• Silvano Moffa

Merkel. La cancelliera e i suoi tempi

Autore: Sergio Romano e Beda Romano

Edizione LONGANESI


La standing ovation con la quale il Consiglio europeo ha salutato Angela Merkel alla sua ultima presenza tra i capi di governo dell’Unione, dopo sedici anni di ininterrotta presenza in quel consesso, è la testimonianza più limpida di quanto la cancelliera tedesca abbia inciso nelle politiche europee nel corso del tempo.

“Quando arrivai al potere non c’erano gli smartphone, Facebook era appena nato, Twitter non era ancora stato creato – ha confessato in una intervista al Corriere – Viviamo in un mondo mediatico completamente trasformato. E temo che diventi sempre più difficile trovare compromessi, che sono indispensabili in una democrazia”.

Proprio il compromesso, ricercato anche a costo di apparire impopolare, è stato il leitmotiv, il filo conduttore della sua azione politica, in patria come all’estero. A darcene conferma, in un agile saggio ricco di spunti analitici e denso di aneddoti, è il libro appena edito da Longanesi, scritto a quattro mani da Sergio Romano e Beda Romano. “Merckel. La cancelliera e i suoi tempi” non ripercorre soltanto le tappe di una carriera imponente, costellata da successi e da momenti difficili, durante la quale la cancelliera ha dato prova di straordinaria saggezza, di indiscutibile preparazione, ma anche di una buona dose di opportunismo nel seguire il corso della Storia.

E’ anche un affresco godibile e intricato degli avvenimenti che hanno segnato la seconda metà del Novecento e i primi due decenni del nuovo Millennio.

La profonda conoscenza della Germania degli autori (Sergio Romano è stato ambasciatore alla Nato e a Mosca, oltre ad essere un raffinato scrittore; Beda Romano è stato per molti anni corrispondente dalla Germania per Il Sole 24 Ore) aiuta il lettore a decifrare i passaggi complessi della politica europea e internazionale, attraverso i suoi protagonisti. Ne vien fuori un ritratto tutt’altro che scontato della ragazza, la Das Madchen come la chiamava Helmut Kohl, il suo mentore, l’uomo che la catturò all’agone politico e dal quale prese le distanze quando fu coinvolto in una storia di finanziamenti illeciti a favore del suo partito.

Il rigore è sempre stato un tratto distintivo del carattere di Angela Merkel. Lo aveva ereditato in parte dal padre, pastore protestante, in parte dalla sua formazione scientifica.

Vissuta nella Germania dell’Est durante il regime comunista, Angela Merkel da giovane non sognava la politica, ma la scienza. Ha mosso i suoi primi passi in politica negli anni conclusivi della Repubblica democratica tedesca, fino ad essere nominata portavoce dell’ultimo governo. Alcuni anni dopo, nel 1991, dopo la dissoluzione dell’Urss, Helmut Kohl la chiama nella sua squadra di governo.

La tesi degli autori è che “non fu scelta da Kohl perché era stata coraggiosamente democratica in uno Stato comunista (sarebbe stata una bugia).

Al cancelliere tedesco piacque perché la riunificazione della Germani doveva essere realizzata, per quanto possibile, in un clima di continuità ed era necessario poter contare su una ragionevole percentuale di comunisti frettolosamente convertiti alla democrazia parlamentare. A modo suo, la futura cancelliera rispettava numerose condizioni: era donna, tedesca dell’Est, e giovane.

Figlia di un pastore protestante, rassicurava i più conservatori. Cresciuta alla scuola egualitaria della DDR, suscitava le speranze delle associazioni femministe”.

In realtà, la figlia del pastore, quando è stato utile e necessario, ha dimostrato di essere “nipote di Machiavelli”.

Non si fece scrupoli di lasciare al suo destino Helmut Khol, né di tagliare le gambe di chiunque ne avesse ostacolato le ambizioni. In una intervista con la scrittrice Herlinde Koelbl disse un giorno:”In politica cerco la cooperazione, non il confronto.

