• Chiara Tarquini

Social housing e cohousing, due nuovi modi di abitare

Abitare è un diritto; casa è identità, desiderio, legame affettivo. Non a caso gli inglesi utilizzano due termini per dire “casa”: “house” per indicare la struttura fisica, e “home” per richiamare alla mente i ricordi legati ad essa, i legami, gli affetti.

Ogni casa è diversa, poiché è espressione della propria personalità. Negli ultimi tempi, è risaputo, le case hanno anche quel quid in più, sono cioè costruite secondo criteri sostenibili.

Non tutti sanno, però, che esistono due ulteriori modalità dell’abitare che ad oggi non sono ancora molto conosciute essendo delle forme di abitazione sperimentali, e parliamo di social #housing e di #cohousing.

Nel primo caso si tratta di abitazioni sostenibili, a costi calmierati, che soddisfano bisogni di categorie abbastanza svantaggiate come ad esempio studenti, giovani all’inizio della propria carriera lavorativa, e non si tratta di case popolari.

La novità, infatti, è che le case possono essere costruite (insieme a chi va ad abitarvi, secondo i propri gusti personali), oppure si possono ottenere riqualificando degli edifici. La missione è quella di garantire l’accesso agli alloggi a tutte le categorie sociali. I destinatari sono giovani coppie, nuclei familiari a basso reddito, anziani, studenti fuorisede e nuovi lavoratori.

Mentre il cohousing significa “abitare insieme”, e consiste nel condividere con delle persone (degli sconosciuti che vengono selezionati preventivamente) solo alcuni spazi della casa, come la cucina, la zona lavanderia, il salotto, ma non le camere da letto. Nasce dall’esigenza di vivere in comunità, dal desiderio di condivisione come antidoto all’individualismo tipico della nostra società.

Potremmo dire che si tratta di un antidoto alla solitudine. E’ un modo di abitare destinato a chiunque abbia voglia di vivere in compagnia di altre persone; è comodo per chi ha dei figli, che potrebbero essere supervisionati da adulti, ed è comodo per gli anziani soli.

Le regole sono quelle del buon vicinato e si basano sull’aiuto reciproco, riducendo anche i costi delle attività quotidiane e della complessità della vita.

E’ ovvio che bisogna prima di tutto fare un’analisi del contesto in cui si vive, si tratta di validi strumenti di riqualificazione, soprattutto delle periferie. Andiamo ad analizzare social housing e cohousing più da vicino, intervistando tre esperti del settore immobiliare: #MarcoSantambrogio, #DanielaCirillo e #PaoloMieli.

Cosa si intende per social housing e per cohousing?

Partiamo dalla definizione di social housing, e cioè di alloggio sociale, regolamentato dal DM Ddel 22 aprile 2008 e poi meglio specificato nei contenuti e nelle potenzialità dal DPCM 16/7/2009 e DPCM 10/7/2012.

Questo strumento è pensato per garantire, attraverso regole precise di assegnazione, alloggi adeguati a nuclei familiari che oggi, soprattutto nelle metropoli, non hanno un reddito così basso da poter ricorrere alle case popolari ma neanche cosi alto da potersi permettere un alloggio sul libero mercato.

L’edilizia sociale si fonda principalmente su alloggi costruiti o riqualificati attraverso contributi o finanziamenti pubblici e privati, per essere affittati con canoni di affitto convenzionato che risultano inferiori del 30%-40% rispetto al mercato libero. Anche i prezzi di vendita sono contenuti e mediamente più bassi, anche del 35%.

Il termine inglese cohousing che letteralmente significa 'coabitazione', 'abitazione collaborativa' o 'condominio solidale', si riferisce a esperienze abitative condivise dove coppie di giovani, famiglie con bambini, persone singole o anziani, vivono in complessi residenziali composti da alloggi privati e da ampi spazi comuni come cucine, zone lavanderia, laboratori didattici, sale per il gioco, spazi di coworking, aree verdi o addirittura con la presenza di servizi comunitari più strutturati quali asili nido, palestre e biblioteche.

I cohousers, oltre alla condivisione degli spazi comuni, sono chiamati a svolgere a turno servizi utili alla comunità costituita: dall’occuparsi dei bambini, degli animali domestici, alla spesa settimanale, dalla cura del verde alla manutenzione ordinaria degli edifici.

Quanto potrebbero essere utili nelle periferie?

L’housing sociale così come il cohousing, può diventare un valido strumento di gestione e riqualificazione delle periferie. Queste aree, in particolare per quanto riguarda gli insediamenti di edilizia residenziale pubblica, versano spesso in condizioni di forte degrado perché carenti di un'adeguata programmazione manutentiva, di una rete soddisfacente di servizi pubblici e necessiterebbero oggi di un’intensa attività di recupero edilizio. Attraverso un’attenta politica di investimenti nel settore residenziale sociale, sarebbe possibile riqualificare le periferie sia da un punto di vista urbano sia da un punto di vista edilizio, trasformando dei luoghi ghettizzati in esempi di architettura sostenibile e funzionale.

Per quale motivo ancora non sono molto conosciute queste tematiche?

E’ noto purtroppo come il sistema italiano dell’housing sociale, ma non solo, sia incentrato su una burocrazia difficile e sull’operato autonomo di diversi soggetti: pubblici (per la maggior parte), privati, no profit e low-profit. Il prodotto di questa eterogeneità di obiettivi, della mancanza di strategie comuni e di azioni coordinate, sono progetti spesso molto interessanti, ma che non rispondono all’interesse di investitori italiani e stranieri.

E’ comunque più diffuso al centro-nord per la maggior richiesta abitativa a cui dare una risposta. Ma anche per la storica attenzione e presenza di istituti bancari locali che in regioni come la Lombardia, il Veneto e il Piemonte hanno sostenuto questo programma con l’intento di fornire e attrarre capitali provenienti da privati disposti a investire su iniziative di impatto sociale e/o ambientale, con un ritorno economico inferiore e più a lungo periodo rispetto ad altre forme di investimento.

Quali sono i requisiti per accedervi?

È necessario fare innanzitutto una distinzione tra cohousing e social housing.

Il cohousing è una forma di aggregazione libera di persone tendenzialmente in grado di auto sostenersi, che pone l’accento sull’impatto sociale che queste forme abitative riescono ad attivare e a cui la Pubblica Amministrazione dovrebbe porre particolare attenzione poiché crea forme di mutuo sostegno e svolge attività utili alla collettività in senso ampio, offrendo occasioni di lavoro, sviluppo e servizi alla collettività.

Il secondo invece, si rivolge a una fascia sociale (cosidetta “fascia grigia”), non in grado di soddisfare il proprio bisogno abitativo sul mercato, principalmente per ragioni economiche, ma allo stesso tempo priva delle caratteristiche per accedere agli alloggi popolari. I requisiti per accedere ad un appartamento in social housing dipendono strettamente dall’Isee della singola persona o dell’unità famigliare. Il reddito in questione non deve essere troppo basso o nullo, e non abbastanza alto da permettere l'affitto di immobili a prezzo di mercato. Anche se entrambi, dunque, hanno un notevole impatto sociale in senso positivo, il social housing si rivolge solo ed esclusivamente ad alcune categorie ben determinate (nuclei familiari con basso reddito, persone anziane in condizioni economiche svantaggiate, giovani coppie e studenti maggiorenni fuori sede).



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