• Silvano Moffa

Ossessione Reconquista di Putin

E’ comparso nei giorni scorsi in libreria Nationalism, un testo scritto nel 1960 da Elie Kadurie, filosofo e storico delle idee, tradotto per la prima volta in italiano dopo averne colpevolmente ignorato il valore per lunghissimo tempo.

Si tratta di un saggio analitico di sorprendete lucidità e di straordinaria attualità.

Nella introduzione alla quarta edizione pubblicata nel 1992, poco prima della morte, Kadurie sottolinea come gli argomenti trattati nel libro, sia pure a distanza di anni, guadagnino una rilevanza per i fatti correnti.

Ci si riferisce a fatti accaduti trent’anni fa.

Ma proprio quei fatti correnti, confessa lo studioso, hanno assunto “una rilevanza che non avevo sperato o immaginato quando preparavo le mie lezioni durante la metà degli anni Cinquanta”.

Kadurie – ecco il punto centrale della sua riflessione che qui ci interessa – scriveva, appunto trent’anni fa, che “l’implosione e l’autodistruzione del regime bolscevico e di altri Stati socialisti non significa che la transizione al regime successivo sarà pacifica e nemmeno che tale nuovo regime sarà un successo”.

La parte più interessante del suo ragionamento viene subito dopo: “La scomparsa della superpotenza sovietica, che pure è stata così oppressiva per i suoi sudditi, ha creato un pericoloso squilibrio di potere fra i suoi antichi componenti e fra essi e i loro vicini.

Esiste la possibilità di conflitti seri.

La Russia, che non può essere definita altro che una grande potenza in senso classico, è circondata da Stati molto più deboli che si sono separati dalla struttura sovietica.

Come per l’acqua, il potere trova sempre il suo livello.

Come il sistema messo a punto a Versailles dimostrò di non poter proteggere gli Stati che erano succeduti all’Impero austroungarico dalla potenza tedesca non appena la Germania cominciò a flettere i propri muscoli nel 1933, così le Nazioni Unite non hanno la forza di evitare che la Russia allunghi le mani su possedimenti che un tempo erano degli zar e poi sono divenuti sovietici.

L’impotenza delle Nazioni Unite e della Comunità europea nel ridimensionare le ambizioni serbe in Croazia e Bosnia-Erzegovina può essere un anticipo di ciò che vedremo avvenire altrove nell’Europa dell’Est, nel Caucaso e nell’Asia Centrale. I pericoli che derivano dalla balcanizzazione non sono confinati ai Balcani”.

Quello che Elie Kadurie aveva capito trent’anni fa, purtroppo ha tardato a capirlo il mondo occidentale.

La guerra scatenata da Putin nei confronti dell’Ucraina è la prova evidente di una colpevole sottovalutazione delle mire, peraltro mai nascoste, dell’autocrate di Mosca.

Con la caduta del Muro di Berlino e l’allargamento della Comunità europea fino ad accogliere nel palazzo di Bruxelles buona parte degli ex Paesi satelliti dell’URSS, alcuni trasferiti sotto l’ombrello protettivo della Nato, l’idea che si potesse fissare un nuovo, definitivo ordine mondiale e spegnere definitivamente ogni velleità di riscatto e di Reconquista da parte dei nostalgici del vecchio regime, si è mostrata un’idea sbagliata.

Vladimir Putin è figlio dell’URSS e, come tale, ha vissuto l’implosione dell’impero sovietico come un trauma, una ferita profonda. Non di rado ha richiamato alla memoria collettiva l’epopea del principe Vladimir il Grande di cui, nel 2018, celebrò l’anniversario del battesimo nel 1130 nelle acque del fiume Dneper, data che gli storici fanno coincidere con l’inizio della conversione al cristianesimo degli slavi orientali.

In quell’occasione Putin ripeté con forza che proprio la “cristianizzazione” del Gran Principe dell’antica Rus’ di Kiev e dei suoi sudditi rappresenta l’atto fondativo della “statualità russa” e la radice perenne che nutre l’identità del popolo russo e la sua missione storica nel mondo.

Non si trattò soltanto, come si sarebbe indotti a credere, di un aperto riconoscimento della saggezza degli avi che scelsero il cristianesimo di tradizione bizantina.



In quel discorso, fin troppo preso alla leggera dagli osservatori occidentali, Putin si spinse fino ad esaltare le doti di guerriero del principe Vladimir che “affrontò crudeli scontri e prove” e sotto la cui guida “furono costruite chiese, monasteri, città, scuole e biblioteche”, animato dall’intuizione che il cristianesimo avrebbe fornito supporto morale e le basi per “consolidare l’unità e l’identità dei popoli che abitavano l’antica Rus’”. Concetti che Putin ha ripetuto più volte esaltando l’orgoglio identitario nazionale e l’Ortodossia russa, in una sorta di misticismo patriottico.

