• Silvano Moffa

L'alibi del non voto

Il forte astensionismo registrato nelle recenti elezioni amministrative è il sintomo di un fenomeno crescente e diffuso che non può essere minimizzato.

Vale un po’ per tutte le democrazie occidentali. Ma vale, soprattutto, per la nostra, dove l’area del non voto si è allargata a dismisura, oltre il 50% dell’elettorato attivo, in un lasso di tempo ristretto.

#Lascimmia
L'urlo della Scimmia

Appena tre anni fa, nel 2018, per l’elezione dell’attuale Parlamento si recò alle urne il 78% del corpo elettorale.

Un dato non proprio negativo. In verità, da almeno un decennio, ad ogni tornata elettorale, l’astensionismo è andato costantemente crescendo, sia nelle elezioni politiche che in quelle locali.

Ora però quello che era il sintomo di un diffuso allontanamento dalla politica e di una pesante disaffezione dell’elettorato, dovuto ad una serie di fattori, è diventato un malanno così profondo da intaccare la portata stessa della democrazia, nelle sue forme partecipative e di governo della cosa pubblica.

Il guaio è che l’astensionismo, nell’immediatezza del risultato elettorale, è diventato un alibi per nascondere inadeguatezze e scelte sbagliate dei partiti.

Serve, da un lato, a delegittimare chi ha preso più voti, sia pure in un quadro di sensibile decrescita del numero dei votanti, e, dall’altro lato, ad accreditare l’idea sbagliata e ingannevole che l’area del non voto appartenga in larga parte a chi ha perso. E che, di conseguenza, la prossima volta, le cose andranno meglio e il risultato sarà rovesciato.

Insomma, in quest’ottica, le sconfitte appaiono meno brucianti e più rimediabili.

L’alibi, ovviamente, non regge. Non regge soprattutto se si analizzano le elezioni locali senza imbarcarsi in polemiche astruse e, per lo più, incomprensibili per i cittadini.

Nelle grandi città, la massiccia astensione si spiega in diversi modi. Se a Roma, Napoli e Milano il centrodestra mette in campo figure civiche sbiadite e poco conosciute, sottraendosi dalla responsabilità di promuovere candidature di tenore ed esperienza politica, appare evidente la colpa dei partiti. Quasi una loro rinuncia a contendere il primato. Né, d’altro canto, la sinistra può dormire sonni tranquilli a fronte di un elettorato le cui motivazioni a sostenere il proprio candidato appaiono infiacchite da una gara che appariva scontata fin dall’inizio. Insomma, la forza propulsiva dei partiti si va gradualmente spegnendo.

C’è però dell’altro nell’analisi dell’astensionismo ancora poco indagato e che assume, al contrario, un significato importante.

Sono passati ventotto anni dalla riforma che introdusse l’elezione diretta dei sindaci. Salutata come la risposta più convincete alla domanda di verticalizzazione presente nella società, fu accolta dall’opinione pubblica con grande favore.

Dopo decenni di conventicole partitocratiche e di sindaci eletti dalle forze politiche con metodi spartitori e accordi sottobanco, finalmente la parola decisiva passava ai cittadini.

Da quella riforma scaturì un assetto più efficiente della macchina amministrativa e una più chiara ripartizione di responsabilità tra l’indirizzo politico, in capo al sindaco, e la gestione, affidata ai dirigenti. Quel meccanismo, in generale e per lungo tempo, ha funzionato. Un meccanismo che, per lo più, ha spinto i cittadini a non disertare le urne e a scegliere il sindaco che più garantiva di occuparsi in modo produttivo della loro città e utile per i loro bisogni.

La popolarità dei sindaci e la tenacia con cui l’Anci, l’associazione dei comuni italiani, riuscì a ritagliarsi uno spazio di interlocuzione con il governo nazionale, fino al punto di costituzionalizzarne il rapporto nel Comitato delle Regioni e delle Autonomie locali, segnò una stagione di crescita del ruolo delle città. La politica, sia locale che nazionale, ne ricavò beneficio e nuova linfa.

Le città - e, di conseguenza, i sindaci - furono viste come il luogo più adatto per la modernizzazione del Paese, l’ambito territoriale in cui sperimentare nuove, più pertinenti forme di governo, utili a varare progetti e organizzare servizi per la collettività di maggiore efficacia.

I Comuni, insomma, assunsero, in quell’epoca e in quel contesto, un ruolo fondamentale nello sviluppo della società moderna, ne rappresentarono la dimensione politica e, in qualche misura, offrirono un contrappeso alla tendenza globalista dell’economia capitalistica e alle sue conseguenze destabilizzanti sul piano sociale.

Questa dimensione sociopolitica si è via via appannata, essenzialmente per motivi che attengono alla dislocazione dei poteri e alla loro stessa struttura. Si pensi alla Pandemia.

Nella lotta al virus le Regioni, a torto o a ragione, hanno mostrato un protagonismo che ha pressoché annullato l’incidenza dei Comuni. Si dirà: era inevitabile, data la competenza regionale in materia sanitaria. E’ proprio questo l’effetto della “dislocazione dei poteri”.

La questione riguarda non solo la sanità, ma anche altre competenze, come pure il ruolo tecnico-burocratico in molte decisioni fondamentali quali, per esempio, la gestione dei rifiuti e del sistema idrico, la pianificazione territoriale, l’organizzazione dei servizi per l’impiego, i trasporti e via dicendo. Tutti problemi alla cui soluzione concorre una pluralità di soggetti istituzionali e di autorità.

Nella frammentazione delle funzioni, dei ruoli e dei poteri decisionali risiede, a nostro avviso, buona parte della perdita di interesse dei cittadini verso figure che contano sempre meno.

D’altro canto, nel corso della campagna elettorale è apparsa in tutta evidenza la mancanza di idee e di proposte concrete da parte dei candidati. In merito alle questioni che più stanno a cuore ai cittadini, dal decoro urbano alla sicurezza, dall’urbanistica alla pulizia delle strade, abbiamo ascoltato parole scontate, in molti casi persino banali.

Nessuno che indicasse concrete soluzioni e, soprattutto, dove recuperare le risorse necessarie.

Per non parlare dei temi più “alti” come la trasformazione del sistema economico locale e globale derivante dalla cosiddetta rivoluzione microelettronica, il dominio dell’economia finanziaria, la crisi ambientale e la ricerca faticosa di modelli di sviluppo sostenibili. Niente di niente.

Di questa cultura diffusa i partiti continuano a mostrare una carenza impressionante. Un vuoto preoccupante. Un vuoto che si riflette, come abbiamo già detto, nella mancanza di programmi credibili, nella scelta di candidati improvvisati e nella assenza di una classe dirigente degna di tal nome.

Di fronte ad un quadro così scoraggiante e a figure così opache, perché mai i cittadini dovrebbero correre in massa alle urne?

La malattia della democrazia in gran parte sta qui: in una certa inutilità del voto, non più solamente percepita, ma ormai avvertita come ineluttabile.

A ben vedere, anche il credito riservato a Mario Draghi da larga parte dell’opinione pubblica muove da questi fattori. L’ex banchiere è ormai visto come una figura capace di addomesticare i partiti e di annullarne le pretese particolaristiche. E’ il frutto del combinato disposto di una frammentazione dei poteri, della assenza di politica e del vuoto di cultura che si registra fra i partiti.

Chi più, chi meno.

Allora, in attesa che si affacci all’orizzonte una politica diversa, non resta che augurare lunga vita a Mario Draghi.


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