• Gennaro Malgieri

A Kabul l'ultimo grido dell'Occidente

Aggiornamento: set 7

Dopo vent'anni, senza una plausibile motivazione, il paese è stato consegnato ai talebani.

L'Europa è smarrita, l'America brancola nel buio, in Afghanistan si festeggia e si piange.

L'Occidente è franato in Afghanistan.

Dopo vent’anni, senza una plausibile motivazione geopolitica e militare, ha abbandonato il paese, ricettacolo del terrorismo internazionale, lasciandolo in balìa dei vecchi padroni, i talebani.

I quali per due decenni hanno pazientemente ed operosamente atteso che la coalizione occidentale che si era insediata nei loro territori per vendicare il massacro dell’11 settembre 2001 e sterminare il braccio militare del mullah Omar, la banda criminale di Osama bin Laden, allo scopo di rendere l’Afghanistan una nazione “normale”, si disfacesse dopo aver raggiunto lo scopo.

Ma i talebani - che pur non esultarono platealmente nel febbraio dello scorso anno, quando vennero stipulati i trattati di Doha, voluti da Donald Trump, con i quali si programmava l’esodo occidentale e la sostanziale resa del Paese ai legittimi abitanti - furono ben felici di riorganizzarsi anche militarmente per sferrare il colpo che li avrebbe riportati al potere quando l’ultima bandiera occidentale sarebbe stata ammainata.

Adesso che Kabul è caduta e i sodali del vecchio capo defunto, il mullah Omar, si sono insediati nel palazzo presidenziale dal quale è ignobilmente fuggito l’ex-presidente Ghani, un nuovo ordine anti-occidentali si va stabilendo ed in breve tempo si consoliderà nel cuore dell’Asia con l’appoggio della Cina e l’interesse della Russia, mentre l’Iran si appresta a cogliere i benefici del buon vicinato riconoscendo con benevolenza il ripristino della sharia, ma soprattutto i proventi che deriveranno dal passaggio nel regno degli ayatollah delle ingenti partite di droga che soprattutto nelle province meridionali afghane si produrranno per invadere le piazze occidentali.

Sicché l’Emirato islamico dell’Afghanistan che i nuovi mullah si apprestano a proclamare sarà l’Emirato dal quale si dipartirà la “polvere della morte” che avvelenerà ed ucciderà quegli stessi occidentali che non hanno compreso che la lotta al pericolo terrorista si accompagnava al rischio sottovalutato di farsi sfuggire il controllo della produzione degli stupefacenti derivati dalle piantagioni di oppio nel sud del Paese, in particolare nella regione di Herat il cui centro di comando è la cruciale città di Kandahar. Il “grande gioco” afghano è ricominciato. Come nel XIX secolo. Ma questa volta l’Occidente è fuori.

Per la sua dabbenaggine, la sua viltà, la sua mancanza di strategia, la sua cecità.

Non è stato capace di creare una vera nazione afghana, libera dagli inquinamenti islamisti, fedele alle sue tradizioni, identità e costumi che nulla hanno a che fare con le crudeltà talebane che ampiamente sono state documentate nell’ultimo ventennio.

Una nazione con un capo ed una classe dirigente in grado di restituire al popolo la sicurezza e l’orgoglio di appartenere ad una civiltà che con quella musulmana non ha niente a che vedere; di liberare dalle incrostazioni jihadiste spaventose e disumane una vasta regione che avrebbe potuto ricostruirsi se soltanto non avesse creduto, grazie a mediocri vassalli americani come Karzai e Abdullah, all’esportazione della democrazia, una delle più menzognere promesse architettate dal Pentagono e dalla Casa Bianca, ma di vivere le loro costumanze politiche secondo le antiche tradizioni.

Insomma l’Occidente avrebbe dovuto far crescere “naturalmente” l’Afghanistan invece di perseguire un inimico egoistico intendimento, esplicitato di recente dal presidente Biden: salvaguardare l’America dal terrorismo islamico, come se questo davvero si annidasse ancora in Afghanistan.

Avrebbe potuto l’Occidente perfino tentare di giocare la carta imperialista ed imporre una sorta di protettorato in Afghanistan, usando la forza laddove ce n’era bisogno, accudendo un popolo piegato e facendo risorgere la speranza di una piena libertà, perseguendo i “nidi” degli sciacalli e dando poco credito agli “amici” dei talebani i quali hanno trescato con loro per assicurarsi ricchezze ingenti e presidi sicuri all’estero come il presidente Ghani.

