• Roberto Felici

Richard Rogers e la magia dei colori

Nato a Firenze da una famiglia ebraica, anglo-italiana e presto trasferito in Inghilterra, dove in seguito si formò alla Architectural Association School of Architure di Londra prima di laurearsi con un master presso la Yale University negli Stati Uniti, Rogers è stato uno degli architetti più dotati del suo periodo che ha saputo giocare con la tecnologia ed è stato grande amante del colore.

Parigi, il Centro Pompidou

Fra le principali opere, vanno ricordate la sede dei LLOYDS a Londra (il Lloyd's Insurance Building), gli aeroporti di Marsiglia e di Madrid, il Terminal Five di Heathrow, il Palazzo di Giustizia di Bordeaux e quello di Anversa, il Millenium Dome, e con Renzo Piano, il Centre Pompidou a Parigi, noto anche come Beaubourg.

Dopo gli studi si avvicinò alla cultura POP.

Amava, e ne era fanatico, le camicie verde acido e rosa shocking.

Alla facoltà di Yale, Rogers conobbe Paul Rudolph, noto architetto americano, e anche uno studente inglese, Norman Foster. Insieme andarono a studiare le architetture di Louis Kahn e Frank Lloyd Wright, che saranno riferimenti nei loro futuri progetti.

Rogers e Foster, insieme ad altri, fondarono il Team 4 e progettarono edifici definiti “HIGH TECH”. Rogers non amava questa definizione e ripeteva spesso “anche la cupola del Brunelleschi era high tech!”.

L’architettura di Rogers esaltava le strutture, non le nascondeva mai, anzi Rogers amava esibirle sempre con grande entusiasmo, rendendole riconoscibili nella loro trasparenza e spettacolarità.

Dopo diversi conflitti con Foster, Rogers si avvicinò a Renzo Piano, con il quale vinse il concorso per il Beaubourg nel 1971; non ancora quarantenni, i due diventarono i bad boys dell’architettura internazionale, per un “edificio-macchina” neofuturista al centro di Parigi, con gli impianti a vista e vivacemente colorati - come le loro camicie.

All’inaugurazione del 1977, Roberto Rossellini consigliò ai due architetti di non guardare gli edifici ma di guardare gli occhi della gente che guardava gli edifici.

“Una volta sotto la pioggia dissi a una turista che l’avevo disegnato io, e mi prese ad ombrellate” raccontò Rogers.

Negli anni ‘80 e ‘90 Rogers si impegnò moltissimo per migliorare lo spazio pubblico di Londra con una grande battaglia per la pedonalizzazione di Trafalgar Square, ma si impegnò anche per il recupero del waterfront sul Tamigi.

Rogers deteneva il titolo di barone, insieme a un cavalierato e una signoria, ed è stato anche consigliere del primo ministro laburista Tony Blair, che lo scelse come guida della Urban task force sullo stato e sul futuro della città inglese, con enorme conflitto con il Principe Carlo, infaticabile nemico dell’architettura moderna.

Proprio sul Tamigi nella parte recuperata la seconda moglie di Rogers, Ruth, ha aperto il River Cafè luogo d’eccellenza per la cucina italiana, rinnovata ogni anno con lunghi soggiorni estivi a Pienza.

La grande lezione di Rogers è che il colore può contribuire a rendere migliore il mondo e che il cambiamento è fondamentale; per Rogers l’architettura si fonda su bisogni che cambiano di continuo e quindi gli edifici vanno costruiti in modo che sappiano rispondere al cambiamento.

Rogers ha fatto dell’architettura una sfida sociale, urbana e ambientale; vincitore dei più importanti riconoscimenti a livello mondiale, fra i quali il Pritzker Architecture Prize nel 2007, Rogers ha lavorato sempre pensando alla città come uno spazio pubblico dove le persone sono protagoniste principali e gli edifici rappresentano le quinte sullo sfondo delle quali si svolge la loro vita.

“Le città sono un palcoscenico in cui le persone si esibiscono e gli edifici sono i set che incorniciano la performance. Un posto per tutti” , una dichiarazione molto importante che rende la sua lezione veramente attuale e significativa, ancora oggi e per il futuro.


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