava ricostruita e a quella ricostruzione l’Italia non poteva mancare, quale parte fondamentale e di confine di una alleanza atlantica, che ci protesse allora e che ci ha consentito di scalare in pochi anni le classifiche economiche dei Paesi più prosperi ed industrializzati al mondo.

La resistenza, in quel 25 Aprile 1945, promosse la ribellione simultanea all’invasore germanico da parte delle città di Torino e Milano, catturò Mussolini in fuga verso nord camuffato da soldato tedesco, ponendo fine alla sua esistenza di uomo e di tutto quanto aveva fino ad allora rappresentato.

Rispetto a questo 25 Aprile 1945, che segnava già la dipartita del regime fascista e la sconfitta delle armate tedesche, io sottolineo la forse maggiore valenza per il futuro della nuova Italia, del 25 Luglio 1943, quando ad esito di guerra ancora incerta e con Mussolini ancora al potere, il fascismo decretò la morte di se stesso, estromettendo l’allora Duce dal potere, che non a caso fu subito imprigionato a campo imperatore sul Gran Sasso.

Quello fu un momento cruciale per la Nazione, la Resistenza nacque allora, quella Resistenza cui l’Italia libera e Repubblicana deve in buona parte la sua esistenza, riscattata con le armi dell’onore perduto, pressata come era dalla soverchia del potente alleato.

Il 25 Aprile 1945 non si è dimostrata nei fatti una data inclusiva di riconoscimento ed identificazione Nazionale, troppi i distinguo ancora oggi, le ferite di allora non si sono ancora rimarginate, quegli eventi chiusero una guerra civile che vide contrapposti tra loro interi nuclei familiari, risale ad allora lo scempio delle foibe in terra Giuliana, a lungo nascosto e dimenticato, impensabile che una data su un calendario potesse segnare un momento di unità Nazionale. Quella nata con referendum popolare del 2 Giugno 1946 è una Italia libera, democratica e Repubblicana. Consideriamola tutti una entità nuova, nata dalle ceneri degli errori del passato, finiamola tutti nel volerla tracciare quale discendente diretta di una delle parti in lotta, perché così facendo non sarà mai pace Nazionale e mai saremo mai Nazione vera.

La liberazione dagli aggressori occupanti è un fatto dato e storicizzato, sappiamo anche ben distinguere oggi, con il dovuto rispetto per tutti ovviamente, vinti e vincitori, tra chi ha combattuto per una causa giusta e di libertà, e chi suo malgrado ha versato sangue per ideali risultati poi fallati.

Il nuovo nasce sempre dal vecchio, ma quando il vecchio porta con se le tracce e le ferite della battaglia, tanto da impedire al nuovo di germogliare, è bene archiviare il passato e concentrarsi sul nuovo, prima che anch’esso inaridisca per mancanza di linfa e sentimento Nazionale.



 

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