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  • Enea Franza

Inflazione e politiche fiscali

L'Eurostat ha diffuso il 17 novembre scorso il dato finale sull'andamento dei prezzi al consumo in area euro a ottobre 2022.


Il premier Giorgia Meloni

L'inflazione ha registrato nell'area euro un incremento annuale del 10,6%, rispetto al +9,9% di settembre e al +4,1% dello stesso mese del 2021.

Come sappiamo l’inflazione ha tante ragioni. Una prima possibile causa è quella dell’aumento dei costi e, tra questi, quelli legati al fattore produttivo lavoro caratterizzati spesso da aumenti dovuti alle rivendicazioni sindacali; una seconda tipologia di costi sono quelli legati alle materie prime, ed in particolare ai prodotti petroliferi caratterizzati da aumenti dovuti alle tensioni nel mercato del greggio.

Come avviene ormai da qualche mese, l’Eurostat ci conferma che nei recenti aumenti dei prezzi è la componente energetica ad aver avuto la più rapida crescita (+41,5% rispetto a ottobre 2021).

Ad un aumento dei costi, l’imprenditore reagisce con un trasferimento di tali aumenti sui prezzi del prodotto finale. Nel caso di aumento dei costi di produzione, l’imprenditore mantiene sempre il suo profitto e, in pratica, effettua un trasferimento diretto dell’aumento dei costi sui prezzi.

Per esempio, se aumentasse il costo dell’energia (come nella situazione che analizziamo) non ci sarebbe nessuna capacità o volontà dell’imprenditore di rinunciare a parte del suo profitto o di cambiare metodi produttivi, ma si metterebbe in atto una traslazione sui prezzi; addirittura solamente l’annuncio di un aumento del prezzo del petrolio potrebbe portare l’imprenditore a modificare i prezzi, prima ancora che abbia esaurito le scorte di materie prime che aveva pagato meno, con un adeguamento del prezzo anticipato rispetto all’aumento dei costi.

Anche nel caso dell’aumento del costo del lavoro, gli imprenditori possono aumentare direttamente i prezzi.

Tale ipotesi, che è quella prevalentemente condivisa tra gli economisti, può avere una qualche eccezione nell’ipotesi in cui la domanda sia insufficiente (ovvero non completamente elastica) e che, pertanto, non sia possibile scaricare i prezzi sul consumatore.

Nel nostro Paese, una delle cause dell’alta inflazione in Italia negli anni ’70 è stato l’aumento dei prezzi in conseguenza del fatto che i contratti di lavoro hanno previsto livelli salariali più alti, contemporaneamente all’effetto delle crisi petrolifere sul costo delle materie prime.

Attualmente ci si trova in una situazione che vede accanto all’aumento dei prezzi, una insufficienza nella domanda imputabile alla sfiducia delle famiglie e delle imprese sulle prospettive future dell’economia.

In tale situazione, ovvero, se l’inflazione è dovuta a fenomeni connessi all’incremento dei costi, per combatterla occorrono delle politiche economiche che intervengano sui mercati delle materie prime e del lavoro.

Per quanto riguarda le materie prime derivanti dal petrolio, le politiche devono essere volte al controllo della stabilità dei mercati, cercando di fare accordi con i paesi di approvvigionamento; per quanto riguarda il costo del lavoro, occorre agire sulla contrattazione salariale.

Una questione che si può porre e se un’economia che fronteggia un aumento dei prezzi, per limitare tale aumento, debba necessariamente accettare un rallentamento dell’attività economica, e cioè un aumento del tasso di disoccupazione, ovvero, al contrario, se un sistema che vuole stimolare tale attività economica non potrà farlo se non “accettando” un’accelerazione dell’inflazione.

Questo rapporto di proporzione inversa tra inflazione e disoccupazione è noto come curva di Phillips, dal nome dell’economista neozelandese Alban William Phillips che lo descrisse negli anni Cinquanta. Ma negli anni Settanta, appunto, rilanciando l’attività economica con politiche keynesiane la disoccupazione rimase elevata.

E i prezzi aumentarono.

