• Mario Landolfi

AAA cercasi federatore, centrodestra al bivio

Il ritorno di Berlusconi scompagina le certezze di Salvini e della Meloni.

Salvini, Meloni e Berlusconi

Sarà forse una buona nuova per qualcuno, una brutta notizia per qualcun altro ma tutto lascia pensare che il vero dominus del centrodestra resti Silvio Berlusconi.

Non il padrone assoluto (non lo è mai stato), ma di sicuro è tornato ad esserne il mazziere, il distributore di carte.

E non perché abbia cucito per tempo l’etichetta del Ppe sui vessilli di Forza Italia o perché dotato di mezzi e risorse straordinarie, ma perché è ancora l’unico a esibire la duttilità e la versatilità tipica dei protagonisti laddove le performance dei due attor giovani rinviano più al genere dei caratteristi. Non è un giudizio di valore (cinema e teatro ce ne hanno regalati di bravissimi e indimenticabili), ma una semplice constatazione. Fuor di metafora, significa che Berlusconi sa cambiare passo laddove i suoi «allievi» riescono ad interpretare sempre e solo lo stesso ruolo, per quanto egregiamente.

Prova ne siano gli effetti disastrosi prodotti dal Salvini del Papeete nell’unica volta in cui ha provato ad uscire dalla prevedibilità. Berlusconi protagonista, dunque, a dispetto del tempo, dell’età, degli acciacchi e delle percentuali da albumina cui è ridotta Forza Italia.

Leggere, per credere, la sua intervista al Corriere della Sera del 24 ottobre scorso.

Niente di particolarmente eccezionale rispetto allo scenario politico complessivo, ma pesantissima nello specifico del centrodestra poiché ne stravolge la costituzione materiale quale si è andata consolidando a partire dal giorno della definitiva condanna per frode fiscale del Fondatore, seguita dalla decadenza dal Senato. Una concatenazione micidiale di eventi che nel centrodestra ormai affrancato (così sembrava) dall’egemonia berlusconiana portò a maturazione il convincimento che la leadership della coalizione fosse diventata finalmente contendibile. Già, ma come? Semplice, con la regola del “voto in più”: diventa leader il capo del partito più votato. Ineccepibile.

Una perfetta quadratura del cerchio, anzi una vera mandrakata tanto appariva inattaccabile sotto ogni profilo, compreso quello democratico.

Peccato che la realtà si sia incaricata di svelarla per quel che che è: una formula diabolica, più perniciosa di un assalto di cavallette. Non solo ha esasperato la competizione tra Salvini e Meloni con gli effetti conosciuti alle recenti elezioni amministrative, ma ha finito per ridurre la questione della linea politica e quindi dell’identità stessa della coalizione a mera contabilità elettorale.

Neppure il mutato contesto politico, ormai dominato dall’emergenza sanitaria, è riuscito a smorzarne l’intensità. Anzi, la nascita del governo Draghi - con Salvini in maggioranza e la Meloni fuori - ha funzionato addirittura da detonatore aggiungendo alla loro competizione un tocco persino grottesco.

Fino a farla apparire come un’infantile evasione dalla realtà mentre il resto della politica era occupato a tirar fuori l’Italia dalle secche della pandemia.

Un disastro sotto il profilo della comunicazione, puntualmente confermato dalle urne elettorali di Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna.

Il vertice post-sconfitta è servito a poco se Berlusconi ha sentito il bisogno di parlare dalle colonne del Corriere della Sera. La sua intervista è illuminante perché ha demolito la “prassi “costituzionale” del “voto in più”.

E non è tutto perché nella stessa risposta il Cavaliere ha sgombrato il campo dalla figura del leader, sostituendola con quella del federatore e nel contempo ha avvertito che chi ricoprirà quel ruolo non è ancora alle viste.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni

«Da qui alle elezioni, che non sono imminenti, si troverà la soluzione migliore (…)». In pratica, la ricreazione è finita. Non ci sono altre chiavi di lettura.

Avremo dunque un centrodestra meno litigioso e più inclusivo? È presto per dirlo. Così come è presto per stabilire se le parole dell’ex-premier scuoteranno l’alleanza fino a consentirle di consumare la transizione dall’adolescenza all’età adulta. Sì, certo ci sarà più attenzione alla forma: più vertici, più coordinamento più unità di facciata.

Basterà? Speriamo di sì, ma temiamo di no. Almeno fino a quando Salvini continuerà ad invocare (La Stampa del 24 ottobre) «una squadra e una coalizione compatta» aggiungendo un secondo dopo che «ciascuno è libero di stare in maggioranza o in opposizione». Ma cos’è, uno scherzo?

Come si fa a definire compatta un’alleanza, di cui due partiti sono al governo e un altro (per sua libera scelta) all’opposizione? Se una coalizione si diversifica sulla fiducia da accordare al governo, che è l’atto politico per eccellenza in una democrazia parlamentare, su quale altra fondamentale scelta esibirà la propria compattezza?

Il menu di un ristorante, il titolo di un film, il tasto di un canale tv? Siamo seri: una coalizione politica priva di posizione comune rispetto ad un governo, non è una coalizione. Punto e basta.

Il dato politico è questo. Perché se è vero - come ripetono Salvini e Meloni - che un giorno o l’altro si dovrà pur tornare a votare, è altrettanto vero che quel giorno sarà preceduto da una lunga campagna elettorale che imporrà ciascuno dei protagonisti politici di esprimersi, oltre che sul futuro, anche sul passato e quindi sul governo Draghi.

Silvio Berlusconi

Lo stesso, aggiungiamo noi, che per quel tempo avrà verosimilmente portato a compimento la campagna vaccinale e compiuto le scelte decisive sull’utilizzo del Pnrr, ipotecandole per gli anni a venire. Il giudizio della sinistra - dal Pd al M5S, passando per Renzi, Bonino, Calenda e Speranza - sarà unanimemente positivo perché tutti lo hanno sostenuto.

Ma nel centrodestra quale giudizio prevarrà tra il “sì” entusiasta di Berlusconi, il “sì, però” di Salvini e il “no” della Meloni? Fino a ieri, la formula del “voto in più” regolava la questione in termini di ordalia.

Ma ora che quel criterio è evaporato, su quali basi politiche si costruirà l’alleanza?

E il suo federatore sarà pro o contro Draghi? Domande destinate a restare a lungo senza risposta.

Almeno fino alla prossima (e per ora immaginaria) intervista di Berlusconi, quella sì con possibili effetti speciali. Già, pensate che dirompente novità se l’uomo che ha fondato la Seconda Repubblica, il leader che ha incarnato il bipolarismo basato sul principio «l’unione fa la forza» decidesse, per mera disperazione, di convertirsi al proporzionale del «chi fa da sé fa per tre».


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