• Rossana Del Zio

Novembre, il mese dedicato alla violenza sulle donne

Aggiornamento: 21 nov

Novembre è il mese dedicato alla violenza sulle donne e in particolare il 25 è la giornata voluta dall’ONU per ricordare e sensibilizzare l’opinione pubblica.

In un’ottica di supporto ed esortazione a denunciare o anche solamente a raccontare, l’iniziativa è quella di raccogliere testimonianze di donne, ragazze, ragazzi su abusi subiti di ogni tipo, sessuale, fisica e psicologica e di ogni ambito in cui sono stati perpetrati. È un atto di coraggio per sé stessi e per essere un esempio affinchè non sia il silenzio degli abusati a parlare. E non solo quello delle donne. Questo breve racconto che segue è la prima testimonianza di abuso sul luogo di lavoro, per poter iniziare un percorso che sia capace di liberare chi ha subìto un certo tipo di violenze dal silenzio che incatena le loro vite.

Me too all’italiana: racconto di un abuso sul posto di lavoro

Un giorno tiepido di settembre con il sole appeso nel cielo a vegliare sulla città, la luce creava giochi di ombre con le poche nuvole bianche di vapore. Chiara aveva lasciato la sua bambina al nido, nonostante le ansie per il distacco quotidiano, l’idea di aver ricominciato a lavorare le metteva allegria. La socialità ritrovata, l’impegno diverso dal dovere di neo mamma, le stavano dando una nuova visione matura e consapevole.

Quelle sensazioni erano una conquista di donna e un grande slancio verso la nuova vita, nonostante le stanchezze e gli impegni pressanti.

Con serenità era trascorso il primo mese di rientro in ufficio tra sguardi sorpresi e orgogliosi anche dei suoi superiori, nonostante l’uscita anticipata a volte non fosse ben accetta.

Spesso si ritrovava a guardare l’orologio nel primo pomeriggio quando l’ora di uscita si avvicinava e l’ansia la assaliva. Ogni giorno cominciava quella routine che le permetteva di lasciare sua figlia al nido molto presto e avere anche il tempo di fare due passi nel centro della splendida Roma prima di raggiungere il suo ufficio, poi il caffè al bar con i colleghi e il lavoro nel team a cui era stata di nuovo assegnata.

La maternità le aveva dato il diritto di usufruire di un orario ridotto e le giornate passavano abbastanza in fretta nonostante le pressioni lavorative e le responsabilità.

Un lunedì anonimo e consueto, il telefono del suo interno squillò.

L’annuncio del suo capo di un improvviso e urgente appuntamento di lavoro fuori ufficio, poco dopo la pausa, la fece preoccupare.

Chiara non si fece scrupolo di ricordare all’uomo del suo impegno di mamma. Una volta rassicurata preparò i documenti che servivano, andò in bagno a sistemare il suo vestito di lino comodo che le nascondeva le curve accennate dalla recente gravidanza e aspettò l’uomo che, puntualmente, era in ritardo. Per non perdere tempo lei si avviò verso il garage, prese la Mercedes di servizio e raggiunse il portone. Si meravigliò della decisione dell’uomo di mettersi alla guida. Di solito la lasciava guidare, lavoravano insieme da molto tempo e lui si fidava.

Le chiacchiere in auto furono banali e le domande sulla riunione urgente da parte di lei regolarmente lasciate perdere. Il tragitto verso l’appuntamento sembrò più lungo del solito e il percorso diverso. Una strada della periferia sud romana, piena di campi e alberi, costeggiava un grande cortile racchiuso da una lunga rete oltre la quale si ergeva orfano un edificio molto alto.

La strada era ancora fatta di ciottoli, polverosa, isolata e inquietante. L’uomo parcheggiò davanti al primo portone del condominio che sembrava in parte ancora un cantiere.

Chiara scese meravigliata e domandò dove stessero andando, ma le domande non ricevettero risposta. Quando l’uomo aprì il portone scegliendo la chiave da un anonimo mazzo, lei si irrigidì. Non si capacitava come potesse avere lui le chiavi di un ufficio che non fosse il suo. Salirono due piani di scale, sudore, fiatone e ansia.

Anche la chiave che aprì la porta sul pianerottolo fu scelta dallo stesso mazzo. Oltre la soglia un piccolo salotto con un angolo cottura. Chiara raggelò. Lui chiuse a chiave e tolse la chiave dalla serratura.

“L’inizio della fine”, pensò lei.

La faccenda era drammaticamente inaccettabile. Lavorava con quell’uomo da anni, lei aveva partorito da poco e si sentì morire di fronte alla totale mancanza di rispetto, al sopruso, alla violenza alla quale lei pensava che avrebbe subìto di lì a poco.

L’uomo si spogliò e rimase con il corpo magro e insignificante, con le mutande a fantasia cashmere e orribili calzini corti e verdi, a fissarla, come se si aspettasse lo slancio di lei.

Poi allungò la mano e la tirò a sé.

Chiara era educata e prima di dire qualcosa di offensivo, nonostante tutto, gli chiese con garbo che cosa volesse da lei e cosa si fosse messo in testa.

Lui si offese e la prese con la forza trascinandola nella camera dove c’era un letto anonimo. Lei si divincolò, riuscì ad alzarsi e mentre piangeva le venne il coraggio di dire:

“Mettimi un dito addosso e dovrai farmi uscire da questa casa morta. Riprova a toccarmi e a dire qualcosa altro e ti denuncio.”

