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Risposte a una domanda di futuro

Il crollo della partecipazione elettorale nelle ultime elezioni regionali in Lombardia e nel Lazio è tema sul quale bisogna riflettere. Non basta prenderne atto, denunciandone la cronicità.

Né è sufficiente misurarne la portata ogni qual volta siamo chiamati alle urne, sia si tratti di elezioni politiche oppure di elezioni amministrative.


Il dato numerico, fortemente in ascesa negli ultimi anni, va analizzato e ponderato, sviscerato in ogni sua parte e componente. Ma quel che non deve sfuggire ad una indagine attenta è la dimensione sociale del fenomeno, la sua ormai persistente e vasta presenza nel tessuto civile e popolare, il suo diffondersi in gran parte delle democrazie occidentali, sintomo di una crisi ben più profonda di quanto potessimo immaginare.

Le cause di questa crisi sono per lo più evidenti.

Il costituzionalista Sabino Cassese ne ha recentemente riassunto i contorni: una volta l’elettorato era stabile e ancorato alle idee-forti dei partiti, ora è fluido e volatile e prende le decisioni di voto all’ultimo momento, se decide di recarsi al seggio elettorale. Una volta i partiti erano organizzazioni complesse, vivevano e prosperavano di luce propria, erano agenzie di senso, luoghi di confronto e di elaborazione di tesi, idee, progetti.

Formavano opinione, non la subivano. Promuovevano indirizzi e linee programmatiche.

Ora sono prigionieri della personalizzazione, chiusi nel tempio delle ridotte oligarchie di potere.

La stessa lotta politica si svolgeva su i grandi temi delle riforme che hanno cambiato e modernizzato il Paese.

Il terreno del confronto era, perciò, alimentato da culture e visioni contrapposte, spesso dialoganti, come sempre avviene quando si alza il livello.

Ora la lotta politica è ridotta ai messaggi estemporanei di un Tweet e il clima che si respira è di opacità intellettuale, di afasia, di mancanza di cultura programmatica.

La individuazione dei candidati e la formazione delle classi dirigenti seguono ormai circuiti che nulla hanno a vedere con la dura selezione che avveniva nei partiti di una volta, dove contava l’esperienza, la militanza, la partecipazione attiva alla politica, e l’adesione alle correnti interne era dettata dalla condivisione di tesi e programmi e non dall’interessato vassallaggio nei confronti del capo-bastone di turno per rendere agevole la salita.

Intendiamoci, non tutto era oro luccicante nel tempo che fu. La degenerazione della democrazia in partitocrazia, il correntismo eretto a sistema di potere, il crollo delle ideologie sono soltanto alcune delle cause che hanno portato alla crisi di quei modelli. Ma al peggio non c’è mai fine. Così, nel vuoto dei partiti e in mancanza di riforme adeguate che ne salvaguardassero la funzione, pur modificandone le forme, siamo arrivati ai cartelli elettorali, alla stagione dell’antipolitica, al ciclo degenerativo della politica, alla sua delegittimazione e, di conseguenza, alla sua perdita di mordente e di consenso.

Questa crisi ha finito con il coinvolgere e modificare i rapporti con la società e con lo Stato. La società si è frammentata, disunita, disarticolata. Ha perso fiducia e coesione. Si sono affermati egoismi e individualismi. Si sono sbiaditi il senso di comunità e di appartenenza. Sul lato dello Stato, il Parlamento si è visto soffiare il potere più importante, quello legislativo, riducendosi a mero organo di ratifica dei decreti del Governo.

Con l’aggravante che Camera e Senato, pur di marcare la loro influenza, non fanno altro che appesantire i decreti dell’Esecutivo con una miriade di norme amministrative che rendono ancor più confusa la legislazione, complicando vieppiù la vita dei cittadini. Nello sfarinamento dei poteri e nella confusione di ruoli risiede gran parte della inefficienza dello Stato, percepita ormai come un dato ineluttabile.

Ciò vale per il rapporto tra Governo e Parlamento, come tra politica e burocrazia, tra politica e magistratura, tra politica e società.

Nel clima di generale disorientamento che si respira non sorprende l’aumento della disaffezione politica. Una disaffezione che minaccia la stessa democrazia e la tenuta dei governi nazionali.

