• Paola Pellegrino

Quei caschi blu italiani in Libano

Nel 2006 furono gli uomini del reggimento Lagunari che, come parte dell’Early Entry Force, sbarcarono sulle coste del Sud del Libano all’indomani della Guerra d’estate.

Dopo trentaquattro giorni di lancio di missili, bombardamenti aerei e colpi di artiglieria tra l’Esercito israeliano (IDF) e le milizie sciite di Hezbollah, le parti giunsero ad un cessate il fuoco, sancito nei fatti dall’arrivo sul suolo libanese della Forza multinazionale di interposizione.

Oggi, dopo sedici anni e con la missione “Leonte” giunta al suo trentunesimo mandato, i militari italiani continuano a tener fede alla risoluzione 1701 delle Nazioni Unite monitorando la cessazione dell’aperta ostilità tra Libano e Israele, pattugliando la linea di demarcazione (Blue Line) tra i due Stati e assistendo e supportando le Forze Armate libanesi (LAF).

Ma l’impegno dei caschi blu è visibile anche nell’importanza data alle relazioni con la popolazione locale. In particolare la cellula di Cooperazione civile e militare (CIMIC) è tra i principali strumenti che UNIFIL utilizza per interfacciarsi con i cittadini, fornendo supporto alla comunità del luogo e fungendo da facilitatore nelle relazioni con le autorità locali.

Tra queste Hassan Dabouk – da 12 anni presidente delle municipalità di Tiro e sindaco della città – è orgoglioso della relazione che unisce il contingente e il suo Paese: «il Libano è un piccolo Stato, ma si sente forte per l’amicizia che lo lega all’Italia». Per lui il rapporto tra i due Paesi è un legame saldo che affonda le sue radici nell’età classica, come fanno da testimonianza le antiche rovine della città.

Ma la storia va rinnovata ed è proprio questo che fanno i militari italiani, definiti dal sindaco «ambasciatori di pace». Tiro si trova nella zona d’operazione del Battaglione di Manovra italiano (ITALBATT): una delle cinque aree di responsabilità in cui è diviso il Sector West il cui comando è affidato alla Joint Task Force italiana attualmente a guida Brigata di Cavalleria “Pozzuolo del Friuli” agli ordini del Generale Massimiliano Stecca e alla sua sesta missione nel Paese dei cedri.

«Ogni sei mesi i soldati italiani si danno il cambio» continua il Sindaco di Tiro «e in passato ogni volta ci chiedevamo se con il nuovo contingente ci saremmo trovati altrettanto bene che con il precedente. Alla fine abbiamo capito che non dipendeva dagli uomini o dai Generali: è l’approccio italiano ad essere unico».

Dalla fine della guerra civile l’approvvigionamento energetico del Libano ha sofferto continui tagli e con la crisi economica – che nel 2020 ha portato il Paese a dichiarare il default – la situazione è peggiorata drasticamente. Nell’agosto 2021 per circa ventiquattro ore la rete elettrica nazionale smise del tutto di funzionare, dopo che le due principali centrali del Paese – quelle di Deir Ammar e Zahrani – dovettero chiudere per assenza di carburante. Oggi il Libano è un Paese al buio, dove chi se lo può permettere si serve di gruppi elettrogeni privati con le conseguenti problematiche legate alla carenza di combustibili e all’inflazione galoppante che rende i prezzi sempre più proibitivi.

«Nel Sud del Libano l’energia statale arriva un’ora al giorno» spiega il sindaco Dabouk, «è solo grazie all’Italia se nel palazzo comunale abbiamo la luce». Il 10 maggio scorso è stato infatti inaugurato un impianto fotovoltaico per la sede del Municipio di Tiro.

Dono dei caschi blu italiani, la fornitura e la posa in opera dei pannelli solari si inquadra tra le attività di supporto essenziale all’ambiente civile per il reparto energia, settore in cui dal 2013 il contingente italiano è impegnato nel rispondere alle esigenze della comunità locale. Tra i più importanti interventi finora svolti si enumerano i lavori di potenziamento dell'impianto di illuminazione pubblica, la realizzazione di una rete elettrica alimentata a energia solare e l’installazione di lampade presso le antiche rovine romane, progetto che rende quello di Al-Mina l’unico sito archeologico libanese illuminato di notte.

Ma c’è anche l’emergenza sanitaria tra le conseguenze più drammatiche della crisi economica.

I medicinali sono carenti, impossibili da reperire o venduti a prezzi inaccessibili alla maggior parte della popolazione, stimata dalle Commissioni ONU per circa l’80% al di sotto della soglia di povertà.

Anche in tale ambito i caschi blu italiani forniscono un sostegno essenziale agli abitanti del Sud del Libano tramite le attività di medical care – che vanno dal servizio di ambulatorio presso le basi italiane di Shama e Al-Mansouri alla visita in loco dei pazienti per le municipalità che ne fanno richiesta – e attraverso le donazioni di materiali sanitari e attrezzature mediche.

Un esempio recente è l’acquisto di strumenti per la sala operatoria di Qana, un villaggio che dista 12 km dalla Blue Line e dove il conflitto è una ferita ancora difficile da rimarginare.

Forse per questo motivo, il sindaco Mohammed Krisht è particolarmente grato all’operato dei soldati italiani e aggiunge: «l’UNIFIL non garantisce solo la pace, la sicurezza e la stabilità al nostro Paese; con il tempo ho scoperto che c’è qualcosa di più forte che unisce la nostra gente ai militari della Forza di pace: è un legame che somiglia all’amicizia».

Per lui la particolarità che contraddistingue gli italiani è l’essere un popolo che ama aiutare gli altri e riconosce: «il contingente italiano riesce a sopperire alle mancanze del Governo e grazie ai progetti di sviluppo sta aiutando tante persone».

Secondo il Sindaco questo fa sì che i libanesi abbiano sviluppato grande rispetto nei confronti della missione italiana: «qui in Libano ormai abbiamo un detto: quando entra un soldato italiano nel nostro Municipio lui diventa il padrone e noi diventiamo gli ospiti» con la mano destra sul cuore accenna un inchino «benvenuti! Siete i padroni di casa nostra e noi siamo i vostri ospiti».



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