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Un libro per amico



A cura di Silvano Moffa



Martin Conway “L’ETA’ DELLA DEMOCRAZIA. L’EUROPA OCCIDENTALE DOPO IL 1945” (Ed. Carocci)

Arriva in Italia, a tre anni dalla sua pubblicazione, L’età della democrazia di Martin Conway, professore di storia contemporanea alla Oxford University.

Un lasso di tempo non certamente lungo. Eppure, colpisce l’autore di questo importante studio la “rapidità con cui è cambiata la democrazia, e in particolare la percezione della democrazia” in questo lasso di tempo.

L’ingresso della democrazia “in un periodo di fluidità” è il punto centrale del libro. Una tesi che appare più giustificata che mai. Scrive lo storico britannico: “Di certo, non posso vantarmi di aver avuto la lungimiranza di prevedere il ritmo di questo cambiamento: la pandemia di Covid, le elezioni politiche del 2022 in Francia e in Italia, l’invasione russa dell’Ucraina e la conseguente mobilitazione sociale e politica e geografica europea sono tutti eventi dirompenti che hanno cambiato in vari modi la mappa politica e geografica europea. A un livello più profondo, inoltre, le pressioni generate dall’insicurezza economica, dalle ondate migratorie nell’Est e nel Sud dell’Europa e dalle tensioni regionaliste e nazionaliste sembrano presagire ulteriori riconfigurazioni politiche e crisi dell’autorità statale”.

Parlare di crisi della democrazia, in queste circostanze, è fin troppo allettante per gli storici.

Nel corso del XX secolo l’Europa ne ha vissuta tutta una serie: della sua struttura economica, della sua ideologia politica, delle sue frontiere interne ed esterne; quella odierna è “sicuramente la crisi della democrazia”.

D’altronde, la democrazia “non esiste al di fuori della storia: di fatto, è per molti versi una manifestazione coerente delle forze che modellano il nostro mondo contemporaneo”.

La disaffezione verso i partiti politici consolidati si fa sentire attraverso la sempre maggiore volatilità delle scelte elettorali; l’alienazione di una percentuale crescente della popolazione dal processo politico ha provocato il rapido calo registrato nella partecipazione al voto elettorale e referendario; infine, l’irrompere di nuove retoriche antipolitiche e di forme di azione diretta, di destra e di sinistra, dimostrano il diffuso discredito in cui versano le istituzioni del processo democratico.

Tale senso di crisi, secondo Martin Conway, è però qualcosa di molto diverso dai travagli delle invecchiate strutture parlamentari e costituzionali, progettate per un’epoca precedente. Nell’Europa di oggi il dato è reso palpabile e urgente perché implica la messa in discussione della stessa identità europea, dei suoi valori, della natura della sua struttura sociale ed economica, dei suoi confini geografici. In questo contesto fluido e colmo di cambiamenti sperare che la crisi possa essere risolta con alcune modifiche alle singole costituzioni nazionali, o alle strutture decisionali dell’Unione Europa, appare, un “desiderio illusorio”.

Non serve tanto un aggiornamento del sistema, quanto piuttosto “una rifondazione di assai più ampio respiro delle pratiche della democrazia”.

Modelli alternativi non mancano di certo, come il ricorso ai referendum digitali, l’elezione plebiscitaria dei leader e così via. Per ciascuno di questi sistemi si prospettano potenziali vantaggi e possibili rischi.

L’unica certezza è che laddove nell’Europa del XXI secolo si sono prodotti cambiamenti costituzionali (in Belgio, Scozia, Catalogna o Francia, così come altrove nell’ambito delle istituzioni dell’Unione Europea) si è sempre registrata una discrasia fra la portata delle ambizioni e la modestia dei risultati. In questi primi decenni del nuovo millennio la politica europea sembra essere rimasta bloccata fra le strutture ereditate dal secolo passato e l’incapacità di riconfigurare la propria democrazia.