Per andare più a fondo nell’analisi occorre guardare anche quel che si muove fuori dal nostro contesto, nelle altre democrazie occidentali.

Qui il tema della disaffezione politica, della sfiducia verso i governi e dell’allontanamento dall’impegno politico dei cittadini non è meno grave.

Un sondaggio Gallup condotto nel 2018 nei paesi dell’OCSE ha riscontrato che “soltanto il 45 per cento dei cittadini ha fiducia nel proprio governo”. Il Barometro della fiducia Edelman è ancora più inquietante. Dalla sua ricerca del 2020, condotta in 28 paesi, emerge che il 66 per cento dei cittadini non ha fiducia nel proprio attuale governo. Si pensi che negli Stati Uniti, nel 1958, quando la seconda rivoluzione industriale era al culmine, in uno studio sulle elezioni nazionali il 73 per cento degli americani affermava di potersi fidare del governo.

Nel 2001, soltanto il 31 per cento degli americani diceva la stessa cosa. Nel primo ventennio del terzo millennio il dato non è migliorato affatto.

Probabilmente non sbaglia il sociologo e studioso di economia politica William Davies a mettere l’accento sui “modi radicali in cui sta cambiando la natura della fiducia”. L’influenza dei social media in genere e, soprattutto, il ruolo di quelli non soggetti a controllo né a regolamentazione che diffondono disinformazione, stanno modificando la natura della fiducia, indebolendo la stessa democrazia rappresentativa.

E’ opinione sempre più diffusa che le attuali strutture democratiche e di governance non riescano più ad assolvere il loro compito. Vuoto politico e vuoto di rappresentanza.

La crisi della rappresentanza scaturisce anche da altre cause come la scarsa qualità dei rappresentanti (eletti), legata alla mancanza di una seria selezione delle competenze, al vizio originario della stretta dipendenza dai capi- partito cui è ancorata la loro elezione e, soprattutto, da una offerta politica che non riesce ad intercettare la domanda di futuro della gente. Insomma, i partiti, o meglio quel che ne resta, sopravvivono nel quotidiano e non si interrogano più sul futuro, sui grandi cambiamenti in atto, sulle forze che stanno modificando la nostra stessa esistenza, sulla vulnerabilità della Terra, la crisi del capitalismo globalizzante, il restringimento delle libertà, le trasformazioni nel campo della geopolitica e della geoeconomia, l’aumento delle diseguaglianze e delle povertà in un mondo sempre più interconnesso, ma sempre meno socializzante. Dove le solitudini, specie degli anziani, crescono e i giovani non trovano spazi per alimentare i propri sogni.

Viviamo, insomma, nell’ansia di futuro, ma non riusciamo a offrire una direzione. Piangersi addosso, però, non serve a nulla. La storia ci insegna che ogni qual volta l’uomo si è trovato ad affrontare sfide epocali è riuscito a trovare il modo di riscattarsi e di risalire la china. Lo ha fatto in passato, perché non dovrebbe farlo ora?

Vale per le grandi sfide come quella del contrasto dei virus, del calo demografico, dell’esplosione delle imponenti trasmigrazioni dal sud del mondo e dalle zone martoriate dalle guerre, del riscaldamento del pianeta e i conseguenti cambiamenti climatici, della scarsità dell’acqua, della penuria di cibo in una fetta imponente di popolazione della Terra.

Vale anche per i modelli di governance che dobbiamo ripensare per garantire risposte efficaci alle domande e ai bisogni della gente. In tal senso dovremmo aver riguardo nel cercare un livello orizzontale di partecipazione diffusa alle decisioni e alle scelte dei governanti. Dovremmo tornare a nutrirci di ascolto.

Oggi, dopo decenni di democrazia rappresentativa in Italia e secoli di democrazia rappresentativa nel mondo occidentale, in tutti i paesi i cittadini si stanno stancando.

Sono convinti che i propri interessi e le proprie preoccupazioni vengano ignorati o tenuti in second’ordine. Come pure le loro aspirazioni.

Invertire il processo è possibile.

A condizione che il corpo della politica ripensi sé stessa, si strutturi verso una governance partecipativa attiva.

Nei quartieri, nei comuni, nelle regioni. Ovunque si avverta il peso di una comunità che va mobilitata per affrontare le enormi sfide che abbiamo di fronte. Da sola, la politica non può farcela.



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