• Fermina Tardiola

SE LA SCUOLA NON E' PIU' UN DIRITTO

Non solo la sanità, come si scriveva nello scorso numero, ha mostrato le sue crepe allo scoppio della pandemia.

L’altro settore pubblico in cui le riforme e le controriforme - in una parola, i risparmi incondizionati - del passato hanno creato la condizione perché i problemi si concentrassero ed esplodessero è la scuola.

Di scuola possono parlare tutti, in virtù della semplice constatazione che tutti, più o meno, sono passati da lì. Per la scuola prendono decisioni esperti e tecnici che poco hanno bazzicato aule, consigli di classe, collegi docenti. Sulla scuola si passa con un rullo compressore perché non produce direttamente Pil ed è formata da personale avvezzo ormai ai tagli da decenni.

Questo è il punto: l’istituzione scolastica non è una monade ma è al centro di un sistema, fatto di relazioni professionali e familiari, di mezzi di trasporto, di servizi connessi tra loro. La retorica vittimistica della scuola maltrattata non ci piace, ancor meno gli alti lai contro la Dad, necessaria e preziosa laddove - si pensi alle superiori - gli studenti sono stati lasciati a casa. Ci piace invece fare alcune considerazioni generali, utili a illuminare passaggi significativi.

A scuola vanno a piedi gli studenti che hanno l’edificio dietro casa: tutti gli altri prendono l’autobus, la navetta, o vengono accompagnati. La riduzione della presenza in classe (al 75 o al 50) ha portato ad una riduzione delle corse e, relativamente agli istituti ubicati in alcune zone della provincia di Roma, alla soppressione delle stesse. Un cortocircuito, sul piano logico; una conseguenza inevitabile, sul piano economico. Il coronavirus, allora, ha solo reso evidente una realtà che tutti gli studenti che si ammassano sugli autobus conoscono bene: le corse sono poche, alcune zone sono più in sofferenza di altre, la razionalizzazione la paga l’utenza. Il rientro a scuola, per le superiori, è ruotato proprio intorno al problema dei mezzi di trasporto e al divieto di assembramento; molte scuole erano pronte per la riapertura, dopo un costante lavoro di adeguamento e ricezione di linee guida e normativa.

Altro aspetto: le classi pollaio. Detestabile definizione delle classi numerose, a cui è sottesa una concezione, se non altro linguistica, irrispettosa di quanti in quelle classi vivono. C’erano prima, c’erano da tempo, figlie di una visione finto-aziendalista della scuola e dei tagli costanti. Non è un caso che chi oggi chiede vaccini prioritari per le regioni che producono di più, in passato abbia accorpato istituti, aumentato il numero di alunni per classi, cancellato ore di insegnamento. Anche qui, il virus indica che l’imperatore è nudo e che, anzi, è pure mezzo morto di freddo.

Inoltre - si intrecciano allora le due questioni, sanitaria e scolastica - non è stato previsto, per il rientro che, mentre il giornale è in chiusura, è in atto da alcuni giorni, nessun tracciamento serio nelle scuole, nessun tampone o test rapido da fare periodicamente a studenti e docenti.

Da ultimo, le proteste degli studenti al rientro si sono caratterizzate per la contraddittorietà e per gli obiettivi completamente divergenti: a leggere i comunicati dei diversi movimenti, si nota una gran confusione sotto il cielo e si sospetta, ma siamo qui nel campo delle ipotesi, una certa strumentalizzazione.

Naturalmente l’affaire scolastico è ben più ampio, e pone sul tavolo questioni rilevanti, cha vanno dalla reale autonomia scolastica al ruolo delle Regioni, dalle riforme catastrofiche del passato a quelle urgenti per il futuro (un nuovo e snello testo unico, la revisione dell’accesso ai ruoli, la riduzione del divario tra scuole e così via); ma in questa ampiezza, su cui incidono criticità che vengono da lontano, e che l’attuale governo sta cominciando ad affrontare, non si può dimenticare che la scuola, prima ancora di essere un servizio, è un diritto e che, come tale, va difeso e mai dato per scontato, a partire dal ragazzo che la mattina sale sull’autobus, infreddolito e ancora addormentato, ma con un futuro da costruire con dignità.

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