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Il Bel Paese e i progetti del Pnrr

Il termine “rigenerazione urbana” è entrato ormai nel lessico comune. Norme, procedure, ambiti di applicazione ne hanno fissato il contenuto sia a livello di legislazione nazionale che nelle varie disposizioni regionali. Non sempre, però, la filosofia di fondo che ha spinto il legislatore verso una concezione diversa dello spazio urbano trova conforto nei programmi e nelle progettazioni di trasformazione fisico-spaziale del territorio. Le ragioni sono molteplici. La diversità dei territori costituisce una straordinaria ricchezza della nostra Penisola. Ma è un fattore che trova il limite nella non riproducibilità degli interventi, come se l’uno fosse fotocopia dell’altro.

Ogni territorio, ciascun ambito urbano, ogni fetta di territorio extraurbano, le periferie come i centri storici dei nostri ottomila comuni, rappresentano elementi specifici, tessere di un mosaico complesso e stupefacente.

E’ il mosaico del Bel Paese che tutti ci invidiano e che noi ancora non riusciamo ad apprezzare e valorizzare appieno.

Eppure, ci sono ormai tutte le condizioni per intervenire e, intervenendo, far bene.

Da alcuni decenni, in molti paesi le autorità centrali e quelle locali hanno cercato di impostare politiche per il rilancio economico e la rigenerazione sociale e ambientale dei quartieri più problematici. La Francia, forte di una esperienza pianificatoria abbastanza consolidata, ha puntato decisamente sull’iniziativa dei decisori pubblici, mentre altri Paesi, come il Regno Unito, hanno lasciato maggiore spazio all’iniziativa privata e alla competizione tra diverse aree per l’accesso ai fondi pubblici.

Nel tempo, queste due linee si sono tendenzialmente avvicinate.

Alcune best practices hanno fatto da battistrada all’assimilazione graduale dei due processi. Un ruolo in tale direzione, a partire dagli anni Novanta, lo ha svolto la Comunità europea con i progetti pilota Urban e altre iniziative come le reti di città, l’iniziativa Recite e, più specificatamente, con la divulgazione della rete Quartiers en crise che ha contribuito a far circolare le metodologie adottate per le aree urbane svantaggiate.

Si tratta di indirizzi e progetti che hanno puntato decisamente proprio sul tema della rigenerazione urbana.

Fino ad arrivare alle forme ancor più concrete e avanzate dell’Agenda urbana, ossia di una complessiva pianificazione strategica nella quale confluiscono analisi di criticità e potenzialità di sviluppo dei territori, lo studio dettagliato dei luoghi, della loro caratterizzazione ambientale ai fini della sostenibilità degli interventi, della dimensione demografica, delle preesistenze archeologiche e storiche, degli aspetti naturalistici e geomorfologici.

In sostanza, si tratta di politiche di pianificazione e di programmi complessi che, per andare a buon fine, richiedono, da un lato, un approccio integrato, e dall’altro lato, forme di partecipazione.

E qui torniamo alla filosofia di fondo della Rigenerazione urbana.

L’idea della integrazione punta sul fatto che queste politiche si propongono di affrontare il problema della rigenerazione urbana agendo contemporaneamente su più fronti: quello della riqualificazione dell’ambiente fisico, quello dello sviluppo di iniziative economiche, quello del miglioramento della qualità della vita e del grado di integrazione sociale, cercando di puntare sulle sinergie tra ciascun tipo di progetto. Così, ad esempio, là dove occorra restaurare un edificio degradato oppure creare nuove infrastrutture e spazi verdi, una buona regola dovrebbe essere quella di coinvolgere direttamente - in fase di progettazione, di esecuzione dei lavori e di gestione - le forze imprenditoriali locali, oppure di dar vita a nuove iniziative locali con particolare riguardo ai giovani in cerca di occupazione, curandone le competenze tecniche e organizzative attraverso corsi di formazione professionale.

Non sfugge che le politiche di rigenerazione-integrazione, per loro natura, mirano a realizzare una complementarità tra i decisori pubblici, gli operatori privati che agiscono con logiche di mercato e i vari soggetti del Terzo settore (organizzazioni di volontariato, imprese sociali etc.).