Trovo piuttosto sgradevole la tendenza di alcuni uomini a imporsi costantemente. Ho promesso a me stessa di non sopportare così tanto le cose. E me la sto godendo. E’ come affondare una corazzata, mi sento benissimo ogni volta che segno un colpo”.

A una domanda sui piaceri della vita politica, rispose: “In passato avrei detto che consiste nel dare forma alla politica. Ora direi che si tratta di strappare la preda al proprio avversario”.

Un carattere tutt’altro che remissivo, dunque, quello di Angela Merkel; un carattere complesso e deciso al tempo stesso, emerso in ogni rapporto avuto con i capi di Stato, da Putin a Chirac, da Obama a Sarkozy, a Macron, da Tony Blair a Boris Johnson. E sempre con l’idea nella testa di imprimere una accelerazione nella costruzione dell’Europa, facendo della Germania l’asse portante dell’Unione e del rigore nei conti pubblici il mantra di tante battaglie in difesa dell’euro.

Ai summit si presentava sempre preparata, forte di una straordinaria conoscenza delle pratiche e un’incredibile capacità di maneggiare cifre e dettagli. Così si conquistò il rispetto dei suoi pari. In più era dotata di un eccezionale fiuto nel cogliere, prima degli altri, gli umori della pubblica opinione, tanto che è lecito chiedersi, si interrogano gli autori del volume dedicato alla sua vita, “se abbia guidato il Paese o si sia limitato ad assecondarlo”.

Fatto sta che è riuscita, nei quindici anni da cancelliera a governare di volta in volta con i socialdemocratici, i liberali e i cristiano-sociali bavaresi.

Di fronte alla grande crisi finanziaria del 2007, quando sui mercati finanziari crebbe improvvisamente la sfiducia nei moderni strumenti della finanza chiamati derivati, non si perse d’animo.

Pur ammettendo pubblicamente di essere stata lenta a capire l’impatto profondo che gli avvenimenti d’oltreoceano avrebbero avuto in Europa, affrontò il terribile crollo del prodotto interno lordo tedesco, di quasi il 6 per cento nel 2009, e la crisi del sistema bancario del suo Paese, cambiando strategia e accettando che lo Stato si facesse garante della stabilità del sistema finanziario. Una inversione non da poco per le sue stesse convinzioni morali in economia.

E quando la stessa Banca centrale europea, sotto la guida di Mario Draghi, fu chiamata ad assumere nuove responsabilità per scongiurare lo sconquasso debitorio ed il crollo definitivo dell’euro, la Merkel sostenne la politica monetaria e di aiuti della Bce, senza battere ciglio di fronte alle accuse che gli venivano dalla Bundesbank e alle critiche mosse dall’ala più ortodossa della pubblica opinione tedesca.

Accuse e critiche cui seppe resistere anche in occasione della clamorosa decisione di accogliere a braccia aperte centinaia di migliaia di profughi siriani e iracheni.

Dopo la scelta del Regno Unito di uscire dalla Ue, non si fece condizionare dai partner europei che invocavano la linea dura verso gli inglesi, ma riuscì ad imporre, con un intenso e paziente lavoro diplomatico, una linea morbida per la Brexit, al fine di non tagliare alla Germania tutti i ponti con l’alleato d’oltremanica, paese verso il quale Berlino vanta il maggior tasso di esportazione dei suoi prodotti.

“Nei suoi quindici anni di cancellierato – osservano Sergio e Beda Romano – Angela Merkel ha dovuto spesso fare i conti in Europa con una reputazione in chiaroscuro: popolare in patria, criticata all’estero.

Sul continente, ha provocato reazioni contrastanti, spesso negative, soprattutto nei Paesi mediterranei”.

Ma va riconosciuto alla cancelliera il merito di aver rimesso in discussione, nel corso del suo lungo periodo di governo, due tabù tedeschi: il finanziamento monetario e l’indebitamento in comune.

“Non è poco in un Paese che dai tempi della Bolla d’Oro (1356) affida l’ultima parola al diritto”.



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