• Silvano Moffa

ADDIO ANNUS HORRIBILIS

Siamo nel 2021. Finalmente. Ci lasciamo alle spalle un anno orribile. L’anno del maledetto virus venuto dalla Cina. L’anno della pandemia che ha messo in ginocchio il mondo intero e da noi ha cancellato una intera generazione di anziani, seminando lutti e dolore in ogni angolo della penisola.

Attenzione!

Da quel virus e dalla sua impressionante velocità di contagio non siamo ancora del tutto indenni. L’allerta non è finita.

Però l’arrivo dei primi vaccini è una iniezione di fiducia. La speranza che da quel male che toglie il respiro si possa uscire una volta per tutte, definitivamente.

Il fatto stesso che sia finito l’horribilis anno bisestile ci inietta fiducia. L’augurio è che si torni ad una vita normale. Anche se tutto non sarà come prima.

Se è facile prevedere una sorta di risveglio dalla lunga e tormentata vita tra quattro mura di casa, impigriti dinanzi alla Tv, col computer a portata di mano, col distanziamento sociale, mascherine e disinfettanti in tasca, è difficile immaginare che cosa il destino riserverà al nostro Paese.

L’ottimismo, malgrado tutto, non difetta. L’Italia è un grande Paese.

Gli italiani hanno nel Dna la genialità, fattore decisivo quando c’è da competere persino con la malasorte. Quest’anno ricorrono i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri.

Se c’è una figura che più di ogni altra rappresenta il genio italico e tutte le altre figure riassume nella lunga storia che ha fatto di noi una Nazione, dalle Alpi a Lampedusa, è proprio quella del Poeta dei poeti.

Seppe, l’Alighieri, nella sua opera summa, la Divina Commedia, rappresentare il meglio e il peggio di noi italiani, virtù e difetti, glorie e disonori, vanagloria e umiltà, eroismi e viltà. Passano i secoli, ma il “carattere” di noi italiani non cambia. In un bel libro alla ricerca di assonanze tra l’Italia dei tempi antichi e l’Italia attuale, Aldo Cazzullo ricorda che Dante inventò l’Italia perché non ci diede soltanto una lingua; ci diede soprattutto un’idea di noi stessi e del nostro Paese.

Ecco, se vogliamo risorgere, da quella Idea dobbiamo ripartire. Dalla cultura, dalla bellezza. Dalla nostra umanità e dalla capacità di rinascere dopo le sventure, gli accidenti della storia, la pandemia.

Con una raccomandazione: fare ammenda degli errori e dagli errori trarre lezione per non commetterne di peggiori.

Che cosa ci ha insegnato, in particolare, il Covid-19? Essenzialmente tre cose. Prima di tutto, che nella catena delle articolazioni istituzionali, tra Stato, Regioni e Comuni, manca un luogo certo di comando e di decisione. Ogni decisione, per essere efficace, non può limitarsi alla “leale collaborazione” dei soggetti coinvolti. La lealtà è una qualità morale. La parola deriva dal latino legalitas e indica una componente del carattere della persona. Platone la considerava una prerogativa dell’uomo giusto.

La decisione attiene alla sfera del comando. Per Carl Schmitt è l’essenza del diritto. Il regionalismo spinto e confuso, nato dalla riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, ha mostrato tutta la fragilità di questo impianto. Metterci mano, prima che sia troppo tardi, è una necessità cui non si può sfuggire.

In secondo luogo, sono emerse le inadeguatezze di un sistema sanitario umiliato e scarnificato negli anni nel nome del risparmio della spesa sanitaria ma con il risultato, assurdo e vergognoso, di aver chiuso ospedali e interi reparti senza risparmiare un centesimo, anzi dilatando in maniera abnorme i bilanci del settore.

Risultato: meno medici, meno assistenza, minor prevenzione, scadimento delle cure in generale. Un quadro disastroso. La pressione dei ricoveri sulle strutture durante la fase più acuta della pandemia e la inadeguatezza delle stesse, nonostante l’eroico prodigarsi di infermieri, medici e personale ausiliario, hanno mostrato una crisi strutturale, che va risolta senza se e senza ma, attraverso un piano serio e concreto di investimenti e di riorganizzazione dell’intero sistema sanitario. I fondi europei messi a disposizione da una rediviva Europa debbono servire prima di tutto a garantire la salute dei nostri cittadini.

Terza questione: una classe politica incompetente e inadatta a gestire un grande Paese come l’Italia. Non sembri la severa asserzione peccare di qualunquismo. La realtà è sotto gli occhi di tutti. Aver distrutto i partiti, evitando di gettare il bambino con l’acqua sporca, ha reso invertebrato il sistema. Di più, ha favorito oligarchie e leadership personalistiche che hanno mortificato ogni processo di selezione della classe dirigente. Non c’è spazio per chi non sia strettamente legato al leader di turno ed a lui sia fedele. Così si sono imposti ricatti e si è aperto il varco alle incompetenze. Ne ha sofferto la democrazia. Ne subiamo tutti le conseguenze.

Ci sono certamente altre questioni che andrebbero messe a fuoco.

Ne abbiamo indicate soltanto alcune. Quelle che ci paiono le più urgenti per la semplice ragione che, se non si trovano ad esse soluzioni giuste, qualunque impresa, qualsivoglia progetto di rinascita e di costruzione di futuro rischia di fallire.

La prima regola è mettere ordine nella confusione che regna sovrana.

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