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Qualche idea per risollevare l'Italia


Si dilegua nelle notti fresche il sapore dell’estate. L’autunno colora le foglie bagnate dalla rugiada del mattino. E’ il ciclo della natura che si ripete. Unico, inesorabile, ripetitivo. Con i suoi ritmi. Le sue suggestioni. Riprende a scorrere, con crescente frenesia, la vita di ogni giorno. La clessidra scandisce il tempo della nostra esistenza. Il tempo, appunto. Quel tempo che Marguerite Yourcenar, la formidabile esploratrice delle memorie di Adriano, chiama “grande scultore”. Lo spazio di un’esistenza in cui ogni essere dimensiona sé stesso. Il perimetro dei sentimenti, delle pulsioni, delle speranze. Il crogiuolo in cui affonda il mistero dell’Io. E dove l’Io libra pensieri, custodisce attese, nutre propositi. Quando, se non con l’autunno, si riaprono i battenti, si schiudono le porte verso il futuro che ci attende?

Quando, se non ora che riaprono le scuole, si torna in ufficio e tornano a riempirsi le fabbriche, ora che le città, di primo mattino, mostrano il volto ingolfato, pesante, asfissiante del traffico, e tutto torna a ripresentarsi confuso, disarmonico, inconciliabile per gli occhi già stanchi di chi, appena qualche settimana prima, godeva di sole, spiaggiato nel riposo vacanziero, quando se non ora, appunto, è tempo di raccogliere energie, maturare idee, opinioni, scuotere indolenze, riscoprire senso, direzioni, orientamento, per noi stessi e per gli altri?

Ecco, è da qui che vorremmo partire per formulare qualche pensiero da offrire alla riflessione comune.

Lo facciamo citando due saggi di recente pubblicazione che meritano attenzione. Il primo lo ha scritto Luca Ricolfi: “La rivoluzione del merito”. Il secondo è di Salvatore Rossi, ex direttore generale della Banca d’Italia, attuale presidente di Tim: “Breve racconto dell’Italia nel mondo attraverso i fatti dell’economia”.

Perché abbiamo scelto questi due libri? Semplice, perché affrontano due argomenti la cui chiave di lettura aiuta ad abbattere alcuni stereotipi, alcune barriere mentali, quella sorta di “pensiero unico” che tanti danni ha prodotto e tanti ancora continua a produrre, condizionando scelte e fustigando visioni dal cui ancoraggio potrebbero, invece, dipanarsi una scala di valori e una serie di interventi generatori di radicali cambiamenti.

Iniziamo da Ricolfi.

Il suo non è un generico appello al valore della meritocrazia. E’ qualcosa di più profondo. L’analisi punta a demolire l’idea alimentata da tanti intellettuali, politici e studiosi che pensano che il merito sia fonte di discriminazione, selezione, umiliazione dei deboli, in una parola fattore di diseguaglianza. Esattamente il contrario di quanto si riteneva in passato. Ebbene, Ricolfi si mette nei panni di coloro che la pensano in quel modo. Ne esplora la logica. Una logica nel loro ragionamento deve pur esserci, anche se è una logica sbagliata. Il sociologo la riassume così:

· I capaci e meritevoli, proprio perché sono tali, hanno meno bisogno di aiuto;

· Chi ha veramente bisogno di aiuto sono i ragazzi in difficoltà, ossia i non capaci e meritevoli;

· Se aiutiamo i primi, senza aver prima aiutato i secondi, amplifichiamo le diseguaglianze;

· Quindi lo svolgimento dei programmi scolastici va tarato sui ragazzi in difficoltà.

Di qui due idee, entrambi risalenti a don Milani. La prima idea: la classe deve stare ferma in attesa che chi è indietro recuperi e capisca quel che non ha capito. Seconda idea: occuparsi dei capaci e meritevoli significa fare della scuola “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

Il ragionamento non fa una piega, apparentemente. Ma è radicalmente sbagliato, oltreché alquanto oscurantista, spiega Ricolfi, perché significa non aver compreso come funziona la macchina della diseguaglianza. I cui effetti riverberano in quel che accadrà in futuro quando i ragazzi, diplomati o laureati che siano, si troveranno a fare i conti per il proprio futuro lavorativo nel pieno della società. “Poi succedono fondamentalmente due cose, una fra i ragazzi capaci e meritevoli, l’altra fra quelli che non vanno bene negli studi. Due gruppi che, è bene ricordarlo, non sono costituiti in blocco l’uno da ricchi e l’altro da poveri, ma contengono entrambi, sia pure in proporzioni diverse, ragazzi di estrazione sociale bassa e alta. Ebbene, nel gruppo dei capaci e meritevoli, succede che il mancato sostegno economico a quanti sono privi di mezzi (ossia la mancata attuazione dell’art.34) fa un enorme favore ai cosiddetti pierini. Buona parte dei bravi a scuola poveri, infatti, rinuncerà ai percorsi di studio più prestigiosi (licei) e più lunghi (università e dottorato), permettendo ai pierini, che hanno mezzi economici e conoscenze familiari di fare la loro corsa indisturbati, senza la fastidiosa concorrenza dei capaci e meritevoli provenienti dai ceti medio-bassi. La classe dirigente continuerà a formarsi attingendo quasi esclusivamente dai ceti privilegiati, in aperto contrasto con i sogni egualitari dei Padri costituenti.

