• Chiara Carroccia

MUSEI A PORTE CHIUSE

CHIUSURA FORZATA E DIGITALIZZAZIONE. L'ARTE ENTRA NELLE CASE ATTRAVERSO IL WEB

Martedì mattina, fuori piove, sei ore di lezione da affrontare. “Ah no, aspetta! Oggi c’è la gita al museo! Evvai, saltiamo le ore di matematica, chi la vuole ascoltare la Prof”.

Un’ora dopo al museo. “Mamma mia che pesantezza ‘sta guida, ma che me ne importa di chi è rappresentato su questa tela, che poi ti voglio dire, non lo vedi quanto è brutta? Tutta astratta…e tu questa la chiami arte? Il naso da una parte e gli occhi tutti a destra. Mah. Quasi quasi era meglio matematica”.

Sono certa che molti di noi si siano riconosciuti in questo immaginario dialogo mentale. Da piccoli trascorrere una mattinata al museo con la classe diventava essenzialmente una scusa per starsene qualche ora a ridere e sbofonchiare, le gambe libere dalla solita posizione sotto al banco.

Quello stare seduti per ore su storiche sedie di legno, scomode e dure cui oggi guardiamo con non poca nostalgia. E non solo noi che, alla soglia dei 30 anni, cerchiamo ancora di costruire quel futuro di realizzazioni tanto agognate che ai nostri occhi appaiono, ad ogni passo in avanti, paradossalmente più distanti. Oggi la scuola manca soprattutto a chi della scuola è il vero protagonista. Oggi si fa lezione da casa, all’interrogazione non si va alla lavagna ma ci si posiziona davanti alla libreria, ai poster, ai cimeli della bella adolescenza. Ci si laurea in ciabatte, vestiti a metà, perché tanto “la parte sotto non si vede”. Non si può andare in gita, non si possono visitare i musei, né in gruppi né da soli. Si è scelto di tenerli chiusi, accanto a cinema, teatri, e in molti ci si chiede ancora il perché.

A ben pensarci, nei musei si potrebbe camminare tranquillamente con la mascherina, non si toccano le opere, non c’è necessità di stare seduti e le ampie sale in cui dimorano da anni capolavori delle più svariate collezioni potrebbero consentire ingressi contingentati senza troppa difficoltà.

La seconda chiusura, arrivata proprio nel momento in cui si stavano riprendendo le progettualità sospese dal primo lockdown, contribuisce ad alimentare in molti la percezione, già diffusa, di un sistema governativo che sceglie di mettere l’erudizione e l’approfondimento in secondo piano.

“La chiusura dei musei è stata, ed è, una testimonianza di profonda, radicale, inciviltà”. Così l’amato/odiato critico e storico dell’arte Vittorio Sgarbi – nell’articolo apparso lo scorso 29 novembre 2020 sulla testata online de il Giornale – apre la sua invettiva nei confronti del fresco Dpcm datato 3 novembre 2020. Continua, “in un vessillo a Bamyan, dove i talebani distrussero i Buddha, si leggeva: «Una nazione è viva quando la sua cultura è viva». Dunque, l'Italia è morta”.

Nel suo ruolo di parlamentare, primo cittadino di Sutri e Presidente del Mart – Museo dell’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto – Sgarbi ha tentato di resistere alla chiusura forzata delle mostre con un'ordinanza sindacale che stabiliva l'apertura dei musei della cittadina viterbese, immediatamente annullata da un decreto prefettizio.

Non si può certo dire che il tatto faccia parte dei pregi di questo intellettuale tanto sopra le righe che, è innegabile, spende la sua vita per il bene dell’arte e della cultura tutta, fiore all’occhiello della nostra bella Italia. Si possono non apprezzare i suoi modi irriverenti e dissacratori ma è condivisibile la rabbia che lo anima, soprattutto da parte di chi, come me, nel sistema arte ci lavora (o sta tentando di farlo).

Certo era che l’arrivo dell’autunno avrebbe portato con sé una nuova circolazione del virus e con essa la possibilità di una nuova chiusura.

