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Alluvioni, segnali politici, egemonie culturali


Il mese appena trascorso è stato ricco di avvenimenti. La devastante, terribile alluvione che ha sconvolto la Romagna, procurato vittime, distrutto aziende agricole, messo in ginocchio famiglie e imprese, ci ha ricordato, ancora una volta, ove fosse necessario, la fragilità del nostro Paese, i ritardi e l’incuria con cui, da decenni ormai, trattiamo l’ambiente e il territorio in cui viviamo, indifferenti alla natura geologica dei luoghi, alla cura degli argini dei fiumi, alla messa in sicurezza di zone a rischio allagamento e altro ancora. A maggio si sono svolte anche le elezioni amministrative in alcuni piccoli, medi e grandi comuni. Presentate come una sorta di termometro per misurare, da un lato, il grado di consenso della destra al governo della Nazione da otto mesi, e, dall’altro lato, l’effetto Schlein sull’elettorato di sinistra dopo la sconfitta nelle politiche, le recenti consultazioni hanno sostanzialmente confermato una tendenza al cambiamento, una propensione a dare fiducia alla destra, nella sua vasta accezione. Mentre appare evidente che la radicalizzazione del Pd su alcuni temi, dalla maternità surrogata al termovalorizzatore di Roma, non paga e si mostra molto più divisiva di quanto si supponesse.

E’ sempre del mese scorso l’insorgere della polemica sui vertici della Rai, il rapporto tra cultura e politica, la cosiddetta egemonia gramsciana, ossia la modalità più o meno espressa con cui i partiti intendono esercitare un ruolo influente nella vita culturale.

Procediamo con ordine. Il cataclisma romagnolo, nella sua sconvolgente dinamica, ha seminato distruzione e lutti. Una piaga profonda che abbiamo vissuto con apprensione, dolore e partecipazione. Vedere sommersa quella regione dall’impeto delle acque e dal fango, assistere al recupero dei corpi di donne, uomini e bambini sopresi e isolati nella flagellante virulenza di un cielo oscurato da nubi cariche di pioggia, mostra il segno di una rassegnata impotenza dell’uomo nei confronti della natura. Come avviene per i terremoti e per tutti gli apocalittici eventi che il clima e la natura ogni tanto ci consegnano per rammentare che, per quanti progressi si possano registrare e per quante tecnologie si possano utilizzare nel nome della scienza, della tecnica e della ricerca, c’è sempre un dato dal quale non si sfugge: le leggi della Natura.

“La natura ha forze tremende, eppure, più dell’uomo nulla è tremendo”. Quel che paventava Sofocle nell’Antigone è ormai il problema che oggi si pone in maniera impellente: la “misura” di questo dominio. Nella prevalenza imposta da una visione antropologica che percepisce la natura come un mezzo al servizio dell’uomo, nell’assenza di “un’etica all’altezza dell’età della tecnica”, come ricorda con felice espressione il filosofo Umberto Galimberti, sarà difficile instaurare un corretto rapporto tra uomo e natura.

Tra il progresso e la catastrofe ci dovrà pur essere un confine accettabile.

Lo scenario che abbiano davanti in termini di riscaldamento globale o di effetti degli organismi geneticamente modificati, solo per citare le questioni che più tengono banco nel dibattito generale, è uno scenario nel quale al potere dell’uomo sulla natura si è sostituito il potere della tecnica sull’uomo e sulla natura. E’ tempo di prenderne piena coscienza. Soprattutto per recuperare all’uomo la capacità di prevedere le conseguenze del suo “fare”, come del suo “non fare”. Una capacità di previsione di cui si avverte ormai la mancanza.

Quanto ai risultati delle elezioni amministrative, pare assodato che il governo Meloni goda di buona salute. Ovviamente, il dato amministrativo non va confuso con quello politico.

Ma se alcune roccaforti storiche della sinistra, come Ancona e quasi tutte le città della Toscana, vedono la sinistra sconfitta; se, quasi tutte le Regioni italiane, eccezion fatta per l’Emilia Romagna e la Campania, sono state conquistate dal centrodestra; se comuni più piccoli, baluardi di quel che una volta veniva definito “lo zoccolo duro” della sinistra, si sfrangono e implodono, vuol dire che va in frantumi una mitologia: quell’idea che una volta si chiamava comunismo e che declinava il peso avuto nei decenni grazie alla preponderante presenza nei comuni e nelle regioni dell’Italia Rossa.

Si tratta di un cambiamento geopolitico, di una svolta epocale, del riflesso di una stanchezza dell’elettorato tradizionale non percepita dai vertici del Pd: stanchezza e repulsione verso atteggiamenti di autoreferenzialità di una sinistra sempre più priva di identità, incline a coniugare istanze Lgbtq, prona verso l’ecologismo del No, culturalmente superba e politicamente lontana dalla realtà e dalle necessità dei cittadini.

D’altro canto, il successo non deve abbagliare la destra di governo, nelle sue varie espressioni. Aver ottenuto dai cittadini un consenso così vasto e ripetuto richiede un supplemento di responsabilità, la capacità di dimostrare con i fatti di essere all’altezza, di mostrare competenza e qualità amministrativa. Il percorso non è facile. Le insidie sono numerose. Le attese dei cittadini pressanti.

L’aver decisamente imboccato la via del pragmatismo nel confronto europeo è stata una scelta oculata, una forma di cautela che è servita a rimuovere incrostazioni di inaffidabilità alimentate in passato da chi aveva delineato il profilo della destra come di un corpo estraneo alla concezione di un’Europa unita e democratica. Ma ci sono altre questioni da mettere a punto, evitando di cadere nella “trappola del Novecento”, per dirla con Pietrangelo Buttafuoco.

