• Silvano Moffa

Il portone marrone

di Rita Di Pilla

Per gentile concessione dell’autrice, pubblichiamo la prefazione al libro di Rita Di Pilla.

Dalla piana che da Venafro porta a Macchia scorgo in lontananza Isernia.

Lo sfondo delle Mainarde. Più in là il Matese con i suoi boschi e i suoi picchi.

Monti appena annunciati, montagne maestose e solenni. Guardiani silenziosi di una terra che mi è familiare ed amica.

La collina si distende ubertosa con i suoi clivi a raccogliere antichi edifici di pietra, spessi mattoni incastonati nella malta, archi intarsiati da raffinati scalpellatori, figure marmoree di nobili casati, testimonianze di epoche passate.

Isernia, la più vetusta delle città sannite, si offre allo sguardo del visitatore con generosità e immutata grandezza.

La vissi da fanciullo. Mi forgiò negli studi. E poi la lasciai, lungo i sentieri della vita che appaiono imperscrutabili agli occhi e alle menti degli adolescenti.

Ed ora, eccomi qui: la ritrovo e la ammiro, Isernia. Mi sembra ieri, ma sono passati decenni. Ed è un ritorno che scuote le membra, agita il cuore e muove ricordi assopiti.

Quante volte ho immaginato di tornare in questa terra, dove fanciullo fui accolto e cresciuto dai nonni, dove abitano ancora parenti ed amici, dove, sfiorando le mura del cimitero, sento venirmi incontro le ombre degli avi e di chi ebbi accanto, maestri e insegnanti, professori e compagni di scuola, una intera comunità che, in quegli anni lontani, rendeva pulsante la vita di ogni giorno.

Sono grato a Rita Di Pilla per aver voluto raccontare quegli anni. Lei che ebbi compagna d’istituto, quando il Liceo “Fascitelli”, nella sua gloria, si spezzò in due tronconi: al primo piano il liceo scientifico, al secondo il classico. E dovremmo tutti noi esserle grati per averci consegnato uno spaccato di vita, intrecciata alla storia, ai costumi e alle tradizioni più suggestive di una terra, una terra più antica di Roma, una terra forte, orgogliosa, fiera, sannita fin nel midollo.

Ce la descrive, Lei che passa le sue giornate a curare i malati con la riconosciuta sapienza di medico primario ospedaliero e la rara virtù di considerare ancora una missione quella sua professione, ce la descrive, quell’epoca, lo stile di vita, quelle usanze e quei riti, facendo vibrare i ricordi dell’infanzia. Quei ritmi di vita. Le esperienze. Gli incontri. Gli affetti. I sogni di una bambina. E dopo i sogni incastonati nei giochi, fra i capelli delle bambole, nelle favole raccontate vicino al camino nei rigidi inverni e le corse nei campi, ad inseguire i profumi della primavera, ecco l’adolescenza, i fervori che accompagnano l’età ribelle e impertinente, quando il corpo e l’animo di una ragazza (ma vale anche per un ragazzo) sprigionano energie, furori: crisalidi trasformate in farfalle.

Il racconto biografico, quello più strettamente familiare, stagliato nelle figure del padre, della madre, dei nonni, della sorella - che mi fu cara, come cari restano nel cuore gli insegnati che più amammo al liceo, e lei lo fu senza ombra alcuna, giovane professoressa, fresca di studi ma già esuberante per intelligenza e preparazione – il racconto biografico, dicevamo, non scade mai nella retorica, né perde di forza nello scorrere delle pagine.

Al contrario, si intreccia, il racconto, con lo spirito del tempo, gli accadimenti, i fatti, le storie che, in quel tornante del Novecento, cambiarono il nostro Paese, e non solo. Vissi anch’io, ad Isernia, i fermenti della lotta per fare della città la seconda provincia del Molise. Gli scioperi studenteschi.

