• Mario Landolfi

CENTRODESTRA, DIVARICAZIONI PERICOLOSE

Di lotta e di governo

Con la convinta approvazione dei tanti che nella divaricazione nei confronti del governo Draghi hanno voluto intravedere l’indizio di una raffinata strategia che consentirà al centrodestra, una volta ritornato sotto lo stesso tetto, di lucrare il doppio dividendo della maggioranza e dell’opposizione o, al peggio, di compensare elettoralmente l’una con l’altra e viceversa.

Al momento i sondaggi evidenziano, dunque, una confusione redditizia Si vedrà. Di sicuro è figlia dei tempi.

Già, la politica attuale è altra cosa rispetto alle ridondanti liturgie del ‘900 quando le svolte - sulla linea politica o sulla leadership - erano gli esiti, spesso drammatici, di congressi combattuti a colpi di mozioni e di documenti politici prodotti in quantità industriali: ordini del giorno, risoluzioni, pregiudiziali.

Non era solo rito, ma anche sostanza. La mole di atti rappresentava una sorta di diario di bordo dell’assise. Ne cristallizzava le posizioni emerse e di queste certificava la paternità. Costituiva la prova regina dell’ipse dixit. Serviva a scolpire nella memoria collettiva il “chi” aveva detto “cosa” e “perché”. Così da impiccarlo alle sue stesse parole in caso di incoerenza. Certo, le idee si potevano cambiare, ma con meno frequenza dei calzini e quasi sempre a seguito di pensose cogitazioni. Oggi è diverso.

Un’ideale classifica per assegnare il premio che chiameremmo del “Mai con…” sarebbe impossibile da stilare perché si risolverebbe in un inestricabile ex-aequo. L’hanno giurato tutti all’indirizzo di tutti. E da tutti è stato tradito, disatteso o semplicemente dimenticato. Con l’eccezione di Silvio Berlusconi, notoriamente poco schifiltoso, e di Giorgia Meloni che lo è invece a tal punto da aver fatto della coerenza la propria bandiera. Più che apprezzabile. Ma la coerenza non è solo quella della parola data, almeno in politica. Più importante ancora di questa e più difficile da rispettare è la linearità delle scelte. E qui torniamo al tema della divaricazione fatta registrare dal centrodestra rispetto al governo in carica.

La Meloni ha fornito indubbiamente prova di coerenza rifiutando l’arruolamento sotto un governo tra le cui insegne figurano anche quelle dei partiti della sinistra. Il suo “mai con…” lo ha rispettato. Ma - ci domandiamo - lo sarà altrettanto quando tornerà in asse con Lega e Forza Italia, reduci dal sostegno a quello stesso governo? L’interrogativo è tutt’altro che mal posto se si considera che in politica le scelte sono tali, cioè vere, solo se non sono indolore. E la coerenza aggratis, direbbero a Roma, non esiste. Presuppone sempre un costo o un prezzo da pagare. Ma non sembra sia questo il caso.

Negare il sostegno a Draghi premettendo che non intaccherà l’unità della coalizione è come strizzare l’occhio agli alleati con il sottinteso di dividersi i ruoli tra chi va al fronte e chi resta in fureria. Dopodiché tutti commilitoni come prima, più di prima. Non un sacrificio, quindi, bensì un accorto investimento sul futuro bardato di rinuncia. La coerenza personale c’è, quella politica no.

Ci sarebbe stata solo estendendo il “no” a Draghi a tutte le forze che lo appoggiano. È questo il prezzo da pagare all’autenticità di una posizione che solo a quel puntò potrà essere aggettivata come politica. In tal senso, la sommaria rievocazione del partito pesante e novecentesco risulta tutt’altro che casuale, ma serve evidenziarne il contrasto con l’insostenibile leggerezza odierna.

L’effetto chiaroscuro è innegabile: da una parte la politica intesa come navigazione impegnativa e dall’altra come spensierata gita in barca. Ma fino a quando? I nostri non sono più tempi ordinari. Lo fossero, non staremmo ad almanaccare su maggioranze ed opposizioni rispetto.

Qui parliamo di un governo di unità nazionale, estratto con il forcipe di una drammatica sollecitazione del capo dello Stato per affrontare una pandemia senza precedenti. Siamo immersi in quella delicatissima fase di vita collettiva che giuristi e politologi descrivono come “stato d’eccezione”.

Assumere posizioni opposte da parte di una coalizione rispetto ad un governo in siffatto contesto emergenziale, non è questione secondaria ma vitale. Perché è dalle scelte che esso adotterà che dipendono la salute, il futuro e la vita stessa degli italiani.

La pandemia, ci piaccia o meno, non scorrerà come acqua sotto la pancia delle anatre, ma è destinata a lasciare impressa una vistosa cicatrice sulla pelle del popolo italiano. Per i lutti che ha portato e per i danni che ha arrecato: fisici, economici, sociali, psicologici, esistenziali.

Come ha già scritto qualcuno, ci sarà nuovamente un a.C e un d.C, intesi come ante-Covid e dopo-Covid. Accade di assai di rado nella storia, ma sempre sta ad indicare che nel “dopo” ben poco somigliava al “prima”.

Vale soprattutto per la politica, che della storia è il forno sempre acceso. Per quanti sforzi si possano fare, risulterà perciò impossibile archiviare nel breve periodo questa fangosa gora di morte corporale, sociale, imprenditoriale senza rischiare di minimizzarla, banalizzarla e, in fondo, di negarla.

Chi si accingesse a farlo, pagherebbe assai chiaro il tentativo di aggirare le conseguenze politiche della pandemia imboccando una comoda scorciatoia. Anche perché di solito accade il contrario: sono gli eventi eccezionali a decidere per noi e a tracciare la strada su cui incamminarci. Significa che la pretesa di derubricare a poco più di una bagattella parlamentare le opposte scelte effettuate dal centrodestra di fronte al governo chiamato ad affrontare, domare e sconfiggere il virus, rischia di rivelarsi illusoria.

Perché è fin troppo evidente che quel poco o tanto che Draghi riuscirà a combinare da premier risulterà in ogni caso decisivo per poter essere giudicato con distacco.

Chi lo ha appoggiato avrà tutto l’interesse a dirne bene, chi lo ha osteggiato avrà indubbia convenienza a parlarne male.

La pretesa di poter fare l’una e l’altra cosa rivendicando ciascuno, a modo suo, coerenza sarà solo il distillato dell’ennesima illusione.

Né al centrodestra servirà aggirare questa sua irrimediabile contraddizione dandosi appuntamento in un ideale anno zero, privo di retaggi e di ancoraggi.

Il dopo-Covid non prevede eccezioni né trattamenti di favore. Sprattutto, non si lascerà recludere tra due parentesi.

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