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Il giallo: anche le vipere amano


Ulisse era arrivato da poco nel suo ufficio, nel moderno palazzo di vetro che guardava verso gli stabilimenti di Cinecittà, quando sentì squillare il campanello della porta e quasi contemporaneamente esplodere un colpo di pistola sul pianerottolo.

Corse ad aprire la porta in tempo per ricevere tra le sue braccia il corpo inerte di una bellissima e giovane donna bionda che si stava afflosciando verso terra.

Dette un rapido sguardo sul pianerottolo, ma non vide nessuno. Capì subito che la donna era morta, l’adagiò sul divano e chiamò il commissario Scarpetta. Dai documenti, la vittima risultò chiamarsi Alice Donno, e dalle rapide, successive indagini, che era una fotomodella impegnata presso l’agenzia Gardini.

Scarpetta chiese a Ulisse se l’avesse mai conosciuta o avesse un’idea del perché fosse andata da lui. Ulisse gli rispose che sicuramente non l’aveva mai vista prima di quella mattina e quanto al motivo non ne aveva la più pallida idea, ma doveva essere molto importante se l’avevano ammazzata sull’uscio di casa sua per impedirle di parlargli.

A ora di pranzo, Tamara, la bella moglie di Ulisse, informata per telefono dell’accaduto, portò dei panini al marito. Infine, finiti tutti i rilevamenti, sopralluoghi e interrogatori dei vicini e del portiere, il corpo della povera Alice fu portato via e anche Scarpetta, gli agenti e i periti sgomberarono l’ufficio di Ulisse.

L’investigatore privato si lasciò cadere sulla poltrona, più amareggiato che stanco. Squillò il telefono e alzò con gesto affaticato la cornetta.

· Signor Zanni, - iniziò una voce maschile dal tono profondo, - mi chiamo Mario Fabrizi, ho sentito in televisione la notizia dell’assassinio di Alice: era la fidanzata di mio figlio e lavorava spesso per la mia agenzia di pubblicità. Era una ragazza d’oro. La incarico di scoprire il suo assassino: le devo almeno questo. Per l’anticipo venga domani mattina da me. Si segni il mio indirizzo...

Ulisse prese nota, poi, terminata al comunicazione, decise di recarsi presso l’agenzia Gardini. Tamara manifestò al marito il proposito di volerlo aiutare nelle indagini. Lì per lì Ulisse stava per rifiutare, poi ci ripensò e condusse con sé la moglie.

L’agenzia era piena di fotomodelle bellissime, tutte in attesa di essere chiamate per qualche servizio fotografico per conto, di regola, di qualche agenzia di pubblicità o di qualche organizzazione di vendite per corrispondenza.

Il titolare, Gardini, sulla cinquantina, era quasi fuori di sé per via degli interrogatori della polizia e dell’invasione di giornalisti. Accolse con sollievo Ulisse quando seppe chi era, sperando che potesse risolvere il caso con rapidità.

Ulisse gli chiese se poteva far finta di assumere Tamara, tacendo che era sua moglie, affinché a contatto con le ragazze potesse raccogliere qualche preziosa confidenza.

Gardini accettò di buon grado e chiamò la direttrice, la signorina Vilma Magistri, una seducente donna dai capelli neri, sulla trentina, la quale invece accolse la nuova arrivata con ostentata insofferenza per mascherare il fatto che, nascosta dietro una tenda, aveva raccolto ogni parola del colloquio.

Non appena Ulisse e Tamara furono usciti, infatti, approfittando di essere rimasta sola, Vilma, raggiunto il telefono, formò rapidamente un numero.

· Ascolta, Fausto, - disse al suo interlocutore, - Ulisse Zanni, l’investigatore privato, è venuto qui oggi pomeriggio con sua moglie Tamara. Lei lavorerà qui come modella. Interessante, vero? Ti aspetto questa sera al Castagneto, come d’accordo.

Aveva appena abbassato la cornetta, che sentì un rumore nello stanzino vicino. Allarmata, si precipitò per vedere chi fosse e vide Jessica Orfei, una delle fotomodelle, l’amica più cara di Alice.

Fingendo di essere appena rientrata, Jessica le disse che era tornata indietro perché si era scordata l’ombrello e fuori pioveva. Le due donne non si potevano soffrire e Vilma, più che altro per la paura che avesse potuto ascoltare la sua conversazione, la trattò con tono particolarmente sprezzante, poi uscì.

Jessica strinse le labbra per la rabbia repressa e decise all’istante di vendicarsi. Un’ora dopo era nell’ufficio di Ulisse Rupe e raccontava per filo e per segno tutta la conversazione captata tra Vilma e lo sconosciuto Fausto.

Ulisse notò il livore e il veleno che la bella ragazza aveva nei confronti di Vilma, pure decise di tener conto dell’informazione. Uscita Jessica, telefonò alla moglie perché si preparasse: sarebbero andati a cena al Castagneto.

Verso le venti, Ulisse tornò a casa per prelevare sua moglie e prese dalla cassetta delle lettere una busta indirizzata a Tamara. Salì in casa, l’aprì e lesse: ”Egregia Signora Tamara, se vuole conservare il suo bel faccino, non faccia la modella! Il vetriolo non perdona”.