La questione Ucraina fa parte di questa visione arcaico-religiosa-imperiale.

C’è poi dell’altro. C’è quel che alcuni analisti hanno definito “paura di contagio”. Dopo l’indipendenza nel 1991, i rapporti tra Mosca e Kiev sono stati mutevoli a causa dell’alternanza tra governi filo-russi e governi più vicini all’Unione europea e all’Occidente.

Con l’elezione di Zelensky e la conferma della opzione europea del suo governo, Putin ha visto sfumare il sogno egemonico verso quelle terre e accentuato il pericolo di quel che Galli della Loggia ha chiamato “contagio della libertà”, ossia di una condizione di indipendenza e di profilo democratico che dall’Ucraina potesse influenzare il popolo russo.

Una prospettiva assolutamente intollerabile per il neo-zar di Mosca.

A questo si aggiunge che l’Ucraina è un grande Paese nel cuore del mondo slavo, ricco di minerali, possiede vasti giacimenti di carbone, localizzati soprattutto nel bacino del Donec, è ricca di petrolio e gas naturale, un quarto dell’energia elettrica prodotta è di origine nucleare, possiede i più grandi giacimenti di uranio dell’Europa, è il maggior produttore mondiale di semi di girasoli e tra i più importanti produttori globali di segale, orzo, colza, semi di soia, vanta ingenti risorse di caolino, argille plastiche e argille refrattarie, che costituivano circa il 70% delle riserve dell’ex Unione Sovietica.

Tutti elementi influenti sul piano economico e geopolitico.

Come la storia insegna, se Atene piange Sparta non ride. La spregiudicatezza guerrafondaia con cui Putin ha aggredito l’Ucraina ha mostrato i limiti e la fragilità dell’intero Occidente e l’inconsistenza dell’Europa.

Alla sottovalutazione delle minacce espansionistiche di Putin, di cui abbiamo scritto all’inizio, si aggiunge l’evidenza di una Nato che ha perso autorevolezza.

Le stesse sanzioni annunciate dal presidente americano Biden e messe in atto dalla Ue, per quanto rilevanti, non sembrano in grado di impensierire Putin più di tanto e di frenarne la spinta offensiva.

Si sa che le sanzioni, il più delle volte, procurano danni non solo a chi le subisce ma anche a chi le impone. In più, ci sono settori come l’approvvigionamento di gas e una buona dose di riserve creditizie che sono nel pieno controllo di Mosca.

Insomma, l’Europa dipende dalla Russia per buona parte delle sue fonti energetiche, e non solo.

Di qui, la difficoltà di mettere l’Orso russo con le spalle al muro.

Certo, la partita economica è ambivalente, nel senso che se Putin chiudesse i rubinetti del gas, si bloccherebbe per lui una fonte di rilevante guadagno.

Non è poca cosa, viste le condizioni economiche tutt’altro che felici in cui versa nel complesso l’economia russa.

D’altro canto, è immaginabile che Putin abbia messo nel conto i danni economici derivanti dalla sua azione di guerra.

Il piano strategico dei russi è differente rispetto all’Occidente.

Ci sono Paesi, e la Russia è fra questi, che considerano assolutamente naturale risolvere i conflitti con le armi, mentre da noi accettare la guerra come metodo di risoluzione delle controversie internazionali è un’idea che rifiutiamo.

Può non piacere, ma questa è la realtà.

Il frettoloso e sconclusionato ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, la perdita di autorevolezza della Nato, l’ondivaga e fiacca politica estera del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, la manifesta debolezza di un’Europa priva di un esercito comune e di una comune politica energetica, asimmetrica nei rapporti economici che i singoli paesi hanno negli anni intessuto con la Russia, hanno convinto Putin che fosse il momento migliore per mettere in pratica il suo disegno di Reconquista. D’altro canto, aver isolato la Russia, dopo averne favorito l’ingresso nel G7 (da quel momento G8), ai tempi del governo Berlusconi e della presidenza Bush, ha provocato la rottura di un equilibrio delicato che comunque vedeva ai tavoli che contano l’America, la Russia e parte dell’Europa.

Era il segno di un modus operandi intelligente. Averlo dismesso è stato un errore molto grave.

Un errore che ha portato la Russia a guardare alla Cina e Putin a sentirsi assediato.

Ed ora, mentre le bombe squarciano il cielo di Kiev e sul campo di battaglia scorre il sangue della disperata resistenza ucraina e centinaia di migliaia di profughi, donne, bambini e anziani infagottati in precarie coperte sottratte al fuoco dei T-14 Armata, pressano alle porte dell’Europa, resta inevasa la domanda di fondo: chi è disposto davvero, in Occidente, a morire per Kiev?


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