Tutto questo presuppone che lo Stato faccia un passo indietro rispetto alla presunzione di poter elaborare e realizzare, con le sole proprie forze, progetti capaci di orientare lo sviluppo urbano verso obiettivi prestabiliti. Lo Stato, questo è il punto che torna in primo piano anche in questa delicata fase in cui il governo è alle prese con i fondi del PNRR e si vanno rimodulando progetti più o meno costruiti con la filosofia che abbiamo fin qui richiamato, dovrebbe avere un ruolo di catalizzatore e coordinatore di energie che provengono da più parti: dallo Stato stesso, dalle sue articolazioni centrali e locali, ma anche da diversi tipi di operatori individuali o associati.

Abbiamo l’impressione che, ancora una volta, arriviamo a questo appuntamento con le armi spuntate.

Prova ne sia che lo stesso ministro Fitto, cui è stato affidato dal Governo il coordinamento dei progetti infrastrutturali legati ai finanziamenti europei (una somma enorme che l’Italia non ha mai avuto a disposizione dal dopoguerra, dai tempi del Piano Marshall), ha dovuto rimodularli, eliminando quelli che non avrebbero potuto rispettare la tempistica richiesta da Bruxelles.

Come pure desta perplessità il fatto che la stesura dei progetti definitivi sia, in molti casi, in capo al Comune proponente e, poi, la relativa gara di appalto sia affidata ad enti diversi. E’ il caso della Città metropolitana di Roma, per esempio. C’è da augurarsi che tutto fili liscio come l’olio.

Fatto sta che al tema della Rigenerazione urbana, laddove insistano progetti del Pnrr, rischi di mancare la gamba della partecipazione. Intendiamoci, quello di avere un elevato grado di partecipazione ai processi decisionali oggetto delle iniziative di riqualificazione-ristrutturazione-recupero (le tre R cui si aggiunge Rigenerazione che tutte le comprende) non è soltanto un prerequisito per la trasparenza della programmazione, bensì un elemento indispensabile per il successo delle iniziative di progetto e di programma, soprattutto quando si interviene per ricucire e rammendare, come usano dire gli architetti, aree degradate, sconnesse e frammentate sul piano urbanistico. Non solo. La partecipazione implica un processo di coinvolgimento complessivo che può moltiplicare le risorse. Soprattutto, per gli interventi di riqualificazione dei quartieri più abbandonati e malmessi, la partecipazione mette in moto un processo di costruzione di un’identità locale collettiva.

Le più moderne teorie sociologiche tendono per lo più a mettere in rilievo, nelle indagini sociali, il carattere territoriale del rapporto tra l’identità dei soggetti, individuali o collettivi, e la dimensione spaziale. Il binomio identità-spazio, insomma, è fattore dal quale non si può prescindere in una moderna pianificazione strategica.

Ciò vale ancor più nella Rigenerazione urbana. In questo binomio identità-spazio è possibile ritrovare alcune delle idee di fondo di quel filone architettonico che, con felice espressione, viene chiamato dell’agopuntura.

La cinese Xu Tiantian, una delle più convinte interpreti di questo pensiero culturale e progettuale, ha spiegato con parole molto semplici il significato dell’agopuntura nella progettazione. Secondo la sua teoria, quando si interviene su un ponte, su una fabbrica dismessa o su una ex cava di pietra bisogna avere il coraggio di rovesciare tutti i valori, ripensare quei luoghi offrendo una prospettiva di riuso, trasformando il passato radicalmente e, nello stesso tempo, rispettando i valori e le aspettative degli abitanti di oggi.

E’ questa la sfida dell’agopuntura.

Una dimensione nuova che offre una diversa visione spirituale degli stessi luoghi: la conservazione delle importantissime tradizioni sociali incanalata nella prospettiva di “memorie collettive moderne”. Non c’è opposizione tra queste due tensioni, secondo Xu Tiantian, ma soltanto continuità. Se sapremo coglierla, questa continuità, non potranno che trarne giovamento le città, i mille, incantevoli borghi, le stesse aree rurali del nostro Bel Paese.

E la qualità della vita delle nostre comunità non potrà che migliorare.




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