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Ter Brugghen, il Caravaggio d'Olanda

"Caro Procaccini,

Ti scrivo da Roma per parlarti di un pittore olandese che ho visto di recente. Si chiama Ter Brugghen, ed è un vero Caravaggio. La sua pittura è così simile a quella del maestro italiano che è difficile distinguerle. I suoi chiaroscuri sono così potenti e i suoi personaggi così realistici che sembrano quasi saltare fuori dal quadro.

Ho visto un suo dipinto del martirio di San Sebastiano, e sono rimasto davvero colpito dalla sua forza espressiva. Il santo è rappresentato in tutta la sua sofferenza, e il suo corpo è illuminato da un fascio di luce che sembra provenire da Dio. È un dipinto che mi ha commosso profondamente.

Ti consiglio vivamente di vedere i dipinti di Ter Brugghen. Sono opere d'arte straordinarie che non ti lasceranno indifferente.

Ti saluto cordialmente,

Salvator Rosa

Roma,20 dicembre 1640”.



La lettera di Salvator Rosa produce in Italia un effetto iniziatico sulla conoscenza e la fama di Hendrick ter Brugghen. D’ora in poi l’artista verrà indicato come il Caravaggio d’Olanda, al cui seguito non mancherà di comporsi uno stuolo di pittori conterranei, che darà manforte al formarsi di un movimento che nelle cronache della critica d’arte assumerà il titolo di caravaggismo olandese.

Il tempo, cioè la storia, la dice lunga sul sorgere di certi fenomeni che, a tutta prima, paiono presentarsi per caso. Ter Brugghen e i suoi seguaci aprono la stagione d’oro dell’arte in Olanda, come d’oro sarebbe stato indicato tutto il secolo XVII delle cosiddette Sette Province Unite. Conquistata nel 1581 l’indipendenza dalla Spagna, dopo la guerra degli 80 anni, l’Olanda non tardò a divenire una potenza economica, con ricadute di benessere su tutta la società. Dal che non potevano che discendere, specialmente per la classe più agiata, un interesse e fors’anche un bisogno verso le cose che rendono la vita più degna d’essere vissuta: la prosperità tradotta nell’esibizione di agiatezza familiare (cfr. La famiglia del mercante di Pieter de Hooch.) e nel decoro delle abitazioni, impreziosite, tra l’altro, da mobili intarsiati, pavimenti di marmo, nonché da capolavori pittorici (cfr. Concerto di famiglia di Jan Steen).

Dopo le affermazioni della pittura fiamminga, illustrata da artisti quali Jan van Eych, Hieronymus Bosch e Pieter Brueghel il Vecchio, che aveva interessato le Fiandre, il movimento caravaggesco, come si è detto, trova un terreno fertile specialmente in Olanda. Sulla strada aperta da Ter Brugghen si segnalano quali seguaci di spicco Gerrit van Honthorst, Dirk van Baburen, Matthias Stomer.

Ter Brugghen, tuttavia, può vantare sugli altri la conoscenza diretta se non dello stesso Caravaggio certamente dei suoi tanti capolavori. La residenza romana (1607-’08–1614) del pittore olandese coincide con gli ultimi anni, i più travagliati, della vita del pittore milanese. Gli occhi di Ter Brugghen hanno tuttavia il tempo di assuefarsi alla tecnica, alla capacità visionaria, al linguaggio dello spazio negativo, ai colori, alla luce, in una parola, allo stile di Caravaggio.

Ora, per non perdersi in una sequela aritmetica di similitudini e differenze tra i due artisti, vale forse di più accostare due loro opere di medesimo soggetto e ambientazione (la Vocazione di san Matteo) e immaginarle l’una accanto all’altra: la vista non ne potrebbe essere più appagata.

A sinistra, lo vediamo, il capolavoro forse assoluto (1599) di Caravaggio, a destra, l’opera di Henrick ter Brugghen (1621).

La prima impressione non può che essere di natura percettiva:

Il dipinto di Caravaggio si impone, intanto, per le sue dimensioni (322x340 contro 102x136): il che obbliga l’artista a “popolarlo” di più figure in un campo visuale più largo. In entrambe le opere, tuttavia, la percezione tradisce l’intento evocativo degli autori e costringe l’osservatore ad un atteggiamento interpretativo della scena ritratta. In Caravaggio, infatti, chi osserva accusa una certa difficoltà a individuare San Matteo nell’uomo con la barba ovvero nella persona di fronte a Gesù tutta presa a contare le monete sul tavolo. La questione non è di poco conto; ma, anche se qualcuno propende (con buone ragioni) a vedere il santo in quest’ultimo, la storia e i critici più attenti non hanno dubbi: il Santo è l’uomo con la barba. E quello che appare come un dato acquisito lo si riscontra proprio nella rievocazione di Ter Brugghen. Il pittore olandese, vista l’opera del suo collega, ha posto mano ad una figura affine: il suo Santo è, inequivocabilmente e significativamente, l’uomo con la barba.