Ulisse impallidì e consigliò alla moglie di abbandonare quella faccenda, ma la donna non volle saperne e accompagnò il marito al noto locale sui Castelli.

Attesero nell’atrio, e quando videro arrivare Vilma e il suo accompagnatore, fingendo sorpresa, mossero loro incontro.

Vilma dovette mostrarsi cortese e presentò il suo amico: si trattava di Fausto Alinari, uno dei più noti e richiesti fotografi di moda. Saputo che Tamara era una nuova modella, le consegnò il suo biglietto da visita, invitandola a presentarsi da lui l’indomani per un servizio in cui gli era stata richiesta una modella bionda.

Ulisse notò che l’uomo sorrideva sempre e che, nonostante fosse sulla quarantina, vestiva in maniera a dir poco bizzarra. Indossava, infatti, un camicione nero, aperto sul torace, su cui spiccava una grossa catenina d’argento che terminava con una croce pure in argento, un pantalone nero attillato e, sulle spalle, un mantello come quello dei carabinieri, nero anch’esso. Al polso sinistro, un cinturino in cuoio e a quello destro un largo bracciale d’argento della stessa foggia della catenina.

Gli sguardi dei presenti si volgevano continuamente verso di loro, misti a sorrisetti di scherno. L’eccentrico individuo era, però, completamente abituato a ignorarli dato che si manteneva estremamente disinvolto e brillante.

Le due coppie si separarono e presero posto a due tavoli distanti. Ma, poco dopo, Fausto si alzò e raggiunse nel suo ufficio privato il corpulento proprietario del locale, Migliaccio, un napoletano che aveva scritto sulla faccia, a chiare lettere, di essere un camorrista.

· Ascolta, Migliaccio, - esordì il fotografo, - sono a corto di roba. Dammene un po’.

· Di nuovo?! - gli rispose con tono brusco il losco individuo. -Va bene, Fausto, ma devi andarci piano. T’ho visto entrare con Ulisse Zanni. Tu non lo conosci bene, ma è un investigatore privato, ex commissario... e pure in gamba!

L’indomani mattina, Ulisse raggiunse Mario Fabrizi. L’uomo gestiva una grande agenzia di pubblicità e l’attività era frenetica, pure all’arrivo dell’investigatore, interruppe il suo lavoro e fece accomodare Ulisse nel suo studio privato.

· Alice e mio figlio Oscar si amavano. - esordì l’anziano uomo con tono triste. - Prima di conoscerla, Oscar era un inetto, un debole, un buono a nulla. Lei ne stava facendo un uomo. Per questo volevo bene ad Alice come a una figlia. Signor Zanni, il suo assassino deve essere catturato, non baderò a spese. Pochi minuti fa, ho chiamato mio figlio al telefono e mi ha detto che vuole parlarle. Una delle cose buone della sua vita era l’amore per Alice. Sono certo che farà di tutto per aiutarla nelle sue indagini.

· Grazie, signor Fabrizi, andrò subito da lui. - fu il commiato di Ulisse, che, dopo aver preso un assegno e un foglietto con l’indirizzo di Oscar, salutò velocemente e uscì.

L’investigatore impiegò mezz’ora per raggiungere la zona del Pantheon, suonò il campanello sotto la targhetta Fabrizi, ma invano. Approfittando del fatto che un inquilino stava entrando nella palazzina, sgattaiolò dentro con un sorriso e raggiunse l’appartamento dei Fabrizi, al primo piano.

Stava per suonare ancora quando si accorse che la porta era solo accostata e avvertì un brutto presentimento. Entrò cautamente nell’appartamento e i suoi timori si rivelarono subito fondati: il giovane Oscar giaceva supino, nel salotto, fulminato da un colpo di pistola al cuore.

Per pochi minuti era stato preceduto dall’assassino, che Oscar doveva conoscere bene, dato che l’aveva fatto entrare e accompagnato in salotto senza difficoltà.

Nessuna traccia di effrazione o furto: Oscar era stato ucciso perché non parlasse. Ulisse frugò nei cassetti e trovò una siringa ipodermica e un laccio, segno evidente che il giovane si drogava.

Inoltre, tra le carte, rinvenne anche un affettuoso biglietto di Buon Compleanno scritto da Jessica Orfei e ciò lo sorprese. Avvertì il signor Fabrizi della morte del figlio e vederne, poco dopo, la reazione disperata di fronte al corpo senza vita fu molto penoso.

Il commissario Scarpetta trattenne Ulisse il tempo necessario per verbalizzare il suo racconto, poi l’investigatore, piuttosto provato, tornò nel suo ufficio.

Lo raggiunse una telefonata di Tamara, che lo informò di aver scoperto che il biglietto minatorio era stato battuto proprio con una delle macchine da scrivere dell’agenzia Gardini e precisamente da quella della signorina Vilma Magistri.

Ulisse raggiunse prontamente la moglie e insieme si recarono nell’ufficio di Vilma, la quale si espresse con sorpresa nel vedere anche Tamara. Ulisse ne approfittò per insinuare che era logico visto che Tamara era stata minacciata con un biglietto scritto con la sua macchina. Vilma lesse il biglietto, impallidì e, spaventata, giurò che non lo aveva scritto lei.


(1 - continua)



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