E nel gruppo dei non capaci e meritevoli, che succederà? Anche qui, come sappiamo, ci sono sia ragazzi dei ceti bassi (circa 2 su 3), sia ragazzi dei ceti alti (circa 1 su 3). Ebbene, il fatto che la classe sia stata ferma, e abbia imparato meno del dovuto, produrrà effetti di segno opposto ai due estremi della scala sociale. I figli dei ceti medio-alti andranno avanti a dispetto di tutto, perché il deficit di preparazione verrà compensato dalle risorse familiari e dalle raccomandazioni: reddito, ricchezza, ripetizioni private, possibilità di prolungare indefinitivamente gli anni di studio; e poi, sul mercato del lavoro, la preziosa risorsa delle conoscenze familiari. Mentre i figli dei ceti medio-bassi, le cui uniche risorse sono la conoscenza e la preparazione, pagheranno carissime le lacune e i deficit accumulati nei primi cicli di studio.

Se, dopo l’obbligo, realisticamente intraprendono un percorso di studio breve, finiranno per doversi accontentare di occupazioni modeste, precarie o mal pagate. Se ne intraprendono uno lungo e/o impegnativo, correranno il rischio di interrompere prematuramente gli studi per mancanza di basi adeguate. Perché la scuola senza qualità, rinunciando a tenere alto per tutti il livello degli studi, ha tolto loro l’unica arma con cui avrebbero potuto misurarsi alla pari con i figli dei ceti medio-alti”. Insomma, oscurantista è non riconoscere il merito dei bravi a scuola e rinunciare a sostenerli negli studi quando sono “privi di mezzi”.

Oscurantista è anche pensare che, per quelli che bravi a scuola non sono, la via maestra non sia quella di seguirli, aiutarli, supportarli fino a fargli raggiungere un livello di preparazione adeguato, ma sia quello di abbassare gli standard.

Queste due rinunce, a sostenere economicamente i più bravi, e a elevare culturalmente i meno bravi, sono gli ingranaggi fondamentali della macchina della disuguaglianza.

La prima importante rivoluzione del merito muove da qui, dalla piena conoscenza della macchina della disuguaglianza. Senza questa consapevolezza non si va da nessuna parte. Di più, si rischia di proporre soluzioni rabberciate, riforme inutili che finiscono con l’aggravare la condizione della nostra scuola. Si sente parlare sempre più spesso di un nuovo “patto educativo” tra scuola e famiglie. Giusto. Se ne avverte fortemente il bisogno.

Un patto, si badi, che riempia quel vuoto di incertezze che, per molti versi, la pandemia ha contribuito a portare alla luce. Con la didattica a distanza la scuola è entrata nelle case. Vi è entrata mostrando anche i suoi difetti, le sue criticità, le sue contraddizioni. Tra questi la riduzione all’osso delle stesse funzioni didattiche e formative che, per essere efficaci, necessitano di partecipazione e di condivisione.

Lo stato di necessità ha portato, in alcuni casi, vantaggi, in altri ha generato un clima di sfiducia. Vantaggi laddove le famiglie si sono ben guardate dall’interferire con l’attività didattica dei docenti. Sfiducia laddove ci si è sentiti in diritto di far valere le proprie idee sulle scelte educative di pertinenza del Collegio dei docenti. Insomma, se alleanza scuola famiglia, pur con molti limiti, c’era prima del Covid, ora si è creata una nuova faglia. Il tessuto va ricomposto prima che sia troppo tardi.

Non meno interessante rispetto alla rivoluzione del merito è lo sguardo storico ed economico che Salvatore Rossi getta sull’Italia di oggi, esortandoci a guardare al passato e a cercare ispirazione nel Rinascimento, il periodo “più prospero e fecondo dopo Roma antica”. Rossi è perfettamente consapevole che non si può invertire “la direzione del tempo”, né, d’altronde, si possono comparare modelli, stili di vita, sistemi produttivi e concezioni del mercato di quell’epoca con quelli attuali. Non è questo il punto caldeggiato nel saggio. Lo scopo di Rossi è quello di cercare di mettere le cose in ordine nella confusione interpretativa dei dati cui vengono ancorati giudizi sullo stato economico e sociale della nostra nazione. Lo fa senza paura di misurarsi con i dati di Paesi come la Francia e la Germania, in Europa, gli Stati Uniti, la Cina e il Giappone, nel resto del mondo. E se, nel confronto, l’Italia appare in chiaroscuro, è pur vero che l’Italia è creditrice netta nei confronti del resto del mondo. Lo è in termini di titoli, azioni, partecipazioni, crediti commerciali, prestiti.

Una mole di crediti che supera abbondantemente i debiti. Se siamo la decima potenza mondiale pur avendo una popolazione che occupa il venticinquesimo posto, vuol dire che la nostra capacità produttiva è molto superiore a quanto dovrebbe essere in rapporto al numero di abitanti. La verità è che ancora, e per fortuna, ci sorregge la genialità, l’inventiva, la creatività.

Tutti fattori rinascimentali, appunto. In un’epoca in cui il mondo sta cambiando e la globalizzazione appare restringere il campo di azione in ambiti territoriali più contenuti, omogenei politicamente e culturalmente, si aprono nuove e migliori opportunità per le nostre imprese, per il commercio e non solo. Quei fattori, allora, diventano determinati. Lo spirito rinascimentale ritorna ad essere decisivo per invertire la rotta e superare il declino.

A patto che si tragga insegnamento dalle crisi che hanno punteggiato l’inizio del nuovo secolo, si smetta di confidare nelle doti taumaturgiche di un mercato libero senza limiti e privo di regole. Né, d’altro canto, bisogna farsi attrarre dall’eccessivo centralismo in economia, tipico di alcuni sistemi autoritari. Affidarsi a quella indubbia capacità di invenzione e di commercio, facendo leva anche sulle imprese di più modeste dimensioni, potrebbe rappresentare una scelta vincente. Una opportunità da cogliere, offerta dalla stessa globalizzazione che cambia pelle.



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