Il preside Artieri foderato nel doppiopetto gessato, inflessibile e austero, come si conveniva ai presidi di una volta, dei quali temevi lo sguardo appena appena ti squadravano da cima ai piedi, e, bene che ti andava, ti incenerivano sul posto o, peggio di andar di notte, convocavano i genitori per la ramanzina d’obbligo con tanto di punizione a corollario. E poi, i cortei. I contadini scesi in piazza a fianco degli studenti.

E l’esercito, mandato per ordine di non si sa chi, a presidiare il territorio onde evitare incidenti cruenti. Era tempo di rivoluzioni.

Almeno così le immaginavamo e le sognavamo, noi ragazzi con un filo di lanuggine sul viso, e voi ragazze con la camicetta sbottonata e un foulard al collo.

E poi, il Sessantotto. Ormai alla fine del Liceo. La rivoluzione giovanile che l’autrice descrive con malcelata nostalgia. La dea Libertà, da tutto e da tutti, che prende il sopravvento. Avvincente. Voluttuosa. Travolgente.

Vigilia di speranze, di sogni iconoclastici. Eppure, piena zeppa di contraddizioni, di frustrazioni represse, di antagonismi esagerati. Idee, ribellioni che, nel volgere tumultuoso degli eventi sfogarono, poi, in odio generazionale, senza un perché e senza che neppure ce ne rendessimo conto. Rita Di Pilla confessa, senza timori, il suo sessantottismo, da universitaria, a Napoli.

Ma il tempo del Cambiamento, o di quello che doveva essere il Cambiamento, ha lasciato una lunga scia di inquietudine dietro di sé. Per non parlare d’altro. E la Di Pilla non si nasconde. Afferra il tema, lo penetra, lo sviscera.

Sente, ora, di dover gridare al mondo le incongruenze, le falsità e le differenze tra quel mondo e il mondo d’oggi, tra i giovani di allora e quelli di oggi. Il suo è un canto di umana comprensione e di materna ispezione della realtà odierna, di quel mondo giovanile pullulante di internauti, di assatanati navigatori di web, tutti affogati nella solitudine dei social, in balia di una sovrana indifferenza.

Ecco, allora, che il ricordo di quel tempo che fu soccorre le membra e la mente affaticate che ci accompagnano nel procedere dell’età. Il ricordo dei balconi del vicinato dove le donne di una volta “seccavano al sole i pomodori tagliati a metà e le rosse conserve”.

I primi amori, con le dolci sfumature della innocenza e le mille parole non dette. Lo sferruzzare, sull’uscio di casa, di abili e veloci mani a confezionare preziosi merletti perfettamente livellati sul tombolo.

Arte antica che, da quelle parti, scandisce il ritmo di una sapienza manifatturiera che non ha eguali. Poesia di dita abilissime lasciata su un telaio di pezza al suono dei “tummarielli”. La tradizione che incrocia la vita e incornicia la storia isernina.

L’autrice ci immerge nei riti della Pasqua, nelle giornate di festa, nella sagra delle cipolle, nell’odore acre della scapece, nelle processioni della Passione. E a me, che quel tempo ho vissuto, tutto ritorna improvvisamente come se quel tempo non fosse mai cessato.

“Il ricordo è la dimensione che ci fa ritrovare il passato, lo ingigantisce lasciando dietro di sé, spesso, tanta nostalgia, gioia e, a volte, dolore”.

In questa frase è racchiuso il senso del racconto, della storia, della biografia, che Rita Di Pilla ci ha voluto donare, facendo seguire al racconto le poesie di Salvatore Azzolini.

Come con Rita, anche con Salvatore condivisi gli anni dell’adolescenza. Gli anni in cui vorresti afferrare il mondo e trattenerlo in una mano. Ed ora che quel tempo non torna più, come d’incanto, ci portano sollievo le parole di Jorge Luis Borges: “L’essenza del ricordo non sta nella ramificazione dei fatti, ma nel perdurare dei tratti isolati”.

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