• Mario Leocata

La vita oltre la vita

Riflessioni in vista del 2 novembre, giornata di commemorazione dei defunti.

Non è dunque strano che tra quanti di noi varcarono la soglia delle tenebre non uno sia tornato a raccontarci la strada che noi tutti dovremo, per conoscerla, percorrere?

Questo è il commento scettico e rassegnato che si sente esprimere in giro quando, parlando dell’aldilà, si offre la visione cristiana di un’altra vita, eterna e spirituale, vicino a Dio.

Non è vero che nessuno sia tornato a testimoniare che esiste un’altra vita dopo la morte, anzi sono in tanti questi emozionati esploratori dell’aldilà, ed è proprio grazie a loro che il morire è stato sperimentato come un semplice passaggio tra una vita e un’altra vita, come una porta che mette in comunicazione due stanze; e vedremo dopo, in proposito, un esempio tra molti. E’ pur vero che è necessaria sempre la fede, perché non basterebbe affatto anche la prova del ritorno di un trapassato a farci cambiare modo di vivere e di considerare la morte.

Ricordate la parabola del ricco epulone e del misero Lazzaro (Luca 16, 19-31)? Lazzaro, il macerato mendicante muore e va in Paradiso; poi muore il ricco e va all’Inferno. Vedendo Lazzaro felice vicino ad Abramo, il ricco chiede al patriarca che Lazzaro gli porti una goccia d’acqua sulla punta del dito per lenirgli l’arsura del fuoco.

Abramo gli dice che non è possibile, ormai la sua condanna è sigillata per sempre.

Allora il ricco supplica Abramo perché mandi Lazzaro ad avvertire i suoi fratelli ancora sulla terra perché li informi di come si soffre all’Inferno.

Ma Abramo risponde:

“Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro”. Il ricco ribadisce: “Se qualcuno dei morti andrà da loro, si ravvederanno”. Abramo gli risponde: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, neanche se uno sorgesse dai morti saranno persuasi”.

E quando Gesù raccontava questa parabola sapeva quel che diceva: Lui era lì, vivo, a compiere miracoli incredibili, dimostrando di poter dominare la materia e la vita a piacimento, con la potenza del Creatore.

Che altra prova potevano pretendere i suoi contemporanei perché si convincessero che era il Messia? Eppure non gli hanno creduto e lo hanno messo in croce rinnegandolo.

Nell’Antico Testamento già Isaia aveva detto: “Ma vivranno i tuoi morti, risorgeranno / si desteranno e giubileranno / i giacenti nella polvere / poiché la terra restituirà i suoi trapassati (Isaia XXVI, 19).

E l’ultimo dei profeti messianici, Daniele, scrive: “Molti di quei che dormono / nel paese della polvere si risveglieranno / gli uni per la vita eterna / gli altri per l’obbrobrio, per l’ignominia eterna (Daniele XII, 2).

Del Nuovo Testamento abbiamo riportato un passo dell’evangelista Luca, ma vediamo cosa dice San Paolo a proposito di quel che ci aspetta dopo la morte: “Ma qualcuno domanderà: come risuscitano i morti?

Con qual corpo ritorneranno?...

Se vi è un corpo animale, vi è pure un corpo spirituale... non morremo, ma saremo trasformati... suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati” (dalla Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, XV, 35-52).

La nostra anima è ciò che San Paolo chiama corpo spirituale, e tutto ciò che è spirito non può morire.

Ma vediamo una semplice testimonianza, che ha il pregio di essere un fatto vero.

L’infermiera Elisabetta Summer aveva in cura un bambino, Giacomo, che poi morì per la grave malattia di cui soffriva. Elisabetta, che si era molto affezionata a Giacomo, dopo la sua morte lasciò la casa del bambino.

Mentre stava guidando in autostrada, dovette fermare l’auto perché il parabrezza era tutto occupato da un’immagine estremamente vivida.

Davanti ai suoi occhi vide il piccolo Giacomo che, felice e pieno di vita, dava la mano a un uomo e intanto le diceva: “Adesso sto bene”. Dopo il funerale, Elisabetta prese da parte la mamma di Giacomo e le raccontò ciò che aveva veduto. La donna scoppiò in lacrime: “E’ proprio tutto quello che ha visto anche mio marito”, disse, “Subito dopo la morte di Giacomo ha visto la stessa scena”.

