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Colleferro, la sala da tè - episodio 2

Da una settimana frequento regolarmente la sala da tè, talvolta per un appuntamento ma più spesso da solo, anche senza motivo. Probabilmente l’atmosfera che crea il colore dell’arredamento mi trasmette un senso di tranquillità e leggerezza. Leggerezza che ho imparato a non confondere mai con la superficialità che ne è la declinazione sbagliata.

Ho il posto preferito ma non sempre è libero, oggi non lo è.

Conquisto una sedia verde inglese con i braccioli e mi accomodo.

Grazie all’ampia vetrata dalla nuova prospettiva posso ammirare la quasi totalità del palazzo comunale, tre alberelli che sembrano non crescere mai e parte della fontana a raso. Spenta anche oggi.



“L’acqua è un bene necessario ed importante nelle città” diceva il mio professore di scienze.

E’ mercoledì, giorno di mercato.

Piazza centrale è leggermente ravvivata da un lento danzare di viandanti.

Il mercato è a pochi passi e la piazza viene utilizzata come via di fuga, come scorciatoia.

Almeno è utile a far risparmiare tempo, penso.

Qualche piantina ornamentale, una busta con della frutta o un po’ di verdura decorano mani affannate e passi veloci.

Porto sempre con me un taccuino e una penna parker da pochi soldi alla quale sono molto affezionato, scrive veramente bene. Prendo appunti, in meno di due mesi ho quasi finito il secondo taccuino e cosa farne di questi scritti ancora non lo so. Forse mi appaga semplicemente il fatto di fermare sulla carta i miei pensieri, per non farli fuggire come sembra capitare a molti.

Meglio non curarsene ora.

Il titolare mi fa un cenno di saluto da dietro il bancone, rispondo al saluto sapendo che a breve si avvicinerà una delle due cameriere.

Due ragazzi con fare professionale appendono alle pareti gigantografie in bianco e nero della città, di questa città che era ancora in divenire.

Per ora, sotto l’attenta direzione del titolare, ne hanno posizionate due: una raffigurante con certezza il vecchio maniero, l’altra due contadini, presumibilmente marito e moglie, in abito elegante davanti a quella che dovrebbe essere una delle costruzioni sulla via consolare. Altre due aspettano il loro turno adagiate sul pavimento mostrando solo la parte posteriore.

Ho riempito una pagina quando entrano Luca e l’anziano papà.

Luca ha un lungo trascorso nell’attivismo sociale e politico che però non gli ha restituito molto in cambio del suo impegno. Vive facendo l’operaio in una delle poche officine meccaniche di precisione che sono sopravvissute alla deindustrializzazione del territorio.

La sua unica figlia si è trasferita in Piemonte molto tempo fa, di certo per amore, probabilmente per lavoro.

- avrei voluto due figli – mi confidò una volta – ma non posso proprio permettermelo… -.

Ultimamente deve prendersi cura del papà, un signore robusto, una vita da muratore.

Una quercia che probabilmente ha posato mattoni su quasi tutti i palazzi che possiamo vedere in paese, oggi costretto a camminare col supporto del deambulatore.

- Ciao Lu’, buongiorno signor de Rosso – salutando realizzo di non aver mai conosciuto il suo nome, per me è stato sempre il signor de Rosso.

- ciao Andre’ – risponde Luca.

E il papà – lo vedi che spingo ancora la carriola?

Credo che il detto scarpe grosse e cervello fino valga anche per i muratori.

Prendono posto vicino a me.

Sposto uno sgabello giallo in modo che il signor de Rosso possa utilizzare il deambulatore come una sedia, sovrastando di qualche centimetro me e Luca.

Il suo vissuto gli dà diritto a quella posizione privilegiata.

La battuta di ingresso ha già rotto il ghiaccio quindi posso continuare con leggerezza – allora è andato a votare?

Lui corrucciando un pochino la fronte – non vado da molto tempo e non per arroganza; questi politici giovani sono un turbinio di slogan preconfezionati senza contenuto, io sono abituato che a fine giornata, dopo ore di “mazzetta e cucchiara” hai tirato su un tramezzo. Oggi si parla si parla e non si arriva mai a nulla. Torno a votare quando vedrò persone serie fare cose concrete -.

L’argomento è presto esaurito appena nato.

Ordino il mio tè alla cameriera che ormai mi chiama per nome, Luca un caffè e un orzo. Sicuramente l’orzo è per il papà, penso. La ragazza, rivolgendosi al papà di Luca – le porto un po’ di acqua signor de Rosso? -.

La città è piccola, ci conosciamo un po’ tutti.

Risponde alla ragazza - si grazie – e poi si rivolge a noi due – a proposito di acqua, lo sapete che questo paesone un tempo era pieno di fontane? Praticamente ce n’era una per ogni quartiere -.

Io qualcuna la ricordo: il fontanile sulla strada che porta alla cava, lo stagno con tanto di ranocchi vicino all’ex vaccheria proprio dove sta nascendo un impianto sportivo nuovo, una bocca d’acqua usciva direttamente dalla roccia in prossimità della nuova ASL. Lui ne nomina, con dovizia di particolari, almeno altre sei.

Una decina di fonti di acqua che il tempo e l’uomo hanno cancellato.

Lo sguardo e la mia attenzione vanno oltre la vetrata, sulla fontana della piazza: togliamo fontane che raccontano la storia del nostro territorio, ne posiamo di nuove che potrebbero raccontarne altre ma le teniamo chiuse. Forse meritiamo il silenzio che ci sta regalando la città.

La cameriera torna con il suo vassoio: un tè, un caffè e un orzo.

L’orzo è per Luca.

- quella rotonda è diventata un disastro! – esclama posando nel piattino la tazzina trasparente dell’orzo – da quando hanno fatto i lavori non si cammina più. Pensa che a volte passiamo per la piscina pur di evitare il Corso Alto -.

Si riferisce chiaramente alla rotatoria di piazzale Sanità, un nodo cruciale della viabilità cittadina e la cui storia profuma quasi di poesia: quattro o cinque camion scaricarono terra direttamente sull’asfalto, l’uomo decise il recinto, la natura fece il suo corso.

La rotonda si animò quasi fosse cosa viva, radicò e divenne un boschetto rigoglioso, rifugio per gatti ed uccelli, frescura per la piazza, gioia per lo sguardo, oasi in un deserto.

Ogni volta, passando di lì mi risuonavano in testa le parole di una canzone di de Gregori “il bosco piano piano si riprende le case…”. Qualche mese fa quello che sembrava un incantesimo dev’essersi rotto perché dopo il ridimensionamento della rotonda il traffico è peggiorato.

Si crea un ingorgo incomprensibile su due direttrici che lascia vuote a desolate le altre due. Luca ha ragione, lo avevo già evidenziato nei miei pensieri e fermato tra i miei appunti ma mi limito ad un perentorio – hai ragione – che il papà legge come conclusione del discorso.

- dai, andiamo che mamma sarà in pensiero – rivolge a Luca.

- qui ci penso io, ciao Luca, buona giornata signor de Rosso

- grazie Andrea –.

Il deambulatore riacquista la sua funzione principale, Luca e suo papà scostano uno dei due ragazzi intento a posizionare perfettamente orizzontale il terzo pannello, questo raffigura la caserma, la chiesa e il palazzo comunale e se ne vanno mescolandosi ai danzatori lenti della piazza.

Li osservo passare sopra la fontana a raso spenta finché non spariscono dalla mia vista. Realizzo di avere la penna in mano e il taccuino aperto. Scrivo, pago, saluto titolare e cameriere e vado via.

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