Eppure, questo linguaggio della crisi non porta molto lontano.

Il modello di democrazia emerso nell’Europa occidentale dopo il 1945 era, da ogni punto di vista, figlio della sua epoca: le sue mentalità, i suoi fondamenti ideologici e le relative gerarchie di classe, genere e razza erano tipici della metà del Novecento.

Di qui la percezione assai fondata che le istituzioni create in quell’epoca non siano più in grado di rappresentare società diverse come quelle che si appalesano nel XXI secolo. “Il motore del cambiamento storico non può essere fermato”, afferma a buona ragione Martin Conway.

“Come le politiche del 1789 non funzionarono allo stesso modo nel 1848 o nel 1870, così le strutture democratiche che si dimostrarono efficaci alla metà e negli ultimi decenni del Novecento non possono essere semplicemente aggiornate in modo da soddisfare le esigenze del nostro tempo”.

In questo senso appare evidente come il discorso della crisi rischi di scivolare sul terreno di una “forma di pensiero quasi nostalgico” che si ritrova nell’affermazione frequentemente riscontrata nel dibattito odierno secondo cui un tempo la politica democratica era migliore di quanto non lo sia oggi.

Crisi, secondo lo storico britannico, è un termine a cui si fa ricorso quando non si riesce a vedere che cosa sta nascendo. “Sebbene vi siano delle buone ragioni per guardare con una certa trepidazione agli sviluppi attuali della politica, dovremmo forse interpretare ciò che sta accadendo oggi (e che senza dubbio continuerà anche nei prossimi anni) non come la fine della democrazia, ma come una transizione da un modello democratico ad un altro”. Quale potrà essere la forma di questa nuova democrazia è ancora poco chiaro. Tuttavia, già sono visibili alcuni elementi dai quali sarà difficile prescindere. Si pensi al dato di un minor effetto gerarchico della sua struttura rispetto al passato.

Se nei decenni successivi al 1945 si accordava maggior rispetto alle strutture formali della democrazia, il ruolo dei social sta influenzando non poco quello dei governanti alle prese con una cultura pubblica più esigente.

La nuova democrazia sarà anche meno stabile: una delle caratteristiche più notevoli della cultura democratica nata in Europa dopo la Seconda guerra mondiale è stata infatti l’incrollabilità delle fedeltà elettorali e delle fratture sociali e ideologiche su cui si basavano.

Tutto ciò non esiste più. Quasi ovunque la prevedibilità della politica elettorale europea è stata sostituita da una situazione molto più fluida, in cui un consistente numero di elettori non ha un’affiliazione politica predeterminata.

La loro è una lealtà mutevole, talvolta per ragioni che appaiono superficiali ma che riflettono il fatto che non vedono alcuna connessione necessaria tra continuità delle proprie opinioni politiche e le proprie scelte elettorali.

Il voto, in questo senso, si è disaccoppiato da pratiche sociali e culturali più ampie e in virtù di tale cambiamento anche le istituzioni che traggono la loro legittimità dagli elettori – le gerarchie nazionali dei partiti, i parlamenti e, in ultima analisi, i governi – stanno perdendo la loro precedente centralità nel processo democratico.

La democrazia, insomma, è scappata di casa: è sempre più presente non nei governi, ma in culture e pratiche assai meno formali. Lamentarsi di questa incoerenza potrebbe risultare gratificante per coloro che auspicano un modello razionale e intellettuale di dibattito politico, ma com’è ovvio in questo cambiamento non vi è nulla di fondamentalmente nuovo. E’ simile ai periodi di transizione precedenti.

