• Silvano Moffa

Raffaello. Un Dio mortale

Autore: Vittorio Sgarbi

(Ed. La Nave di Teseo)

L’incipit dell’ultimo libro di Vittorio Sgarbi dedicato a “Raffaello, un Dio mortale”, è fulminante, portentoso, compendio suggestivo ed efficace di una narrazione mirabile di una figura eccelsa che si staglia nel firmamento dell’arte e che il critico, con la sua acuta e tormentata intelligenza indagatrice, in mancanza di empatia con il genio indiscusso, confessa di sforzarsi di “smontarne la grandezza, senza mai riuscirci”.

Perché, scrive: “Raffaello ha solo dipinto.

Non è stato un uomo complesso come Leonardo, un pensatore curioso di tutto; non è stato come Caravaggio, un maledetto che vive una vita piena di contrasti; non è stato un artista come Michelangelo, pittore, scultore, poeta, architetto. Raffaello ha dipinto soltanto.

E ogni volta ha inventato un capolavoro.

I pittori, come il suo maestro Perugino, tendono a ripetersi, a riprodurre un modello, hanno un archetipo di riferimento. Lui no. Ogni volta inventa un’immagine nuova.

Perché Raffaello non è solo Raffaello. È anche Giorgione, è Caravaggio, è Michelangelo, è Parmigiano. Lui è tutto: nessuno è più tutto di lui”.

Sgarbi trae questa premessa all’avvincente, superbo testo, da una considerazione di Giorgio Vasari, il grande scrittore allievo di Michelangelo, inventore della parola “maniera”, Manierismo, e prolifico narratore degli artisti del suo tempo, dei quali ha trasferito in meravigliosa prosa il genio, l’indole, i sentimenti interiori.

E proprio Vasari è il compagno di viaggio di Vittorio Sgarbi nel racconto della vita e delle opere di Raffaello.

In tal modo il critico ci offre il ritratto affascinante e realistico di Raffaello, proiettandone effetti e influenza, nella affannosa ricerca di un sottile file rouge che lega l’artista a tanti altri autori che dai suoi quadri hanno tratto ispirazione, dal Cinquecento fino ai tempi moderni.

Raffaello Sanzio nasce il Venerdì Santo del 1483 (morirà di Venerdì Santo nel 1520, a soli 37 anni) da Giovanni di Sante, pittore non eccelso alla corte di Federico da Montefeltro. Sanzio è la forma latinizzata del cognome “di Sante”.

Un modo per distinguere le due figure. Anche se poi il cognome lascerà spazio soltanto al nome.

Il piccolo Raffaello trascorre dunque i primi anni alla corte ducale di Urbino, dove il padre dipinge nello stile di Piero della Francesca e Melozzo da Forlì. Ben presto, però, il padre ne affida le cure al Perugino. Raffaello entra nella bottega del Perugino.

E sarà proprio il Perugino il suo maestro anche se, scrive Sgarbi, il “suo maestro ideale resterà proprio Piero della Francesca” del quale “assorbe ed amplia una visione assoluta, un mondo delle idee e di perfezione”.

“Raffaello parte da qui, tredici anni dopo la Pala Montefeltro di Piero della Francesca, nel 1483. Immagino che già intorno ai suoi dodici anni – mentre Piero era ancora vivo – Raffaello guardasse l’opera di questo maestro inarrivabile, e sentisse questo spazio meraviglioso, queste luci, queste ombre, il palchetto architettonico, le lesene, le lastre, le specchiature di marmi e tutte le figure pronte a stringersi intorno alla Vergine, santi e angeli – che danno il senso della presenza divina - , e poi il potere, il potere terreno….Quindi il maestro storico di Raffaello è Perugino; l’antemaestro, essendo anche maestro di Perugino, è Piero della Francesca, che è un maestro di pensiero e che dà a Raffaello una visione del mondo”.

Nella bottega del Perugino, Raffaello dipinge e disegna di tutto. Spesso ritrae i suoi compagni.

Ritratti da cui attingerà in seguito per realizzare le figure dei suoi dipinti più famosi, nei quali si riconoscono altre personalità contemporanee di spicco, come il Bramante nelle vesti di Pitagora nella Scuola di Atene.

E’ un metodo di lavoro che mostra la cura nell’analizzare a fondo ogni possibile aspetto del soggetto da ritrarre e, nello stesso tempo, esaltare l’armonia, la natura, l’equilibrio.