La situazione attuale, ci vede sicuramente in un contesto di aumento dell’inflazione, soprattutto in Europa, per effetto di blocchi nelle forniture e di pressione speculativa. La Banca Centrale Europea, come già accaduto negli Stati Uniti, sembra aver virato su una politica monetaria restrittiva.

Ora, al di là di ogni considerazione di merito, per inciso si sottolinea come il mandato della BCE indica di mantenere l’inflazione attorno al 2%.

Ebbene, conseguentemente, dopo diversi mesi di attesa, il Consiglio direttivo ha della BCE ha deciso lo scorso 27 ottobre di innalzare di 75 punti base i tre tassi di interesse di riferimento. L’aumento dei tassi di riferimento, che ne segue altri due consecutivi, è stato deciso per assicurare “il ritorno tempestivo dell’inflazione all’obiettivo del 2 per cento a medio termine”. Esso, come ben chiarito nel comunicato della Bce, “definirà l’andamento dei tassi di riferimento in futuro in base all’evolvere delle prospettive per l’inflazione e l’economia, riflettendo un approccio secondo il quale le decisioni sui tassi vengono definite di volta in volta a ogni riunione”. Oltre alla misura standard sui tassi d’interesse la Bce è anche intervenuta di modificare i tassi di interesse applicabili a partire dal 23 novembre 2022 e di offrire alle banche ulteriori date per il rimborso anticipato volontario degli importi e di fissare la remunerazione delle riserve obbligatorie detenute dagli enti creditizi presso l’Eurosistema al tasso della Bce sui depositi presso la banca centrale, allo scopo di allineare maggiormente tale remunerazione alle condizioni del mercato monetario.

Ma la stretta monetaria va nella direzione di aggravare le difficoltà dell’economia.

Il recente disegno di legge finanziaria prevede una spesa di 35 miliardi di cui 21 miliardi su 35 per combattere il caro energia e l’inflazione.

In particolare, si prevede il rinnovo per i primi mesi del 2023 delle misure relative ai crediti di imposta in favore delle imprese per l’acquisto di energia e gas, al contenimento degli oneri generali di sistema per le utenze di energia elettrica e gas, al taglio al 5 per cento dell’Iva sui consumi di gas e alla proroga delle agevolazioni tariffarie per i consumi elettrici e di gas in favore degli utenti domestici “economicamente svantaggiati”.

In tanti sostengono che gli interventi del governo nell’economia sono insufficienti. Tuttavia, a ben guardare essi, oltre a scontare una logica attendista con riferimento alla “questione ucraina”, rispondono ad una logica ben condivisa tra gli economisti: in una situazione di stress nella offerta di beni, imputabile ad un aumento dei costi, il sistema è destinato a ritornare nella sua condizione di equilibrio naturale.

Il meccanismo di aggiustamento funzionerebbe più o meno così: una diminuzione dell’offerta a causa dell’aumento dei costi provoca un aumento dei prezzi e contemporaneamente una riduzione della produzione; ciò determina un aumento della disoccupazione che, attraverso la riduzione dei salari reali, determina un nuovo stimolo alla produzione a prezzi più bassi e che riporta il sistema all’equilibrio di partenza.

A ben vedere, quindi, l’attuale manovra, pur scontando un intervento di spesa leggero e mirato ad un sostegno della domanda (in particolare a calmierare l’effetto componete energetica) confida negli automatismi riequilibranti del mercato ed accompagna (ed in qualche modo addolcisce la stretta monetaria) prevendendo si i sussidi sopra citati che alcuni sgravi fiscali.

Almeno per i primi mesi del nuovo anno gli italiani, dunque, avranno un sostegno indiretto ai consumi ed agli investimenti che dovrebbe ammortizzare l’effetto negativo dell’aumento del costo del danaro (che incide pesantemente sia per le famiglie che per le imprese) e dei prezzi di beni e servizi (si quantifica che sussidi e sgravi siano sufficienti per almeno per tutto il primo quadrimestre 2023).

Una scommessa, quella del Governo in carica che sarà vinta, dunque, solo se ci sarà un raffreddamento sul fronte del costo dell’energia. Scommessa sì, quindi, ma calcolata.


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