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Un libro per amico

A cura di Silvano Moffa


Basilio Milio “HO DIFESO LA REPUBBLICA” (Ed. L’Ornitorinco)

Ci sono libri di inchiesta sorretti da una solida documentazione che andrebbero letti da chiunque sia alla ricerca della verità. Libri che lasciano il segno, che squarciano il velo delle ipocrisie, dei teoremi costruiti a tavolino più per alimentare la grancassa mediatica che per scoprire i colpevoli; libri che chiariscono quel che appare oscuro e gettano luce su vicende, assassinii, complicità, nefandezze di un Paese come il nostro, dove il problema di una giustizia giusta, a distanza di anni dalle stragi, dalla morte di Falcone e Borsellino e da Tangentopoli continua a tenere banco. E ancora non si riesce, come dimostrano le cronache politiche di questi giorni, a sanare il vulnus dei rapporti tra politica e giustizia, ogni qual volta si tenti di por mano a qualche pur necessaria riforma che riequilibri funzioni e poteri, senza peraltro mettere in discussione l’indipendenza dei giudici in un quadro, però,  di chiara distinzione tra funzione inquirente e funzione giudicante, attraverso la separazione delle carriere e una riforma del Csm che tolga l’organismo di controllo dalle maglie del correntismo.

Basilio Milio, autore di Ho difeso la Repubblica che ha per sottotitolo Come il processo trattativa non ha cambiato la storia d’Italia, è l’avvocato che a soli trentacinque anni, nel 2010 si è trovato a difendere il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu da un’accusa infamante, quella di aver favorito uno dei capi della mafia, Bernardo Provenzano.

E poi, negli anni successivi, senza soluzione di continuità, ha difeso il generale Mori nel noto processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

Il testo di Milio è un viaggio attraverso i processi, la puntigliosa ricostruzione di fatti, circostanze e vicende nella cui ricostruzione si appalesa il complesso, appassionato e certosino lavoro di un legale proteso a smantellare, punto su punto, le tesi dell’accusa, a sviscerarne le incongruenze fino ad annullare quel che, secondo l’accusa, appariva plausibile, anche se non verificabile nelle carte e nei riscontri processuali.

Nella primavera del 2013, la Procura di Palermo ottiene la celebrazione del processo nei confronti degli ufficiali dei carabinieri del Ros – generale Antonio Subranni, generale Mario Mori e colonnello Giuseppe De Donno – accusandoli di aver posto in essere “minacce al Governo della repubblica italiana”. Il processo, scrive Basilio Milio, è noto giornalisticamente col nome di “trattativa Stato-mafia” ma, in realtà, il reato contestato agli imputati, ossia agli ufficiali dei carabinieri insieme all’ex ministro Calogero Mannino, ai boss mafiosi Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonio Cinà e all’ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, non è “l’aver trattato”.

A tutti costoro viene addebitata una condotta diversa: aver minacciato il Governo prospettando, ai rappresentanti dello stesso, “l’organizzazione e l’esecuzione di stragi, omicidi ed altri gravi delitti…ai danni di esponenti politici e delle istituzioni”, al fine di turbare la regolare attività e indurlo a emanare provvedimenti favorevoli alla mafia.

La trattativa, infatti, spiega il legale, non costituisce reato.

Non è prevista dal codice penale.



La condotta violenta nei confronti del Governo, al contrario, è prevista come reato dal codice penale, all’art.338. Sicché, intorno a questo elemento la Procura imbastisce l’accusa. In sintesi, secondo questa tesi, gli ufficiali del Ros sarebbero colpevoli di aver contattato, su incarico dell’allora ministro Calogero Mannino, l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, persona vicina a Cosa Nostra, che a sua volta avrebbe fatto da tramite con uomini di vertice dell’organizzazione criminale; quest’ultimo avrebbe anche ricevuto le richieste della mafia allo Stato italiano, al cui soddisfacimento era subordinata la fine delle stragi. Gli esponenti dei Ros, inoltre, avrebbero favorito “lo sviluppo di una trattativa tra lo Stato e la mafia” che si sarebbe sostanziata in reciproche parziali rinunce: la mafia avrebbe rinunciato alla prosecuzione della strategia stragista e lo Stato italiano all’esercizio dei poteri repressivi nei confronti di Cosa Nostra.

