• Silvano Moffa

Referendum Giustizia, una firma per cambiare

Una decina di anni fa, Luciano Violante dedicò ai Magistrati un libro che iniziava con una frase di Sir Francis Bacon, scritta quattro secoli prima, a proposito del rapporto tra giudici e politica: “I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono”. Il trono ambisce a schiacciare i leoni. I leoni manifestano una certa propensione a sedersi sul trono.

Ancora oggi il rapporto fra il trono e i leoni, fra i politici e i magistrati, continua ad essere una questione centrale nelle moderne democrazie. Lo è ancor più nella nostra. Dai tempi di Mani Pulite, al netto della sacrosanta lotta alla dilagante corruzione di cui era impastato il sistema politico, abbiamo assistito ad una sorta di rovesciamento delle parti. Con la Politica che ha faticato – e fatica ancora – a scrollarsi di dosso quella patina di subalternità e condizionamento nei confronti del potere giudiziario, dettato perlopiù dal timore di vedersi troncare le gambe ogni qual volta si abbozzi un pur pallido tentativo di riforma. E l’Ordine giudiziario – si badi: Ordine, secondo il dettato costituzionale, non Potere - che man mano ha soppiantato la politica, riducendone il campo di azione.

Le radici del fenomeno sono molte. La perdita di credibilità della politica, come principale luogo di tutela e affermazione dell’interesse generale, e l’appannarsi di principi morali capaci di dare ordine alla vita civile hanno lasciato campo libero al diritto, all’economia, alla finanza, alla tecnologia. Con il risultato che queste ultime “categorie” dettano autonomamente regole e modalità di comportamento.

L’estensione del diritto ha a che fare con questo stravolgimento. Ma un maggior numero di leggi non significa maggiore giustizia. E’ vero il contrario.

Quanto più articolata e spessa è la rete normativa, tanto più aumentano i conflitti, i litigi, le interpretazioni. Lo squilibrio tra Potere e Funzioni, inevitabilmente, crea disordine. Nel disordine, ogni certezza del diritto va a rotoli.

Se poi avviene quel che ha denunciato l’ex magistrato Luca Palamara nel libro scritto con Alessandro Sallusti sul vergognoso mercimonio delle carriere dei giudici e sulla lottizzazione correntizia delle Procure e dei Tribunali adottata dal Csm, ossia dal supremo organo di autogoverno della magistratura; se a Milano la guerra in Procura sconfina nella faida tra giudici che non si fidano l’uno dell’altro e danno in pasto alla stampa e a un consigliere del Csm le clamorose rivelazioni di un noto e discusso avvocato sull’esistenza di una loggia massonica frequentata da autorevoli magistrati e pezzi grossi della società dove si decidevano addirittura promozioni e destinazioni dei magistrati, forse all’insaputa dello stesso Csm; se si scopre che in quelle stesse stanze ovattate, frequentate da togati si architetta l’occultamento di prove a discarico di imputati nel processo Eni; se questa mucillagine vischiosa imperversa fino a coprire la pur generosa e sofferta attività di tanti giudici galantuomini ed onesti che operano in silenzio fuori dagli schemi corruttivi e dalle consorterie, quale idea può farsi della giustizia il cittadino comune?

E’ facile intuirlo. Risulta persino sorprendente che, nonostante tutto, ci sia ancora un 39 % di cittadini che crede nella magistratura.

Prima che si assottigli ulteriormente questo margine (fino a non molto tempo fa oltre il 68 % degli italiani mostrava fiducia nelle toghe) bisogna correre ai ripari. E qui veniamo al punto.

In un Paese serio, con un Parlamento autorevole e capace, la Riforma della giustizia sarebbe stata già fatta e metabolizzata da un pezzo.

Da più di venti anni, invece, a parte qualche mezza riformetta, non si è riuscito a far nulla che ristabilisse un effettivo equilibrio tra Politica e Magistratura, niente che preservasse l’ordinamento giudiziario dalle indecenze che ne hanno intaccato l’onore e lo tenesse al riparo da quella forma sistemica e corruttiva che ne ha terribilmente incrinato la credibilità.