L’uomo la trattò come se fosse una povera stupida e la offese profondamente sminuendo la sua persona. La sua dignità, il suo essere donna.

“Ma come, nonostante tu sia così ingrassata dovresti essere felice di questo mio modo di apprezzarti. Lo vedi, tu a me piaci lo stesso. Mi sei sempre piaciuta.” Quel modo sottile di minare la sua autostima fece andare Chiara su tutte le furie. Riprese la borsa e si avvicinò alla porta. Iniziò a picchiare con le mani e a urlare che aveva bisogno di aiuto. Il condominio era deserto, nessuno sarebbe arrivato. Lei provò a chiamare con il cellulare, ma non c’era segnale.

L’uomo arrivò dalla camera da letto con lo sguardo tipico di chi pensa di aver vinto e la abbracciò cercando di calmarla.

“Ti ripeto, portami a casa, altrimenti dovrai farmi uscire morta da qui, perché la tua vita non sarà più facile con me.”

Dopo altri tentativi per farla cedere si rivestì, aprì finalmente la porta e uscirono. Era già molto tardi per ritornare in città in orario per andare al nido a riprendere sua figlia. Chiara, con lo sguardo nel vuoto, pregava affinché quel tempo passasse veloce.

Il cellulare squillò e la voce familiare di suo marito la rassicurò, come se la voce tremante di lei gli avesse raccontato del vissuto appena accaduto.

La giornata era finalmente terminata quando rientrarono a casa e lei non volle più pensarci. Si ricordò con la mente più lucida che aveva urlato all’uomo che da quel momento in poi gli avrebbe dato del tu e che ogni volta che lo avrebbe fatto lui si sarebbe ricordato di quello che era successo quel pomeriggio.

Quel suo modo di difendersi suonò come una minaccia, ma in fondo lo era davvero.

Qualche settimana dopo arrivò nell’ufficio una nuova ragazza, molto giovane e senza nessuna esperienza lavorativa. Era molto timida. Un pomeriggio, il fatidico capo, la chiamò nella sua stanza. Chiara rimase ad aspettare che la ragazza uscisse, come se l’istinto le avesse suggerito che stava succedendo qualcosa di insano. Non sbagliava. La ragazza uscì dalla stanza rossa in viso e visibilmente sconvolta. Senza dire una parola riprese posto alla sua scrivania con la testa bassa e le mani che le tremavano.

Chiara le si avvicinò e le chiese cosa fosse successo. “Mi ha chiesto se sono fidanzata e se sono disponibile ad andare a cena fuori con lui una di queste sere.”

Non ci fu un momento in cui Chiara pensò prima di agire. Raggiunse la porta e la spalancò riempiendo di improperi l’uomo.

“Chi ti credi di essere brutto porco che non sei altro. Allora tu hai proprio il vizio!”

Chiara urlava e le sue urla avevano attirato l’attenzione degli altri colleghi che nel frattempo erano nel corridoio per capire cosa stesse succedendo.

L’alterco stava degenerando e l’uomo continuò a offendere Chiara dicendole che la gravidanza l’aveva trasformata e che non era più la ragazza attraente di prima e che il suo rifiuto aveva spinto l’uomo a provare a sedurre un’altra donna, come se sua moglie, la sua famiglia non esistessero nella sua vita.

Il suo narcisismo predatorio sessuale aveva preso il sopravvento e in un crescendo di offese si scagliò contro Chiara sottolineando il suo cambiamento fisico che secondo lui non sarebbe mai ritornato come prima.

Lei non sapeva se uscire da quella porta e lasciarlo da solo a sbollire le sue smanie ormonali o essere diretta e sferrare un colpo basso per distruggerlo. Poi decise.

“Non so chi ti credi di essere, ma di certo non sei un divo di Hollywood, sei basso, brutto e viscido e da te non mi farei sfiorare per nessuna ragione al mondo, neanche se tu fossi l’unico uomo rimasto sulla terra.”

A quel punto uscì sbattendo la porta a vetri dietro di sé e riprendendo posto alla sua scrivania sotto gli occhi curiosi e meravigliati dei colleghi, soprattutto maschi, che avevano affollato gli spazi comuni dell’ufficio.

Non passò neanche un minuto e l’uomo riaprì la porta rabbioso e rosso in viso. Si rese conto della folta presenza di occhi puntati su di lui che ignorò guardando Chiara in modo minaccioso.

“Ricordati che se avessi avuto dieci centimetri in più di altezza a quest’ora sarei davvero un divo di Hollywood!” e rimase in attesa della reazione di lei che si alzò e con un sorriso impertinente rispose.

“Sei uno sfigato, perché ti ricordo che Danny DeVito dieci centimetri meno di te già lo è!”

A quel punto l’uomo richiuse la porta e non uscì più, mentre i colleghi si avvicinarono a Chiara stringendole la mano in senso di rispetto e supporto, ma lei non si limitò a rimanere in silenzio, raccontò loro cosa fosse successo ed esortò la ragazza a parlarne con la famiglia, tanto quanto lo aveva fatto lei, a costo di dover cambiare lavoro, ma non a cambiare sé stessa per il lavoro.

Quel raccontare la sua esperienza dell’abuso subìto in qualche modo le aveva dato la possibilità di trasformare quella sofferenza emotiva in forza e coraggio e consapevolezza della sua dignità di donna, mamma e moglie.


rdelzio.ilmonocolo@gmail.com


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