Sono convinta che dall’esperienza del primo lockdown si possa trarre un fondamentale insegnamento riguardante la necessità, al giorno d’oggi, di essere camaleontici, creativi, flessibili, veloci nell’interpretare le nuove necessità sociali e nel ridisegnare in base ad esse nuovi sentieri e nuove strategie.

A tale proposito vanno certamente apprezzati e lodati gli sforzi che i musei stanno facendo per stare al passo con i tempi, continuando ad esistere e ad offrirsi “da lontano”, attraverso visite guidate virtuali, laboratori e workshop in streaming, appuntamenti settimanali che portano i più appassionati e curiosi alla scoperta delle tante mostre allestite e subito chiuse. Molte gallerie sfruttano al massimo i mezzi offerti dal digitale per raggiungere il pubblico fuori dalle mura, per alimentare curiosità, diffondere bellezza e conoscenza, preziosissime medicine per l’anima in questo tempo fatto di una quotidianità sospesa.

Certo è che questa erculea sfida imposta dalle difficili circostanze del presente vada letta come uno stimolante slancio alla modernizzazione di cui i musei del territorio nazionale avevano sete ormai da tempo. Trovare sempre nuovi e avanguardistici modi per comunicare il museo dovrebbe essere la prima preoccupazione di qualsiasi istituzione culturale e dei preposti organi ministeriali, con o senza Covid-19.

Se fino a qualche anno fa il lavoro del curatore museale era in qualche modo limitato alla sfera della conservazione e della ricerca sulla raccolta custodita, ora le sfide da affrontare sono ben altre.

La comunicazione culturale valica ormai ogni confine, il museo non può più essere ritenuto una grande wunderkammer per selezionati fruitori e per svogliate scolaresche. E non è sufficiente travasare nel web immagini appetibili e frasi dal tono professionale per soddisfare l’interesse del popolo internauta, così come sarebbe fallimentare banalizzare i contenuti della comunicazione.

L’idea di un “Netflix della cultura” annunciata nei mesi della prima chiusura dall’onorevole Franceschini potrebbe diventare realtà, grazie al dialogo aperto dallo stesso ministero con Chili, la Netflix italiana con sede a Milano, attiva dal 2012.

Se si arrivasse ad una collaborazione tra la Cassa Depositi e Prestiti e la piattaforma si potrebbe davvero arrivare ad “offrire a tutto il mondo la cultura italiana a pagamento” come auspicato dal Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo lo scorso aprile intervistato da Massimo Gramellini nel corso di una puntata del programma televisivo Aspettando le parole.

E noi, come pubblico, non possiamo fare altro che muoverci per fare si che la cultura torni ad essere argomento di conversazione, quella stessa cultura che evidentemente nella nostra patria non è più un argomento di interesse, uscito dall’agenda del Premier Giuseppe Conte che non ha speso neanche due parole in merito in occasione della diretta di giovedì 3 dicembre.

E il pericolo è che si giunga alla rassegnazione da parte di chi tiene in vita questi spazi della cultura.

L’intero settore rischia di spegnersi e di perdere quel contagioso entusiasmo che ha dato il la alla lodevole iniziative digitali cui si è fatto prima riferimento.

È un anno difficile, durissimo, ma è opportuno non demordere per non rischiare che vadano persi i piccoli grandi traguardi raggiunti con fatica ed ingegno.

È importante e necessario che i musei continuino ad impegnarsi nella divulgazione digitale e nelle sempre nuove sfide che questa presenta, in attesa di una vera riapertura e anche dopo l’avvento della stessa, cosicchè si possa arrivare alla libertà di scegliere se assistere da un concerto dal vivo, voce persa e pelle d’oca, o se rimanere in poltrona a godersi la prima alla Scala; se apprezzare nel dettaglio una pennellata zoomando con un doppio tap sul mouse del laptop o se correre nei corridoi dei musei come i sognatori Isabelle, Théo e Matthew.

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