Oggi, come allora, il cambiamento è alimentato principalmente dalla pervasiva realtà sociale dell’insicurezza: gli effetti delle trasformazioni economiche globali, rafforzati dalla centralità assunta negli ultimi anni dalle forze del mercato in molti ambiti della vita quotidiana, hanno privato milioni di europei di qualsiasi senso di sicurezza economica e della speranza, in parole povere, di vedere il miglioramento delle situazioni. Senso di insicurezza che si rispecchia nella sostanziale precarietà, nella natura temporanea di qualsiasi potere politico. Ancora una volta, tutto ciò non rappresenta nulla di inedito nella moderna storia europea, ma “le maree del successo e del fallimento possono alternarsi molto rapidamente, e per ragioni spesso al di fuori del controllo dei governanti”.

Nel giugno 1960, parlando alla conferenza organizzata a Berlino dal CCF (Congress for Cultural Freedom), l’influente filosofo politico francese Raymond Aron presentò una riflessione sulla stabilizzazione democratica che riteneva fosse avvenuta in Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale.  Se la prima metà del Novecento europeo era stata segnata da distruttivi scontri ideologici, etnici e di classe, nei quindici anni trascorsi dalla fine del conflitto era sorta una nuova forma di società industriale, caratterizzata da istituzioni democratiche rappresentative e da garanzie delle libertà individuali. Tale stabilità non era ovviamente scontata. Eppure, quelle che Aron definiva le démocraties stabilisées o pacifiées che avevano messo radici nell’Europa occidentale dopo il 1945 erano qualcosa di più del mero sottoprodotto dell’immobilismo politico imposto all’Europa (tanto occidentale quanto orientale) dalla Guerra fredda. A suo dire erano un segno della raggiunta maturità di un nuovo modello di governo e società, che senza aver sanato le divisioni del passato le aveva tuttavia rese obsolete grazie ad una combinazione di prosperità economica, di governance efficace e di impegno sociale. Aron sosteneva quindi che il dibattito all’interno delle democrazie occidentali si era spostato su questioni essenzialmente secondarie, come il ruolo dello Stato nella definizione delle politiche economiche e le priorità relative da assegnare agli obiettivi dell’uguaglianza e della libertà. La tesi della raggiunta maturità e della stabilità della democrazia europea sostenuta da Aron apparve presto inadeguata allo stesso filosofo francese, il quale fu lesto a riconoscere i difetti delle strutture democratiche moderne, commentando in un’occasione che “la società moderna è una società democratica da osservare senza trasporti di entusiasmo e indignazione”. Di fatto, fu proprio questo relativismo, secondo il suo recente e più entusiasta discepolo, Tony Judt, a renderlo una figura così distintiva. La politica, insisteva Aron, richiedeva di affrontare delle verità scomode: essa “non è mai un conflitto tra il bene e il male, ma sempre una scelta tra ciò che è preferibile e ciò che è detestabile”.

Martin Conway

Il libro di Martin Conway, come ammette l’autore, è un tentativo di considerare seriamente la tesi di Aron di una stabilizzazione democratica dell’Europa occidentale esplorando la natura, lo sviluppo e i limiti della democrazia nel continente tra la fine della Seconda guerra mondiale e gli sconvolgimenti politici e sociali della fine degli anni Sessanta e dell’inizio del decennio successivo. Un’analisi comparativa e dai risvolti interessanti che conduce lo storico verso un orizzonte interpretativo della politica democratica la cui prevedibilità spesso risulta evidente solo a posteriori. Mentre l’Europa, occidentale e orientale, si riprendeva lentamente dopo il 1945 dalla distruzione bellica, pochi ritenevano che il futuro schema degli eventi fosse intuibile: i timori di un’invasione sovietica, del crollo dell’autorità statale, della minaccia della guerra atomica turbavano i sogni dei governanti e dei governati. Che l’Europa occidentale abbia finito con l’adottare un regime di democrazia che nonostante le sue imperfezioni, o forse più probabilmente a causa di esse, è riuscito a fornire uno strumento per creare una cornice stabile di negoziato politico e sociale deve ai suoi leader assai meno di quanto si vantassero questi ultimi. Ma in questa nostra epoca di incertezza, è proprio la natura imprevedibile di quel successo a costituire forse la ragione principale di un fragile ottimismo.



 

 

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