La scena, praticamente la medesima in entrambi, si svolge intorno ad un banco di gabelliere. Il “momento”, in Caravaggio e sempre secondo il suo stile, è da “fermo” fotografico: la chiamata del Maestro parrebbe perentoria, tanto da attirare l’attenzione di quasi tutti gli astanti. E il più sorpreso e anche sbigottito appare proprio Matteo.  

La luce, di sghembo, proveniente da sinistra, illumina con l’effetto di un flash i volti dei presenti. Solo il capo del dirimpettaio di Gesù e Pietro resta chino e indifferente a ciò che accade.

Il “fuoco” della visione, piuttosto ravvicinato in Ter Brugghen, avvicina l’osservatore agli astanti: la situazione che vi si percepisce, a tutta prima, non è proprio quella destinata a presagire e ad accogliere una voce soprannaturale, quanto piuttosto quella di un’osteria.

E qui si appalesa, forse, la difformità più lampante tra le due rappresentazioni: in Caravaggio – sarà per via delle figure che fuoriescono, nonostante il fascio di luce, da un fondo tenebroso – l’atmosfera trascendentale e foriera di eventi escatologici la si percepisce con lo sguardo e con la mente.

In Ter Brugghen ciò non avviene. Gesù, anche qui appena scorciato insieme con Pietro, rivolge l’indice verso l’uomo con la barba, ma il suo gesto non è perentorio come in Caravaggio e gli astanti non paiono per nulla colpiti dalla voce del Maestro: lo sguardo di tutti è rivolto altrove. La “voce” è percepita solo da Matteo, il quale, come il suo analogo “olandese”, volge la mano verso sé stesso come a dire: «Ma ce l’hai proprio con me?». Solo l’espressione del suo volto lascia prevedere un totale acconsentimento alla chiamata.

La luce, come s’è cercato di dire e come sempre si racconta di Caravaggio – non solo in questo dipinto ma in tutte le opere del maestro – gioca un ruolo essenziale, da personaggio occulto, anzi, luminoso. È una luce che recita la sua parte, disegnata dalla mano geniale dell’artista milanese: illumina l’incarnato dei volti, definisce le linee espressive degli sguardi, si adagia miracolosamente sfumata sulle vesti delle figure, esaltandone le pieghe e i colori; ma, soprattutto, nelle tante rappresentazioni, crea e “ferma” il tono della situazione, l’aria che vi aleggia, il clima che vi si avverte.

All’incontrario, in Hendrick ter Brugghen, la luce scorre pressoché uniformemente “distesa” su tutto il dipinto: l’impronta caravaggesca è evidentemente attenuata. Il pittore olandese dice la “sua” in quanto ad ambientazione, composizione e illuminazione dell’opera: colpiscono così la vivacità cromatica dell’opera e, intuibile nell’insieme, la sottesa sensibilità poetica. È, in fondo, la medesima “atmosfera” che si coglie nelle produzioni pittoriche dell’epoca e che riflette l’inevitabile influenza delle predilezioni di quella società: la realtà economica sostanzialmente mercantile induce gli artisti, in forza anche della fede calvinista, a rifuggire da immagini ostentatamente sacre.

Conseguentemente anche il racconto evangelico più ispirato scade il più delle volte nella rappresentazione di genere.

Non bisogna pensare che Ter Brugghen sia stato un artista di sole rappresentazioni di ispirazione religiosa. Al pari di Caravaggio, il pittore olandese, pur nella sua breve vita, ebbe modo di cimentarsi anche nel ritratto e nella natura morta, dove è ancora più manifesta l’influenza del Caravaggio.

Il “tenebrismo”, come lo definisce Federico Zeri (Hendrick ter Brugghen, 1958) è in queste opere viepiù presente: il contrasto di luce-ombra contribuisce non poco a creare una forte sensazione percettiva che a sua volta si traduce in una accentuata impressione di drammaticità. È questa la prevalente nota caratteristica presente nei caravaggisti olandesi di cui Ter Brugghen rappresenta l’esponente più illustre.

A conclusione, è il caso di menzionare l’importanza del libro del critico d’arte Gianni Papi (“Ter Brugghen. Dall'Olanda all'Italia sulle orme di Caravaggio"), tra i maggiori esperti di Caravaggio, curatore della mostra omonima in corso alle Gallerie Estensi di Modena fino al 14 gennaio 2024.



 

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