D’altronde, chi ha provato a cambiare le cose si è visto rinviare al mittente ogni ipotesi di riforma da parte dell’Associazione Nazionale dei magistrati, ossia dal sindacato di categoria, quando non ci ha addirittura rimesso le penne.

Ricordiamo per tutti il caso eclatante di Clemente Mastella, ministro della Giustizia del governo Prodi, infilzato da un avviso di garanzia fatto recapitare alla moglie, mentre si apprestava ad illustrare alla Camera il progetto di riforma; consorte, a distanza di anni, assolta per non aver commesso il fatto. E ancor prima, l’avviso di garanzia consegnato al capo del governo Silvio Berlusconi dalla Procura di Milano mentre era impegnato a Napoli in un vertice europeo.

Ora il governo Draghi, per il tramite del ministro Marta Cartabia, persona autorevole e preparata, è stata anche presidente della Consulta, sta cercando di porre riparo alle tante storture della macchina giudiziaria. Dai primi segnali che arrivano dalla proposta al vaglio delle Camere e dalle prime reazioni dei partiti il rischio che, alla fine, ci si accontenti di mettere qualche toppa qua e là è molto concreto.

Sarebbe segno di fallimento.

Una enorme delusione. Che fare allora per evitare l’ennesimo flop? Semplice.

Correre a firmare il referendum indetto dai radicali e dalla Lega, cui hanno aderito anche Forza Italia, Fratelli d’Italia, parte dello stesso Pd e altri partiti minori.

Il referendum non risolve tutto, è ovvio.

Ma almeno mette nelle mani dei cittadini la possibilità di modificare alcuni cardini dell’ordinamento, restituendo onore, dignità, trasparente funzionalità agli operatori e, nello stesso tempo, offrendo ai cittadini le garanzie che ora mancano. Passiamo in rassegna i quesiti sottoposti a referendum popolare.

Partiamo dalla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti.

La separazione accrescerebbe l’autonomia dei secondi, liberandoli da ogni forma di condizionamento dei Pm. Ora i magistrati inquirenti, per accedere ai livelli più alti, debbono contare sul voto dei Pm. Una vera incongruenza.

Un secondo quesito cerca di arginare il fenomeno del correntismo, abrogando il comma della legge del 1958 che organizza l’elezione dei membri togati del Csm in base a “liste di magistrati presentatori”. Grazie a quel comma il correntismo è dilagato, imbrigliando la magistratura in quello che l’ex presidente della Anm Palamara ha definito Sistema. Il terzo quesito non è una novità: riguarda la responsabilità civile dei magistrati.

Nel 1987 l’analogo referendum promosso da Pannella sull’onda del caso Tortora fu approvato dall’80,3% degli italiani. Ma poi fu tradito dal legislatore che varò una legge talmente contorta da inficiarne significato e portata.

Così il giudice non paga mai per i suoi errori, anche se ha commesso un’ingiustizia per dolo o colpa grave.

Altro quesito importante riguarda la Legge Severino, di cui si chiede l’abrogazione.

Varata nel 2011, la legge Severino impedisce di ricoprire incarichi di governo e di parlamentare a chi è stato condannato.

Applicata in via retroattiva, è la legge che ha fatto decadere dal Senato Silvio Berlusconi.

Sulla retroattività i dubbi di costituzionalità sono tutt’altro che infondati.

Un altro quesito referendario mira a limitare la custodia cautelare ai reati più gravi.

Oggi in Italia il 35,6% dei detenuti è in attesa di giudizio, contro una media europea del 23.

Infine, l’ultimo quesito modifica la composizione dei Csm territoriali, attualmente sbilanciati nel numero e nei poteri conferiti a vantaggio della rappresentanza dei giudici e a scapito di quella degli avvocati e dei docenti.

Non si tratta di aspetti marginali, bensì di organismi che intervengono sul ruolo dei procedimenti civili e penali, esprimono giudizi sugli uffici direttivi, che poi passano al vaglio del Csm che procede a nomine e promozioni, e decidono sugli incarichi extragiudiziari.

Lo ripetiamo: i referendum non risolvono tutti i problemi.

Ma da qualche parte bisogna pure cominciare.

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