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Educare le aziende alla finanza per nuove frontiere di sviluppo


Tra le tante mode che periodicamente investono il nostro Paese, adesso c’è quella della educazione finanziaria.

Tuttavia, anche se a prima vista può apparire un'altra delle tante tendenze, l’educazione alla finanza ha un senso quando si pone come elemento utile al cittadino nella preparazione alla gestione corretta delle proprie finanze.

Le molte ricerche condotte sul campo, sia in Italia che all’estero, dimostrano come non siano poche che persone che non sanno come gestire le proprie finanze e commettono errori che hanno come spiegazione razionale solo l’ignoranza delle regole più elementari di finanza. Il problema riguarda, cosa apparentemente bizzarra, anche coloro che fanno impresa e che teoricamente dovrebbero essere padroni della materia, non potendosi pensare che chi abbia l’ambizione di gestire una impresa abbia invece problemi con questioni attinenti all’ambito finanziario.

Ma ciò assodato, vediamo perché anche un imprenditore dovrebbe essere educato alla finanza.

La prima ragione è che le competenze finanziarie dell’imprenditore tendono ad avere ricadute positive sull’azienda, in particolare per le piccole imprese, che non hanno la possibilità di assumere personale specializzato e fanno in genere affidamento sulle capacità dell’imprenditore (le competenze finanziarie, ad esempio, sembrano rendere gli imprenditori più sicuri nelle relazioni con le banche).

La seconda ragione della opportunità di realizzare il programma odierno è legata da un lato al basso livello delle competenze finanziarie dei piccoli imprenditori, dall’altro alla struttura produttiva del Paese. Da un’indagine condotta nel 2021 in 14 paesi OCSE10, emerge che nel nostro paese meno di 40 microimprenditori su 100 hanno una cultura finanziaria adeguata. L’Italia non sfigura in questa classifica internazionale, anzi risulta ai primi posti; ma alle nostre aziende con meno di 10 addetti fa capo oltre il 25 per cento del valore aggiunto generato dall’intero settore non finanziario nazionale e il 42 per cento del totale degli addetti (più di 6 milioni di persone).

In nessuna economia avanzata si riscontrano valori così elevati.

Nella media europea, ad esempio, le microimprese rappresentano il 18 per cento del valore aggiunto e poco meno del 30 per cento degli addetti.

Tutto ciò implica che investire nell’educazione finanziaria dei piccoli imprenditori italiani può portare ampi benefici in termini di solidità del tessuto produttivo e di crescita economica.

La terza ragione per cui oggi, per un imprenditore, è importante possedere un buon livello di competenze finanziarie ha a che fare con i cambiamenti in atto nel sistema finanziario, nella regolamentazione, nella tecnologia.

Sotto la spinta delle crisi che si sono susseguite a partire dal 2007, delle innovazioni nella finanza digitale e della regolamentazione – che un po’ subisce e un po’ guida le grandi trasformazioni in atto – il sistema finanziario sta cambiando fisionomia. 

Nascono società finanziarie con modelli di business innovativi; intermediari “tradizionali” utilizzano e sviluppano nuove tecnologie per migliorare prodotti e processi operativi; si diffondono nuovi strumenti e servizi per rispondere alle esigenze finanziarie di specifici segmenti di clientela; cambiano i metodi per valutare il merito di credito delle imprese.

Nel tempo si è osservato un graduale abbandono del modello di “banca di relazione” per la concessione dei finanziamenti e una corrispondente crescita del ricorso a metodi basati su informazioni quantitative standardizzate, tratte dai bilanci o da altri documenti contabili. In questo scenario in rapida evoluzione, gli imprenditori con un basso livello di cultura finanziaria, non attrezzati per fornire informazioni accurate sulla propria attività, rischiano di non cogliere opportunità, di fare scelte sbagliate, di non riuscire a segnalare il proprio merito creditizio.

Ma cosa si può fare di utile?

Educazione finanziaria per le PMI vuol dire dunque innescare quella capacità da parte delle imprese di sostenere gli investimenti in modo equilibrato e considerando diverse fonti e impieghi. Oltre all’usare – aspetto tutt’altro che scontato – gli strumenti in modo appropriato e adeguato alla propria azienda. 

E dunque:

 

1. dare conto alle piccole e medie imprese delle novità intervenute nel settore bancario, nel quale gli effetti della crisi finanziaria globale han­no agito da acceleratore per l’entrata in vigore di nuove regole, volte a rafforzare qualitativamente e quantitativamente il patrimonio delle banche; questo susseguirsi di innovazioni in campo normativo finan­ziario rischia, infatti, di generare una situazione nella quale nonostan­te il tentativo di dialogo tra Istituzioni finanziarie e Piccola Impresa, vengono a mancare le necessarie conoscenze reciproche tra gli interlocutori;

2. mettere a disposizione delle imprese, in particolare quelle mi­nori uno strumento utile per orientarsi nei loro rapporti con il mondo bancario, facilitando i processi di auto-valutazione finalizzati, grazie all’analisi dei fattori di rischio e degli elementi di forza e debolezza, a districarsi più rapidamente nel mutato contesto.

In tale contesto sappiamo che le banche, per l’erogazione del credito, fanno affidamento sulle comunicazioni aziendali (che devono essere redatti in modo chiaro e corretto, come ad esempio i bilanci ed i vari report) ma anche, sempre più, sui fattori immateriali e intangibili, come la capacità di innovazione (che non è uguale per tutti), la qualità dei dipendenti, la partecipazione a filiere nazionali e internazionali.

Ciò considerato è necessario, dal canto loro, che le PMI sappiano comunicare in modo trasparente e oggettivo questi fattori. Inoltre, in considerazione della sempre più necessaria funzione sociale dell’impresa, rappresentare l’importanza degli strumenti di finanza sostenibile. Quel tipo di finanza cioè che si propone l’obiettivo di indirizzare i capitali, non solo verso attività che generino un plusvalore economico, ma che possano puntare sulla sostenibilità, ossia sul tenere in considerazione il sistema ambientale e anche l’utilità che certe azioni hanno sulla società stessa.

Ecco un programma di massima che potrebbe essere validamente seguito per dare ai nostri imprenditori un valido set informativo, attività che, a dire il vero, sono promosse da molte illuminate banche del territorio. Sul punto, tuttavia, al fine di finalizzare meglio l’intervento educativo è centrale il ruolo delle associazioni imprenditoriali, che dovrebbero essere chiamate direttamente a formulare il programma educativo dei loro associati, raccogliendo dagli stessi le necessità formative, e chiedendo direttamente il supporto ai soggetti competenti e capaci di far fronte al bisogno.

 

*Direttore del dipartimento di Scienze Politiche di UniPace, delegazione di Roma di UniPeace-N.U.



 

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