Pensiamo alle riforme sul federalismo differenziato e sul presidenzialismo.

Nel corso delle audizioni sul progetto Calderoli sono arrivate critiche da esperti e costituzionalisti. Si tratta di riserve, valutazioni e previsioni che è bene non sottovalutare. Il rischio di una spaccatura del Paese, stante le norme elaborate dal ministro leghista, è alto. Pensare di colmare il divario esistente tra Nord e Sud senza un meccanismo perequativo e, ancor prima di azionare la leva della cosiddetta “autonomia differenziata”, senza consentire alle regioni meridionali di avere una condizione di parità nella dotazione dei servizi al cittadino, pone le premesse per una disarticolazione dello Stato. I numeri parlano da soli.

Lo Stato trasferisce in media ogni anno ad un cittadino del Nord 17.363 euro di spesa pubblica. Un cittadino del Sud deve accontentarsi di 13.607 euro. Per colmare la differenza di 3.756 euro il Mezzogiorno dovrebbe ricevere dallo Stato ogni anno 75 miliardi. Se Veneto e Lombardia otterranno di trattenere sul proprio territorio il 90 per cento di Irpef, Ires e Iva, al bilancio dello Stato verranno a mancare 190 miliardi di euro. Come si colmerà allora il divario?

Non solo. Nell’ambito della sanità, le cui competenze sono transitate alle regioni, i risultati sono stati disastrosi. Le liste d’attesa e i viaggi dal Sud verso il Nord per curarsi hanno comportato un travaso di 14 miliardi di euro dalle regioni meridionali e quelle settentrionali. Con la conseguenza che la sanità nel sud è andata ulteriormente in crisi. L’autonomia, in queste condizioni, infliggerebbe un colpo mortale all’intero Mezzogiorno.

Ora, se è vero che nel Sud ci sono sacche inaccettabili di inefficienza e, in molti casi, non si riesce neanche a spendere i Fondi di coesione europei, è pur vero che non si può gettare il bambino con l’acqua sporca. Procurando danni ulteriori ai cittadini e rendendo incolmabile il divario esistente.

Né aiuta, nel processo di bilanciamento tra opzioni diverse, la proposta di elezione diretta del premier (un semipresidenzialismo alla francese) avanzata dal governo per cercare di riequilibrare le pretese della Lega. Si tratta di tesi che si muovono su piani diversi. Esse si articolano sul terreno di una architettura costituzionale che merita di essere aggiornata e calibrata con attenzione e cautela.

Insomma, la riforma dell’autonomia e quella del presidenzialismo non posso essere trattate come merce di scambio. In gioco è la credibilità riformatrice del governo e il destino di una Nazione che porta ancora le ferite della disgraziata riforma del Titolo V della Costituzione imposta dalla sinistra.

Per terminare la disamina degli accadimenti di maggio, ecco un altro tema che si proietta sui mesi avvenire e rischia di accendere polemiche sempre più astiose tra maggioranza e opposizione. Ci riferiamo al rapporto tra cultura e politica che, per alcuni versi, riverbera nelle sostituzioni dei vertici della Rai ed è emerso anche in occasione del Salone del libro di Torino. Niente di nuovo, in verità. Del pluralismo reale o presunto della Rai si discute dalle calende greche. Con risultati nulli o scarsi. La verità è che si spaccia per pluralismo la lottizzazione che i partiti fanno dei Tg e delle conduzioni dei talk show. Ora che la destra è al governo, dopo anni di ostracismo verso giornalisti, intellettuali e pensatori di quel versante, è più che legittimo ottenere il cambio della guardia alla direzione di alcune testate. Va da sé che nulla vieta ai nuovi conduttori di garantire, nell’espletamento delle funzioni, pluralismo e par condicio, mostrandosi anche migliori di chi li ha preceduti.

Direi che sia auspicabile che lo facciano, proprio per mostrare un volto diverso nella gestione di un pubblico servizio, quale la Rai dovrebbe sempre assicurare.

Diversa è la questione della egemonia culturale della sinistra di gramsciana memoria. Qui ci pare essenziale chiarire alcuni punti controversi, sia sul versante della destra che su quello di sinistra.

E’ fuor di dubbio che per molti anni, in particolare a partire dal Sessantotto, per effetto di un tacito patto tra la Dc e il Pci, la prima ha lasciato a quest’ultimo una sorta di egemonia nel campo della cultura in cambio di un controllo più serrato su altre istituzioni. Con il tempo questa influenza si è fatta più diffusa e stringente. Ha occupato spazi nelle università, nel cinema, nel teatro, nella letteratura, nelle case editrici. Con l’avvento di Berlusconi, le cose sono cambiate. Sicché parlare oggi di egemonia culturale della sinistra in termini assoluti non è propriamente esatto. Più verosimilmente, bisogna ammettere che i processi omologanti del pensiero unico hanno finito con l’inaridire la vena culturale nel suo insieme.

Ne consegue che non è tanto la presunta egemonia di una sinistra politicamente e culturalmente in declino a dover preoccupare. Quanto, piuttosto, la distanza che separa la voglia di conciliare l’immenso patrimonio di valore universale che l’Italia eredita dal passato, e che qualcuno vorrebbe cancellare, con l’inalienabile esigenza di guardare al futuro, alle nuove suggestioni che infiammano la contemporaneità, ne declinano sofferenza e grandezza, ne animano dibattito e confronto. Tracciare una linea di demarcazione tra questi “valori” culturali sarebbe un errore imperdonabile.



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