I carabinieri avrebbero anche assicurato il protrarsi della latitanza di Bernardo Provenzano, principale esponente mafioso di questa “trattativa”. Le richieste provenienti dalla organizzazione criminale sarebbero state contenute all’interno del famigerato “papello, di cui si continua a parlare ancor dopo l’assoluzione degli imputati. 

Tutte le accuse sono state smantellate nel corso di cinque anni di processo, durante i quali, ricorda Milio, “ho puntualmente confutato tutti i teoremi della procura di Palermo, anche con l’ausilio di sentenze definitive emesse dai giudici di questo Paese che, analizzando e valutando le stesse prove, hanno escluso che Calogero Mannino abbia attivato i carabinieri del Ros al fine di adottare iniziative per salvarsi la vita”. Peraltro, Mannino, processato separatamente per lo stesso reato, è stato assolto in primo grado e anche in Appello “per non aver commesso il fatto” e tale assoluzione è stata confermata dalla Corte di Cassazione.

“In relazione alle vicende risalenti agli anni ’70 del secolo scorso – prosegue il legale – ho invece comprovato, senza tema di smentita perché documentato con atti – che il generale Mori è sempre stato un leale servitore dello Stato, non è stato mai implicato nelle vicende golpiste di quegli anni”, come era stato adombrato dalla Procura.

Per quanto riguarda i contati di Mori e del capitano De Donno con Vito Ciancimino, si trattava di incontri tra ufficiali di polizia giudiziaria, nelle cui competenze rientra la prevenzione e la repressione dei reati, e una fonte confidenziale che, nell’intendimento dei due carabinieri, avrebbe dovuto collaborare per pervenire alla cattura dei più importanti latitanti, così facendo cessare l’offensiva stragista della mafia.

Tali contatti sono consentiti e disciplinati dalla legge, quindi sono avvenuti nel pieno rispetto della legalità e non si sono concretizzati né in una trattativa né, men che meno, in accordi di sorta.

Il libro potrebbe terminare qui.

Ma la ricostruzione del legale va più a fondo nell’analizzare i fatti e nel cercare di capire le ragioni per le quali la Procura di Palermo non ha voluto tenere nel debito conto le tante sentenze di assoluzione emesse da altri giudici nei confronti di Mario Mori; come mai la formula giuridica “al di là di ogni ragionevole dubbio” per comminare una pena all’imputato non sia valsa per i carabinieri dei Ros. Eppure, altri giudici avevano esaminato gli stessi atti e mai si erano sognati di ipotizzare minacce al Governo da parte degli ufficiali dei carabinieri.

Di particolare interesse sono le pagine dedicate a Falcone e Borsellino.

Soprattutto la ricerca della pista per l’omicidio Falcone perseguita tenacemente dal suo amico Borsellino e, quasi certamente, causa della sua stessa morte. Leonardo Guarnarotta, appartenente allo storico pool antimafia, nel 1998 al processo noto come Borsellino ter, parla delle indagini svolte da Borsellino dopo la strage di Capaci e rivela che il magistrato, in quei pochi mesi prima del suo assassinio, “riteneva che la strage di Capaci, cioè l’uccisione del collega Falcone fosse dovuta…sostanzialmente…ad un intreccio perverso tra mafia, cioè Cosa Nostra, mondo imprenditoriale, mondo economico, mondo politico, e ai quali tutti avessero intenzione a che…Falcone fosse eliminato”.

