• Silvano Moffa

Riprendiamo il nostro tempo

Un anno fa, aprivamo il giornale con il titolo “Addio Annus Horribilis”.

Ci lasciavamo alle spalle dodici mesi di lutti, angosce, tormenti, inquietudini.

Il Covid, con la sua micidiale forza espansiva e distruttiva, aveva fatto saltare ogni certezza.

Non solo, come è ovvio, la certezza sanitaria.

Con la salute collettiva resa fragile e privata di schermi protettivi da una pandemia che sembrava inarrestabile. Ma anche certezze sul piano sociale, nella sfera dei rapporti, delle relazioni e della stessa dimensione affettiva. Su di noi, sulla intera umanità, esposta all’insidioso e mortale virus proveniente dalla Cina, si era abbattuta una enorme apocalisse.

A rendere il quadro ancor più tragico interveniva poi l’incognita di un futuro impercettibile nelle sue dimensioni e nel suo sviluppo. L’unica speranza che, in qualche modo, ci aiutava a non deprimerci del tutto era che uomini di Stato e di governo, scienziati di tutto il mondo avevano deciso di investire nel vaccino, sfidando tempi e pregiudizi.

Ecco, quella speranza ora, a distanza di un anno, si è tramutata in un dato concreto.

Il vaccino, oltre a depotenziare il virus, ha reso possibile un graduale e concreto ritorno alla vita di prima, alle abitudini, al lavoro, alle frequentazioni, a quello stile di vita che avevamo dovuto abbandonare chiusi fra quattro mura di casa.

Certo, non tutto è passato, come sappiamo. La quarta ondata, la terza dose di richiamo, i no-vax, le cure ancora in fase sperimentali sono fattori che inducono alla prudenza.

La pandemia, per sua natura, non scompare dalla sera alla mattina.

Nella storia dell’umanità, le pandemie che hanno infettato intere popolazioni, per la loro portata distruttiva, hanno cambiato o influenzato in modo decisivo il corso della storia.

Quando l’impero bizantino si trovava all’apice del suo splendore, un’epidemia di peste oscurò il potere dell’imperatore Giustiniano.

Alla fine dell’epidemia Costantinopoli, la capitale imperiale, aveva perso quasi il 40% della sua popolazione e in tutto l’Impero avevano perso la vita 4 milioni di persone. Le conseguenze economiche furono catastrofiche. Il numero dei morti superava quello dei vivi. Secondo alcuni studiosi quella fase segnò il declino dell’Impero bizantino e la demarcazione fra il tramonto dell’Antichità e la nascita del Medioevo.

Nel XIV secolo l’umanità fu sconvolta dalla peste nera, una delle più grandi pandemie della storia.

I numeri che ha lasciato dietro di sé la devastante infezione trasportata dai ratti sono sconvolgenti. Si stima che la sola penisola iberica perse circa il 60-65% della popolazione e la Toscana fra il 50 e il 60%.

La popolazione europea passò da 80 a 30 milioni di persone.

Stesso discorso vale per il vaiolo, l’influenza spagnola (50 milioni di vittime nel mondo), l’asiatica, l’HIV, i cui primi casi sono apparsi nel 1981 e le cui conseguenze, fino ad oggi, sono state devastanti: secondo alcune stime pare che abbia causato circa 25 milioni di morti in tutto il mondo.

Secondo i dati della Johns Hopkins University, uno tra i più autorevoli istituti che stanno seguendo l’andamento planetario del Coronavirus, nei cinque continenti si sono superati i cinque milioni di decessi, mentre l’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, non esclude che il bilancio possa essere anche due o tre volte più alto.

I numeri, questi numeri, debbono farci riflettere. Soprattutto debbono farci capire che la lotta al virus non può essere ancora archiviata.

Dobbiamo continuare a lottare. Impegnandoci per noi e per gli altri.

E se la scienza è riuscita, in un tempo ragionevolmente breve, a fornirci un vaccino, dobbiamo esserne lieti. Per noi stessi, per i nostri figli e per l’intera umanità.

Non ci lasciamo trascinare nelle polemiche sui no-vax e neppure sul diritto individuale di scegliere se vaccinarsi o meno. Alcune tesi ci sembrano talmente astruse da apparire persino folli. Rispettiamo, come sempre, le opinioni altrui.

Al contempo, pretendiamo rispetto verso chi ha deciso, pur con le preoccupazioni e le perplessità del caso, di farsi iniettare il vaccino. Punto.

Detto questo, ci pare evidente che stiamo imboccando, pur con fatica e fra tante complicazioni, la strada della ripresa. In tutti i campi, compreso quello economico dove, in verità, eravamo messi male ancor prima che la pandemia si manifestasse.

Le previsioni di crescita del Pil, la ripresa delle esportazioni e le azioni che dovrebbero scaturire dal Pnrr, frutto, anche qui, di una radicale inversione delle politiche europee fin troppo ancorate in passato ai parametri di Maastricht e al contenimento del debito, fanno ben sperare su una ripresa dell’Eurozona. E, per quanto ci riguarda, sul rilancio della nostra industria manifatturiera e dei settori che dalla crisi hanno subito i più forti contraccolpi.

Ancora non sono del tutto chiare le linee verso cui si indirizzeranno le risorse più copiose.

Ad essere più precisi, le grandi linee “strategiche” sono definite. Corrispondono agli assi individuati dalla Next Generation Ue. E fin qui ci siamo.

Dove invece gli elementi di chiarezza appaiono sfumati e non perfettamente leggibili è nelle garanzie e nelle modalità di spesa, oltre che nella robustezza dei progetti da considerare degni di finanziamento in quanto capaci di realizzare uno sviluppo duraturo.

Per non dire un più solido modello di sviluppo, una idea diversa di capitalismo e di welfare.

Questa è la grande, possente sfida cui tutti, dico tutti, forze politiche e sociali, cittadini, uomini e donne, dovranno avere il coraggio di affrontare superando antiche ritrosie e abbattendo le resistenze di chi immagina il presente come la fotografia del passato.

Quel passato, ormai, dobbiamo metterlo alle spalle. Volenti o nolenti.

La dolorosa stagione che abbiamo attraversato, e dalla quale non siamo ancora completamente usciti, ci ha fatto capire che nulla è scontato nella storia dell’uomo.

Che gli imprevisti, nella loro tragicità, sono sempre dietro l’angolo. E che nulla vale a difenderci più della consapevolezza di non essere lasciati soli e di confidare nella ricerca scientifica.

Solitudine e Ricerca. Due elementi che abbiamo fortemente trascurato negli anni addietro.

La solitudine, degli anziani come dei giovani, dei poveri come degli esculi, degli emarginati.

Ma anche le nuove solitudini indotte dai social e da una tecnologia talmente pervasiva da occupare spazi di vita e di socialità. Ingredienti, questi ultimi, essenziali per non ridurre il pensiero ad un gioco di asterischi e di parole monche.

Non interpretate, cari lettori, la nostra come una digressione moralistica, una tirata antiprogressista. Anche se sul progresso ci sarebbe molto da dire, come pure sulla morale. Tutto si tiene.

Soprattutto, non c’è più tempo da perdere. Durante il picco pandemico abbiamo assaporato le dimensioni del Tempo, scoprendone diverse accezioni: tempo sospeso, dilatato, ritrovato.

Abbiamo capito quanto sia difficile afferrarlo.

Ma non abbiamo altra scelta.



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