Dal Perugino apprende il gusto per i colori vivaci, che però renderà ancora più accesi e penetranti. Con la maturità e l’esplodere dell’“ineffabile spirito di armonia che Raffaello imprime ai suoi capolavori”, in una sorta di contrappasso, la stessa bottega del Perigino si “raffaellizza”.

Il linguaggio del giovane genio si impone.

La contaminazione tra il maestro e l’allievo diventa un fatto compiuto. Vittorio Sgarbi, con dovizia di particolari e abilità descrittiva, ci offre uno spaccato suggestivo delle opere di quel periodo.

Le parole del Vasari soccorrono a rendere il racconto storico ancor più attraente e coinvolgente. Il critico ci conduce lungo tutto il percorso artistico del genio urbinate e ce lo fa rivivere nelle sue assonanze con i grandi maestri dell’epoca e nelle sue particolarità inimitabili per la straordinaria novazione di ogni sua nuova rappresentazione.

Quella capacità di innovare nella ripetizione delle figurazioni e di rendere sempre capolavoro la trama che scaturisce dal suo pennello.

Le pagine del volume, ben curato da Vittorio Sgarbi anche nella scelta delle illustrazioni delle opere più famose, non solo di Raffaello, ma dei tanti artisti richiamati nel libro, offrono al lettore la possibilità di immergersi nelle tele e nella vita di Raffaello, catturando l’attenzione su particolari del cui valore allo sguardo superficiale spesso sfugge il significato.

La presenza dell’artista a Firenze, il suo approdo a Roma, in Vaticano, attratto dal mecenatismo di Giulio II della Rovere che chiama a sè i maggiori artisti del periodo, tra cui Michelangelo e Andrea Santovino nel 1505 e nel 1508 Raffaello, sono esposti con il taglio di un romanzo e il gusto certosino dell’amante dell’arte cui non sfugge alcun particolare. Ma che nei particolari riesce a rendere la grandezza del genio.

Al contrario di Michelangelo, notoriamente burbero e solitario, Raffaello è ben introdotto nel bel mondo romano. Non disdegna la compagnia femminile.

Anzi, fioriscono molte ipotesi sull’identità delle sue amanti, una delle quali sarebbe stata individuata nella dama a seno scoperto conosciuta come la Fornarina. Certo è che Raffaello, nella sua poliedricità speculativa, coltiva anche altri interessi.

Per esempio sollecita Leone X a interrompere il saccheggio delle rovine romane sollecitandone la catalogazione. Vittorio Sgarbi riporta interamente la lettera a Leone X, scritta da Baldassarre Castiglione ma ispirata da Raffaello, anche se molti ritengono che sia stata scritta dall’artista in persona, sia pure sulla base delle discussioni e dei progetti elaborati con il Castiglione.

“Quel che è importante sottolineare – annota Sgarbi – più che la paternità della lettera è l’amore per l’archeologia di Raffaello, che ha un significato altissimo….E’ questo il segno del Rinascimento, che indica la rinascita, su quelle fondamenta, di un mondo che è stato, e che Raffaello e Baldassarre, esortano Leone X a salvare, con parole tanto accorate.

E’ da queste premesse che viene l’affresco più importante del Rinascimento, la Scuola di Atene, trionfo di un sapere che passa dal mondo antico al mondo moderno, da Platone a Leonardo. Raffaello nel Cinquecento riproduce il sentimento di Petrarca nel Tecento, un pensiero che corre costante nei grandi spiriti, e stabilisce una storia sincronica, in cui convivono i pensieri degli antichi e dei moderni”.

E’ quel che rende l’arte di Raffaello universale e immortale. Sgarbi ci parla del rapporto di Raffaello con tanti altri artisti venuti dopo di lui.

Fino ai giorni nostri. Illuminante il rapporto con Raffaello di Salvator Dalì. Un rapporto “originale, anche quando sembra allontanarsene”.

Dalì, scrive Sgarbi, la chiamava la “battaglia di Raffaello”: “Dalla Rivoluzione francese si è sviluppata la viziosa, aberrante tendenza a pensare che i geni (a parte la loro opera) siano esseri umani più o meno simili, in tutto, al resto dei comuni mortali. Ciò è falso.

E se ciò è falso per me che sono, nella nostra epoca, il genio della spiritualità più vasta, un vero genio moderno, è ancor più falso per i geni che incarnarono l’apogeo del Rinascimento, come Raffaello, genio quasi divino”.

Raffaello, Dio mortale, non muore. Vittorio Sgarbi ce ne offre la testimonianza più viva e raffinata. Un libro da non perdere.

Da custodire come gemma preziosa.



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