• Silvano Moffa

Manifesto del libero pensiero

Aggiornamento: 22 nov

Autore: Paola Mastrocola e Luca Ricolfi

Edizione LA NAVE DI TESEO

Una grande cappa aleggia su di noi. E’ la cappa della parola sofferente, del politicamente corretto, del pensiero unico dominante, della censura e dell’autocensura, della cancel culture. E’ “qualcosa che assomiglia all’immensa gigantesca astronave aliena (550 chilometri di diametro) che nel film Independence Day, scende all’improvviso a coprire le città di New York, Washington e Los Angeles, oscurando il cielo.

E’ un opprimente clima, fatto di censura e intimidazione, che sovrasta ogni nostra parola e pensiero, con imposizioni e divieti più o meno velati su che cosa è bene dire e pensare”.

Di questa cappa asfissiante e insopportabile la scrittrice Paolo Mastrocola e il sociologo Luca Ricolfi offrono un dettagliato elenco in un coraggioso saggio che non evita di puntare il dito accusatorio verso l’ideologia fondamentale del mondo progressista, ormai prigioniera del politicamente corretto, senza peraltro apparire indulgente nei confronti di una destra che trova nella censura una insperata occasione libertaria.

Si tratta di un pamphlet di rara efficacia nell’individuare i mali che corrodono la nostra epoca e rendono incapacitante il pensiero collettivo, costringendolo in un angolo angusto e innaturale, dove lo stravolgimento della parola toglie senso alla stessa costruzione del pensiero, infliggendo un artificioso capovolgimento di significato.

La parola oggi è sofferente. “E’ la parola degradata dei social, lasciata in pasto alla massa, che la bistratta senza riguardo”, annotano gli autori. Ma è anche la parola imprigionata. Nei luoghi seri ed ufficiali, negli ambiti che contano, nelle grandi aziende e nelle istituzioni, nel mondo della comunicazione, della pubblicità e dello spettacolo, è la parola ammutolita e modificata. Eterodiretta, imposta, reindirizzata, o addirittura ricreata artificialmente secondo i canoni di un politicamente corretto supponente, oppressivo, ubiquo.

Per Mastrocola e Ricolfi c’è una data, più di una data un periodo preciso in cui “prima in modo appena avvertibile, poi in modi sempre più massicci e pervasivi, prendono piede i principi del politicamente corretto”: tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta.

E’ la stagione in cui le lotte sociali cedono il passo alla stagione dei diritti civili. Essere progressisti comincia a significare, per molti, ergersi a legislatori del linguaggio. E’ allora che “parte una furia nominalistica che, con ogni sorta di eufemismo e neologismo, si premura di stabilire come dobbiamo chiamare le cose e le persone, in totale spregio del linguaggio e della sensibilità della gente comune”. Insomma, la lotta si accentra sul mero linguaggio. Anziché provare a cambiare davvero le cose, si punta a cambiare le parole. Un esempio? “Dopo la messa al bando della parola negro (tranquillamente usata da Pavese, Calvino e infiniti altri scrittori, progressisti e non), a favore di nero, i ciechi diventano ipovedenti, gli spazzini operatori ecologici, gli handicappati diversamente abili, i bidelli collaboratori scolastici, le donne di servizio collaboratrici familiari, i becchini operatori cimiteriali, e così via. Nascono le parole giuste. E di conseguenza le parole sbagliate, impronunciabili”.

Nello sfavillare di un linguaggio falsamente innovativo e poco aderente alla realtà, curiosamente, non ci si rende conto, sottolineano gli autori, che “nessuna delle parole messe al bando era usata in modo spregiativo e che, al contrario, creando per ogni parola precedentemente neutra la sua configurazione corretta si fornisce un meraviglioso armamentario di parole contundenti, di parole-proiettili, a chiunque desideri offendere e riservare disprezzo sul prossimo”. Da un lato così si offre materia per gli odiatori che imperversano in rete, mentre, dall’altro lato, alla puntigliosa individuazione delle categorie da proteggere con parole-scudo non si accompagna alcun serio tentativo di cambiare o migliorare la condizione.

Ovviamente la cappa che ci opprime non è soltanto nel politicamente corretto di cui è impastata l’ideologia dell’establishment e attraverso cui quest’ultimo si legittima, essa ha ormai contribuito a cambiare le persone, rendendole ipersensibili, permalose, sempre più propense a pensarsi nel paradigma della vittima. La spiegazione di Mastrocola e Ricolfi è semplice: “A forza di vietare l’uso di decine di parole in quanto offensive, la gente si sente autorizzata a offendersi per qualsiasi parola sgradita, e a indignarsi per qualsiasi pensiero non conforme”.

La verità è che le parole di per sé sono innocenti: nominano soltanto, non sono le cose.

Assumono un peso e una gravità, perché dietro c’è la responsabilità di chi le pronuncia. Sono pietre per il tono con cui vengono pronunciate, per le circostanze in cui vengono dette e per come vengono combinate insieme e diventano frasi che esprimono idee cattive e pensieri lapidari. “I pensieri nascosti dietro le parole, quelli sì, sono pietre”.

La cappa, infine, è anche retroattiva e distruttiva. “Le opere d’arte del passato vengono sottomesse ai raggi X delle odierne sensibilità, e spesso tagliate, edulcorate, ritirate dalla circolazione. O sfregiate e vilipese. O distrutte, fisicamente abbattute. E’ il trionfo della cancel culture”, scrivono gli autori del saggio. La “cultura della cancellazione” pretende di togliere dalla vista qualsiasi opera o manifestazione del pensiero che collida con i sentimenti oggi dominanti. La mannaia della censura cala prepotente su ogni forma di libertà di pensiero, di manifestazione dell’arte che sfugga ai canoni della conformità e dell’utile, in una sorta di estenuante promozione del Bene, da cui nasce l’insofferenza per tutto ciò che non sia immediatamente percepito come utile, per ciò che sia semplicemente neutro, inerte, non sognato da intenti salvifici: come leggere, scrivere poesie…

Partendo da queste analisi più che fondate, la scrittrice e il sociologo ci spiegano come questa ideologia progressista e di sinistra abbia portato alla morte del dialogo, alla divisione manichea tra buoni e cattivi: chi la pensa diversamente è automaticamente accorpato nella categoria onnicomprensiva di “fascisti”, o disumani. Nell’età che si autoproclama del dialogo e del confronto, mai il dialogo e il confronto sono stati così assenti.

Il politicamente corretto, nelle sue diverse forme, ci ha dunque imbavagliato e imprigionati.

Chi lo viola è out, fuori dalla società, messo alla berlina. Eppure, le idee e gli atteggiamenti che non ci piacciono si combattono con altre idee e modi di esser, non impedendo agli altri di esprimersi. E meno che mai, concludono Mastracola e Ricolfi, dirigendo e imponendo l’uso di una lingua modificata dall’ideologia imperante. Come porvi rimedio?

Approfondendone la cause, individuandone i segni nel corso della storia e tracciando il Manifesto dei LiberiParolisti, stilato alla fine del libro. Un vero grido di liberazione dalla cappa che ci opprime.


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