Invece ha lasciato, l’Occidente, che il “talebanismo” penetrasse, con una strategia subdola e accorta, nelle pieghe della società afghana senza dare nell’occhio, preparandosi alla riconquista nel momento del più stupido degli abbandoni.

Senza strategia, senza ambizioni, lasciando centinaia di morti sul terreno e versando miliardi di dollari a governanti imbecilli o corrotti, l’Occidente si è suicidato a Kabul.

L’America paga il prezzo più alto, è stato detto. E gli afghani ed i collaboratori degli occidentali? Ipotizzare, dopo la prima fase nella quale i talebani si sono presentati “civili” e colloquiali”, al netto delle innumerevoli angherie e qualche omicidio di troppo, l’adozione del solito pugno duro è tutt’altro che irrealistico. Già le difficoltà degli espatri fanno temere recrudescenze che sono proprie del tribalismo talebano, come le guerre tra i vari clan che potrebbero dilagare fino a configurare una vera e propria guerra civile. E tutto è accaduto perché l’America e l’Europa, senza nessuna plausibile ragione, hanno deciso di abbandonare un avamposto strategico sotto il profilo geopolitico, della vigilanza sull’ insorgenza di focolai terroristici, sulle ambizioni della Cina che pur massacrando gli Uiguri di fede islamica realisticamente è pronta ad abbracciare e a sostenere il nuovo Afghanistan che in cambio chiuderà un occhio sui fratelli perseguitati da Xi Jinping.

Tutto è pronto per il debutto dell’Emirato islamico afghano. Chissà se la nomenclatura europea se n’è resa conto? Abbiamo l’impressione che i pensieri dei governanti europei siano lontani dall’Afghanistan, a parte le inutili dichiarazioni di principio. L’Europa si è perfino dimenticata di se stessa, del resto.

La crisi nel Mediterraneo, e segnatamente in Libia, ha evidenziato l’inanità ed il velleitarismo di un progetto politico ambizioso, purtroppo interpretato da uomini non all’altezza nel portarlo a compimento. La spaccatura verticale sulla fine di Gheddafi aveva già messo in risalto la volontà di potenza di qualcuno, Sarkozy tanto per uscire dal vago, a svantaggio di altri partner europei, l’Italia sempre per essere chiari.

L’aggressività politica, economica, tecnologica ed ora anche culturale cinese, che si configura come un vero e proprio progetto neo-colonialista, a cui è seconda soltanto quella russa, mentre le mire del mondo arabo islamico si fanno sentire, ed inquieta non poco nello stesso tempo l’apparizione sulle rive del Mediterraneo dell’Iran attraverso il corridoio iracheno, spalleggiato da Hezbollah e da Hamas, inducono a pensieri piuttosto neri circa la sopravvivenza e l’autonomia almeno del mondo euro-mediterraneo squassato da sottili malesseri che si colgono anche in Algeria, in Tunisia, in Marocco (con qualche scandaletto di troppo) e in Egitto. Non è escluso il ruolo che le conseguenze del disimpegno in Afghanistan potranno avere nel Mediterraneo, sempre via Iran-Turchia.

E da ultimo, ma non ultimo, il taglio netto dell’asse franco-tedesco che a lungo ha trainato, nel bene e nel male, l’Europa che sembrava non volerne sapere del suo destino, accende bagliori sinistri su questa appendice d’Occidente di cui è il cuore e l’anima. Un panorama più che scoraggiante, da brividi.

Considerando anche che le politiche nazionali di alcuni Paesi sono francamente franate per la pessima gestione delle classi dirigenti che pur avevano fatto immaginare realizzazioni in linea con politiche continentali di spessore.

L’Europa è smarrita.

L’America brancola nel buio.

A Kabul si festeggia e si piange. Le lacrime le asciugherà la Cina, con ogni probabilità, godendosi la gioia di un altro avamposto conquistato. Ancora un secolo, secondo alcuni osservatori, e dell’Occidente si parlerà al passato, un’arena passiva nella quale si fronteggeranno nuovi imperialismi e, complice la fortissima immigrazione africana e asiatica, la cultura europea diventerà un reperto inservibile intorno al quale si affastelleranno incomprensibili linguaggi.

A Kabul l’anima occidentale ha forse lanciato un grido disperato che i dirigenti di questa parte del mondo non hanno colto.


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