Dalla lettura degli atti, delle carte processuali, della non prescindibile comparazione delle molteplici risultanze processuali, al di là del clamore giornalistico di fatti trasfigurati e alterati nella loro stessa natura, si conferma sostanzialmente quel che lo stesso avvocato Basilio Milio dichiara in apertura dell’intervento conclusivo nell’arringa finale, e cioè: “Questo è un processo senza reato. Nondimeno, però, questo… è un processo che ha una ben precisa finalità che è quella di mascariare gli ufficiali dei carabinieri, siamo tutti siciliani, comprendiamo il significato del termine, infangare gli ufficiali dei carabinieri; e questo, prima ancora che da avvocato da cittadino non posso consentirlo.

L’aula dove si è celebrato il processo, l’aula bunker, è un’aula importante, un’aula che ha segnato, grazie all’impegno del dottor Falcone e del dottor Borsellino in primis, la storia della mafia con il Maxiprocesso; lotta alla mafia che però questo processo ha trasformato in farsa, perché è una farsa processare il generale Mori con il soggetto (Riina) che il generale Mori ha arrestato. Non a caso le critiche nei confronti di questo processo sono venute in primo luogo dai …magistrati, mi viene in mente il dottor Di Lello…il dottor Ferraioli e tanti altri. Se lo vedessimo bene, questo non è un processo, ma rappresenta, e lo dico con estrema chiarezza, il tentativo di ricostruire la storia non secondo verità ma secondo una ben definita impostazione politico-ideologica, e come diceva uno scrittore: L’ideologia è il più duro carceriere del pensiero”.

Ricostruire la storia, dunque? Attraverso un metodo e una visione di politica giudiziaria, del tutto diversi da quelli perseguiti da Falcone e Borsellino. Metodi e visioni che erano stati causa di forti contrasti in seno alle stesse Procure e non solo. Un modus operandi, ben descritto dal dottor Pietro Grasso – lo ricorda nella postfazione del testo Filippo Paterniti - secondo cui le indagini si impostavano attraverso la verifica dei fatti, attenendosi ai risultati senza forzature, corroborando sempre con riscontri oggettivi le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. In applicazione di quel rigore metodologico, si evitava di mostrare particolare interesse per un argomento o per taluno degli indagati; si accertava se il pentito avesse eventuali ragioni personali di vendetta o di ritorsioni nei confronti degli accusati; si manteneva un atteggiamento critico, non supinamente acquiescente, attento ad approfondire ogni elemento utile per un giudizio di piena attendibilità. 

Non si può che concordare con le conclusioni di Paterniti secondo il quale il libro, nella sua documentata ricostruzione della verità, consente di riflettere sul ruolo che assume la giurisdizione nella vita sociale e nei rapporti politici, stimolata dall’opinione pubblica, e, altresì, se essa contribuisca all’affermarsi di nuovi e diversi equilibri.

E, conseguentemente, spinge a ragionare sul livello, la qualità, e, quindi, la forza della politica, anche per la salvaguardia delle istituzioni, nelle incertezze del momento, nonché sulle supplenze della magistratura.

L’uso del diritto conforme alle leggi non consente di celebrare processi storici, ma solo processi; e non consente di conseguire alcuni risultati politici. Annota ancora Filippo Paterniti nella postfazione: “Oggi, molto spesso, si assiste quasi alla deificazione di Falcone e Borsellino, ai cui insegnamenti, peraltro, tutti dichiarano di ispirarsi.

E allora, non è ozioso ricordare che, proprio Falcone, considerava come le correnti, in magistratura, si fossero trasformate in cinghie di trasmissione della lotta politica. Questo libro induce un attento lettore a domandarsi, conclusivamente, se la giustizia continui ad apparire ‘assistita’, dopo dieci anni di circuiti giudiziari e mediatici, e a trenta da quella lezione di legalità; così sembrando, ancora, una semplificazione da manuale di ciò che non dovrebbe accadere”.



 

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