Cicerone, come molti sanno, visse tra il 106 e il 43 a.C. e fu tra i più grandi scrittori, oratori e filosofi dell’antica Roma. Ben lontano dalle dottrine metafisiche professate da Gesù che sarebbe nato diversi anni dopo, ebbe, come tanti eccelsi pensatori, a esempio Platone, già una forte, istintiva concezione dell’anima.

Ecco un passaggio del suo pensiero: “Io non mi sono mai potuto persuadere che l’anima dell’uomo, mentre è racchiusa nel corpo materiale, abbia vita e che, quando ne è uscita, debba morire; né che essa diventi insensata dopo che abbia abbandonato il corpo che è insensato. Sono persuaso, al contrario, che l’uomo quando è fuori dalla vita presente, allora soltanto cominci a vivere; e penso che l’anima sciolta da ogni contatto con il corpo, rifacendosi schietta e pura, possegga la vera sapienza”. Nulla da invidiare a quanto scrissero, più di un secolo dopo, i quattro evangelisti, che pure avevano l’incomparabile privilegio della presenza personale di Gesù, e di essere ispirati in maniera fulgida dalla Sua vita e dal Suo insegnamento.

La vita oltre la vita è una realtà più vera di tutte le realtà sulle quali noi giochiamo l’intera esistenza. Miracoli continui a disposizione dell’incredulità o dello scetticismo dell’uomo verso l’esistenza della vita eterna, possono considerarsi i casi di ritorno alla vita dopo l’uscita dal coma profondo.

Costoro possono essere ritenuti dei trapassati tornati indietro; ed ecco la testimonianza di cui si era anticipato all’inizio, una fra le tantissime.

Quel che segue è quanto, succintamennte, riferisce la signora Betty J. Eadie, che, nel 1975, era stata dichiarata clinicamente morta: il suo spirito, abbandonato il corpo, si era inoltrato in un tunnel alla fine del quale l’attendeva una fortissima luce.

Era la luce di Cristo, che la introdusse nel mondo di pace, quiete e felicità dell’aldilà, avvertendola, però, che non avrebbe potuto restarvi, perché non era ancora la sua ora e perché aveva una missione da compiere nel mondo umano.

Il suo spirito, così, dopo aver avuto una visione di ciò che attende ognuno di noi alla fine dei suoi giorni terreni, seppur riluttante, tornò nel proprio corpo, che ancora giaceva nel letto d’ospedale.

Betty J. Eadie, ripresasi, cambiò vita e scrisse un libro sulla sua esperienza, dove, tra l’altro, dà anche la spiegazione della peggiore delle morti, quella dei bambini e dei giovani, giuntale alla luce della sua esperienza con il Cristo e della sua visita nell’aldilà. Eccola: “Tutto ha un significato, principalmente la morte delle giovani creature. Ma il fatto che il loro corpo sia piccolo non significa che anche la loro anima sia piccola. Tutt’altro. Si apprende sempre, qualunque sia lo stadio di sviluppo raggiunto. Quando un bambino viene ucciso, il suo spirito torna là da dove è venuto. Ha portato a termine il suo compito. Abbiamo più compassione per un bambino che muore perché pensiamo che non abbia avuto la possibilità di diventare adulto sulla Terra. In realtà, quel bambino è venuto per assolvere il proprio compito e torna non appena l’ha terminato. Come tutti. Semplicemente, lui non ha avuto bisogno di andare più lontano. Ragion per cui è importante non giudicare mai secondo le apparenze. Nell’aldilà, tutto ha una ragione d’essere”.

Conoscere meglio la morte porta a conoscere meglio la vita; senza la morte non capiremmo la vita. Senza la morte risulterebbero distorti il senso e il significato della vita.

Si tratta solo di evitare la fine del ricco epulone, e per questo bisogna solo pregare ed essere buoni; solo così, un giorno, ritroveremo tutti i nostri cari e vivremo con loro per l’eternità.


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